Gil Scott-Heron (1949-2011)

Venerdì pomeriggio è scomparso uno dei miei artisti preferiti. È morto in ospedale a New York, dopo che era stato ricoverato per un malore, a soli 62 anni. Sembrava più vecchio, forse perché le droghe l’avevano consumato, ma forse anche perché nella sua vita di poeta, musicista, pianista, artista, performer, attivista e intellettuale ha fatto davvero tante cose importanti, non riducibili semplicemente ai dischi (oltre venti) e agli scritti. Soltanto l’anno scorso era uscito il suo album I’m New Here, bellissimo ed emozionante, al quale aveva fatto seguito qualche mese fa la rilettura in chiave elettronica We’re New Here, realizzata con il giovane produttore dubstep Jamie Smith degli XX.
Non solo la cultura afroamericana deve molto a Gil Scott-Heron, per essersi fatto portavoce fin dagli anni Sessanta di fondamentali rivendicazioni civili, ma tutti possiamo trarre spunti di riflessione purtroppo ancora attuali dalla sua attenta critica della società. E poi Gil Scott-Heron è stato the godfather of rap, il padrino del rap, l’inventore della spoken word, il primo a fondere la parola non cantata con la musica. Una musica intensa che mescolava jazz, blues e soul con testi poetici dal contenuto socio-politico. I suoi album degli anni Settanta, come Pieces of a Man e Winter in America, ma soprattutto il suo manifesto The Revolution Will Not Be Televised, hanno influenzato schiere di artisti di diverso genere e hanno dato un impulso imprescindibile alla nascita dell’hip hop. Il saluto di Chuck D è una bellissima sintesi di quello che Gil Scott-Heron ha rappresentato: “RIP Gil Scott-Heron, and we do what we do and who we do because of you and to those that don’t know, tip your hat with a hand over your heart & recognize”.

About claudiagalal

Fifty Italian, fifty Egyptian, vegetarian, music and gigs addicted.
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