Eighteen Hours of Static

La vita lascia dei segni visibili su di noi, sulla nostra pelle, sul nostro corpo, ma anche dentro di noi. Alcune escoriazioni, alcune cicatrici, non si vedono. A volte, però, la musica può farcele ricordare e spingerle a galla.
I Big Ups, quattro ragazzi di Brooklyn con la passione per il punk e l’hardcore degli anni Ottanta e Novanta, suonano come se avessero molte ferite da cancellare ma allo stesso tempo volessero scorticarsi ancora. Trasformano la mezz’ora scarsa del loro album di debutto, Eighteen Hours of Static, nell’unica via di fuga dall’abisso di profondissima disperazione nel quale sembrano sprofondati. Non sappiamo se siano davvero così angosciati, ma sono credibili.
Il ritmo incessante della vita contemporanea e la superficialità delle soluzioni facili e pronte all’uso è insopportabile, i Big Ups lo gridano a ogni pezzo, trasportandoci in quel non-luogo della mente sospeso tra l’adolescenza e l’indesiderata età adulta. Troppe cose da fare, troppe responsabilità, il tempo ci fugge di mano e non possiamo trattenerlo. Il robot progettato per non provare emozioni di “TMI” è una grande balla, così come la religione in “Atheist Self-Help”: noi facciamo i conti con noi stessi e con altri esseri umani.
Sarà stata questa sensazione di peso incombente a permeare la fase di scrittura e realizzazione del disco, tutto registrato in tre giorni d’intensa fatica. Si sentono la fisicità dei corpi che sudano, l’aria spostata dagli amplificatori e la sporcizia della sala prove, dove sarà probabilmente appeso il ritratto di Steve Albini.
La band evoca una musica ormai passata, che ha già visto invecchiare i suoi protagonisti, ma l’effetto è strano. Non dà mai l’impressione di aver banalmente copiato da ottimi esempi, come Black Flag e Shellac, ma suona come se fosse arrivata a questo punto in maniera naturale, per un’esigenza sincera e urgente. Il frontman Joe Galarraga ricorda spesso Mike Muir dei Suicidal Tendencies o Ian MacKaye in fase Minor Threat, ma è l’insieme che funziona. I Big Ups sanno perfettamente quando rallentare e quando esplodere, guidati dall’istinto e da un genere ormai assimilato come l’andare in bicicletta.
“With eyes and ears / we can see and hear / With lips and mouth / we can kiss and shout…” grida Galarraga nella traccia d’apertura, “Body Parts”. Sarà breve ma intenso.

Eighteen Hours of Static (Though Love/Dead Labour)

Eighteen Hours of Static (Though Love/Dead Labour)

About claudiagalal

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