They Made Us Do It

I fratelli Teichmann (Hannes e Andi) sono due musicisti e sound-nerd talmente appassionati di macchine analogiche che riescono addirittura a comunicare con esse. Il concetto alla base del loro secondo album, They Made Us Do It (pubblicato dalla loro etichetta, la Festplatten), è proprio questa sorta di dialogo surreale con le macchine, che ci proietta un po’ nel passato, tipo in una catena di montaggio della DDR, e un po’ nel futuro, o meglio, in un futuro ipotetico dove robot e umani vivono insieme in un mondo probabilmente de-naturizzato (alla Wall-E o alla Io, Robot, ognuno si scelga il riferimento che preferisce…). Il risultato della loro introspezione sonora (nel senso di un’esplorazione dell’anima di questi oggetti analogici) è una creatura meccanica assemblata con elementi di varia provenienza, dalla inevitabile minimal-techno berlinese alla house chicagoana, dal krautrock tedesco allo skweee svedese, dalla IDM fino al free-jazz. C’è pure un bellissimo solo del padre Uli Teichmann, sassofonista jazz, nel brano più riuscito dell’album, “The Faketory”, mentre fra i vari contributi sentiamo anche quelli di Sasha Perera (Jahcoozi), del baritono Alois Späth, del dj serbo Tijuana e del duo filippino Rubber Inc. Se qualche volta vi siete trovati a parlare con il frullatore o il tostapane, se sognate di vivere nel Friedrichshain, se non vi piacciono i ritornelli orecchiabili, questo è il disco che fa per voi.

They Made Us Do It (Festplatten/Diamonds and Pearls)

About claudiagalal

Fifty Italian, fifty Egyptian, vegetarian, music and gigs addicted.
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