Love at the Bottom of the Sea

Oggi è lunedì ed è piovuto tutto il giorno. Non potrebbe andare peggio, verrebbe da pensare. Ma a volte anche le giornate più grigie riservano qualche piacevole sorpresa (a volte). Un minuto prima sei per strada a combattere con un ombrello mezzo rotto e un minuto dopo sei comodamente sprofondata sul divano di casa a sentire un bel disco. E meno male.
Nello specifico, a risollevarmi lo spirito dopo la giornata pesante è stato Love at the Bottom of the Sea dei Magnetic Fields, in uscita per Merge Records/Domino. Quindici short-song (nessuna arriva ai tre minuti, roba che nemmeno i Ramones), fresche e ironiche, che segnano il ritorno della band guidata da Stephin Merritt ai sintetizzatori e a quella efficace combinazione di suoni acustici e sintetici che aveva caratterizzato il suo lavoro negli anni Novanta. E si sarà divertito Merritt, immagino, a mettere le mani su strumenti che nel 1999, l’anno di 69 Love Song, non esistevano nemmeno. È soprattutto a quell’album, un piccolo gioiello di synth pop, che guarda il nuovo Love at the Bottom of the Sea, ma qui è molto più accentuata la componente ludica e umoristica. Nei testi, nel modo di cantare, nell’incontro stravagante tra disco-plasticoni, misurati barocchismi e persino un tocco di mariachi, si coglie tutta l’intelligenza musicale dei Magnetic Fields, che non si fanno imbrigliare dalle etichette di genere né dalla solita letteratura amorosa ma stravolgono le une e si prendono gioco dell’altra. Ascoltare “Andrew in Drag” e “Born for Love” per credere.

Love at the Bottom of the Sea (Merge Records/Domino/Self)

About claudiagalal

Fifty Italian, fifty Egyptian, vegetarian, music and gigs addicted.
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