Verbal

In una domenica mattina che però è già pomeriggio (ah, l’ora legale), piena di sole e semi-vuota di macchine, scopro l’esordio (self-titled) dei Verbal, in uscita il 3 aprile per Neverlab.
A dispetto del nome, in questo disco di sei tracce tutte registrate in presa diretta, le parole sono poche e non molto chiare. Ma la contraddizione è interessante, soprattutto perché il linguaggio “parlato” dalla band sembra più vicino a una babele di rumori, suoni distorti ed esplosioni stellari. Se ci sono formule matematiche a reggere la costruzione dei brani, queste vengono ribaltate dal dilatarsi o stringersi del tempo, dalle stratificazioni sonore e dall’impossibilità di definire una precisa collocazione di genere. I Verbal sono là da qualche parte tra il post-rock e il noise estremo, indecisi se concedersi alla potenza comunicativa della melodia o abbandonarsi agli impulsi viscerali della poliritmia.
Eppure raccontano storie. Le storie di sei personaggi lontanissimi fra loro, ma ciascuno affascinante per un motivo diverso. “Double D Marvin”, “Kaspar-Hauser”, “Coronado”, “Orwell”, “Benny Hill (hates sports)”, “Kobayashi” sono i titoli delle tracce ma anche i nomi dei loro protagonisti. Sei racconti senza parole del gruppo chiamato Verbal. Mi piace questa contraddizione.

Verbal (Neverlab)

About claudiagalal

Fifty Italian, fifty Egyptian, vegetarian, music and gigs addicted.
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