Stadium

Da oltre dieci anni la missione del percussionista, batterista e sound artist Eli Keszler sembra essere di rovesciare gli stereotipi su tamburi e batteria. E gli piace farlo in grande stile, per esempio trasformando l’edificio del Cyclorama di Boston o una torre dell’acqua in Louisiana in monolitici strumenti. Ma anche con una batteria “normale” Keszler riesce produrre un’incredibile varietà di suoni, come dimostrava l’album Last Signs of Speed (2016), che attraversava i confini tra techno, jazz e contemporanea con la sua infinita serie di colpi, colpetti, battiti, graffi, crepitii, scricchiolii, tonfi e tintinnii.
Il disco appena pubblicato, Stadium, è ispirato al suo recente trasferimento da South Brooklyn a Manhattan, ovvero un avvenimento piuttosto banale che diventa il pretesto creativo per espandere idee e possibilità musicali per tutta l’estensione del nuovo vicinato. Ogni traccia sembra trascinata dalla frenesia di quella caotica e affollatissima zona.
Le repentine e frequenti variazioni dinamiche corrispondono alla velocità imprevedibile di un quartiere denso di accadimenti, dove sorprese belle o brutte possono arrivare in qualsiasi momento. Il posto della serendipità per antonomasia – non avete visto quel film con John Cusack? – nel quale si è continuamente avvolti dalla sensazione che qualcosa di meraviglioso o tragico, divertente o frustrante possa indugiare a ogni angolo.
È dall’esperienza diretta delle nuove strade che nasce il suono di Stadium: geografie sovrapposte disegnano trame originali, che diventano le basi per composizioni tanto efficaci quanto ricercate. In queste ambientazioni trovano spazio percussioni, tastiere e strumenti acustici di vario tipo, i fili da seguire per districarsi in quello scompigliato labirinto metropolitano che è l’isola di Manhattan, così com’è interpretata da Keszler.
Stadium è una rete di suoni e corpi mobili, che oscillano continuamente tra jazz e avanguardia per rispondere alle leggi imponderabili della casualità, anche se in questo album di casuale non c’è nulla. La genialità di Eli Keszler sta proprio nella sua straordinaria capacità di lavorare così meticolosamente e precisamente da riportare in musica la natura sfuggente, imprevedibile e intricata di Manhattan, affidandosi ai concetti di spazio, memoria e impressione.
Sarebbe davvero interessante ascoltare le dodici tracce di Stadium in cuffia, camminando per le vie che le hanno ispirate. Per ora lo segno fra le cose da fare, prima o poi.

Eli Keszler, Stadium (Shelter Press)

Stadium (Shelter Press)

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About claudiagalal

Fifty Italian, fifty Egyptian, vegetarian, music and gigs addicted.
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