Wenu Wenu

Sarà questo sole invernale, sarà che avrei voglia di partire, saranno le mie radici nascoste, ma oggi mi sento più araba del solito. Evitando qualsiasi digressione geopolitica-culturale, come sempre cerchiamo di parlare di musica e, in particolare, di Wenu Wenu, il debutto discografico del cantante siriano Omar Souleyman.
La definizione di debutto discografico forse gli sta stretta, ma effettivamente si tratta del suo primo album di inediti dopo un dominio ventennale nel mercato siriano delle cassette, grazie alle registrazioni amatoriali o semi-professionistiche delle sue esibizioni dal vivo in giro per matrimoni e ricevimenti vari.
Chi prova ad accostare Souleyman ai neomelodici napoletani, magari per il tipo di carriera e per il suo ambiguo rapporto con il potere, non sta parlando di musica. Soprattutto non sta parlando di questo disco, che, come si dice in gergo tecnico, “suona da paura” ed è baciato dal tocco magico di Kieran Hebden, mica un produttore a caso.
La materia prima è la dabka, una gioiosa e movimentata danza popolare mediorientale che si suona e si balla ai matrimoni e alle cerimonie religiose. È costruita su linee melodiche complicate e su ritmiche incalzanti, mentre il canto esorta gli astanti a scatenarsi per rendere omaggio ai festeggiati e condividere la loro felicità. La dabka ha una storia secolare e si suona con strumenti tradizionali, come l’oud, il mijwiz, la tablah, il riq e lo yarghoul, ma in tempi recenti molti artisti hanno preferito sostituirli con plasticoni sintetici sotto l’influenza della dance occidentale.
Non è questo il caso di Wenu Wenu, perché l’innata eleganza di Mr. Four Tet ha scongiurato il pericolo della sovrabbondanza sonora, evitando arrangiamenti eccessivi e trovando il giusto equilibrio tra folklore e modernità. La struttura delle canzoni è scarna: la voce vibrante ed energica di Souleyman è accompagnata dal saz elettrico di Ali Shaker e dal synth di Rizan Said, che emula i fiati tradizionali su un inarrestabile beat elettronico. In alcuni momenti – e sono i più riusciti – il gusto di Hebden emerge con più evidenza. Il gioco di pieni e vuoti di “Nahy”, l’ipnotica frenesia del singolo “Warni Warni” e l’atmosferica onirica di “Yagbuni” sono gli esempi migliori di questa strana collaborazione, che a molti sarà sembrata soltanto una bieca operazione commerciale, ma che io voglio immaginare come il fortunato incontro tra due artisti provenienti da mondi musicali diversi.

Wenu Wenu (Ribbon Music/Domino/Self)

Wenu Wenu (Ribbon Music/Domino/Self)

About claudiagalal

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