The Drop

Se foste dei musicisti alternativi danesi, non vi verrebbe voglia di registrare un disco a Christiania? Anch’io direi di sì, e infatti è quello che hanno fatto i Pinkunoizu per il loro secondo album, The Drop.
L’atmosfera della Città Libera potrebbe aver influenzato il comune sentire della band, ancora più psichedelica e cosmica che in passato. E forse sono state le puntate berlinesi a rafforzare la passione seventies per il Kraut-rock di Can e Neu! e dei primissimi Kraftwerk.
Multicolore e intricate, le otto canzoni ci trasportano galleggiando nell’universo sonoro dei Pinkunoizu, una galassia nella quale s’intrecciano il passato e il futuro, raccogliendo fra i nodi tanti elementi di provenienza diversa. Psichedelia, strumenti elettrici e acustici (etnici, persino), sintetizzatori ed effetti.
Ad accogliere l’ascoltatore è un aeroplano che atterra, seguito da suoni da film horror e strani ticchettii in attesa di due voci ipnotiche: “The Great Pacific Garbage Patch” t’inchioda nell’ansia di quello che sta per accadere. Invece, arriva la lunga “Necromancer”, costruita su morbide e rarefatte linee di synth fatte apposta per abbandonarsi al viaggio fino al crescendo finale. La psichedelia stravagante di “Moped” può provocare assuefazione, ma l’incantevole ninna-nanna con pianoforte “The Swollen Map” muta le allucinazioni in dolci ricordi. Le chitarre impazzite di “Pyromancer” e la rockeggiante “Tin Can Valley” risvegliano orecchie e membra dal torpore, mentre a chiudere l’album sono il romanticismo distorto di “I Said Hell You Said No” e il folk delicato e inquieto di “Down in the Liverpool Stream”.
Strampalati ma bravi, i Pinkunoizu rileggono gli insegnamenti preziosi dei maestri alla loro maniera, con intelligenza, realizzando un disco variegato e cangiante, ma comunque coerente nella sua multiforme originalità. E hanno un nome che fa ridere, perciò sono anche simpatici.

The Drop (Full Time Hobby)

The Drop (Full Time Hobby)

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