Sun Coming Down

Ci siamo arrivati, purtroppo, alla fine dell’estate e delle sue lunghe giornate di sole. Inizia quel periodo malinconico e incerto che conduce inesorabile alla puntuale tragedia del grande freddo invernale.
Sun Coming Down, il sole scende, lo dicono anche gli Ought, quattro espatriati in Canada, con il loro secondo album. Eppure loro non sono malinconici, anzi, sembrano vigorosi ed energici. Sarà che abitano a Montréal, ci sono abituati alle basse temperature.
Dopo aver passato tutto l’anno scorso on the road, portando il loro rumoroso e ironico post-punk in giro per il mondo, nei primi mesi del 2015 sono tornati alla base per chiudersi in una sorta di letargo attivo, scrivere nuovi pezzi e fare qualche sporadico concerto per pochi intimi. A primavera sono finalmente sbucati dalla tana per entrare in studio, all’Hotel2Tango, e uscirne con il disco bell’e fatto.
Dato il discreto successo di pubblico e critica del precedente More Than Any Other Day (2014), gli Ought hanno proseguito nella stessa direzione, mantenendo un suono essenziale e scarno, duro e nervoso. La sezione ritmica, con Tim Keen alla batteria e Ben Stidworthy al basso, procede sobria e tirata, senza inutili orpelli, sostenendo con ruvida energia la chitarra elettrica di Tom Darcy e le tastiere distorte di Matt May, che spesso suonano come una seconda chitarra.
Anche la scelta di registrare su nastro è in linea con l’austerità artistica delle nuove canzoni, che prendono come riferimento la produzione asciutta della no-wave e del primo, autentico, indie-rock. La cruda spigolosità del suono è bilanciata da alcune pause strutturali, momenti vagamente più accomodanti ma di breve durata. Sun Coming Down è un album costantemente propulsivo, anche se a tratti concede di tirare il fiato e procedere senza fretta. Nei quasi otto minuti di “Beautiful Blu Sky” c’è tutto questo, che poi è la condizione dell’essere umano metropolitano: nervoso, ansioso, spesso misantropo, ma anche vivo, vitale e bombardato di stimoli.
“Never Better”, che chiude il disco, si basa su un andamento circolare di flussi e riflussi, con le chitarre che graffiano come schegge, mentre basso e organo procedono sullo sfondo in un gioco di contrasti. In mezzo spiccano “The Combo” e “Celebration”, brevi, fresche e agitate.
E poi c’è la voce di Tom Darcy, tratto distintivo della band e della sua personalità, così storta e irriverente da diventare persino fastidiosa, soprattutto quando si rivolge direttamente all’ascoltatore per coglierlo di sorpresa. I suoi testi ironici, cantati con disarmante distacco, si adattano perfettamente al suono e all’atmosfera degli Ought, che non cercano il consenso dei giovani hipster né quello dei vecchi “rimastoni” con il chiodo. Fanno il loro, bene, e trovano agilmente spazio lungo il cammino ormai quarantennale del punk, dell’indie e del DIY.

Ought – Sun Coming Down (Constellation)

Sun Coming Down (Constellation)

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