Tropical Drums of Deutschland

Tamburi Tropicali di Germania sembra il titolo di un film espressionista, un mattone incredibile in bianco e nero dalla trama indecifrabile. Invece no, Tropical Drums of Deutschland è una gustosa antologia, pubblicata dall’etichetta danese Music for Dreams e compilata da Jan Schulte aka Wolf Müller, resident dj del club Salon des Amateurs di Düsseldorf.
Attratto dalla tendenza di certi artisti a raccontare luoghi che essi stessi non hanno mai visitato e appassionato di ritmi esotici, Schulte ha raccolto tredici tracce caratterizzate da ritmi tropicali, ma composte e realizzate in Germania o dintorni, pescando soprattutto da rare stampe degli anni Ottanta. In questo concept album una certa tendenza all’escapismo, tipica di molti artisti, si mescola alla forte contaminazione culturale e stilistica presente negli ambienti musicali più fertili, gli stessi che spesso danno vita a generi ibridi e difficilmente etichettabili.
Come sostiene Schulte, il fatto che queste tracce siano opera di musicisti nati e cresciuti in Germania, rende la raccolta ancora più affascinante: che cosa spinge certi artisti a descrivere in musica la giungla o la foresta pluviale, se le hanno conosciute soltanto sui libri o nei programmi televisivi? Non possiamo saperlo, ma possiamo approfittare della loro fervente immaginazione per lasciarci trasportare insieme a loro in posti lontani. Questa vivissima fantasia è confermata, per esempio, dai campioni utilizzati da Argile in “Tagtraum Eines Elefanten” o dall’ensemble Total Art of Percussion in “Wuhan Wuchang”, dalla trance ripetitiva di Ralf Nowys in “Akili Mali” e di Bob Moses & Billy Martin in “Boat Song Part II”, e dalla reinterpretazione della canzone popolare “Sounou” da parte della band austriaca Sanza.
L’approccio di questi musicisti è evidentemente europeo, ma tutte le tracce selezionate dimostrano che il tentativo di oltrepassare i confini di genere e le barriere culturali è riuscito, portando alla fusione tra musiche tradizionali provenienti da angoli disparati del globo e improvvisazione jazzistica avant-garde, segnata da un suono distintamente europeo.
In questo lavoro il dj Wolf Müller, che ha inserito anche due edit speciali realizzati per l’occasione, si sarà sicuramente divertito. Allo stesso modo ci divertiamo anche noi, chiudendo gli occhi per immaginarci ai Tropici e farci cullare dai ritmi coinvolgenti del disco.

Tropical Drums of Deutschland (Music for Dreams)

Tropical Drums of Deutschland (Music for Dreams)

Advertisements
Posted in Music | Tagged , , , , , | Leave a comment

#libridaleggere

Sotto l’ombrellone, su un’amaca in giardino o sul sedile di un treno, un libro è spesso la migliore compagnia delle nostre giornate vacanziere. Per alcune stravaganti persone le ferie sono il momento nel quale dedicarsi finalmente al piacere della lettura al di fuori dalla dittatura del tempo, che le costringe a difficili esercizi di concentrazione sui mezzi pubblici o a nottate insonni da scontare al lavoro.

Negli ultimi mesi ho avuto la fortuna di incontrare tanti libri degni di nota, con personaggi affascinanti e tesi interessanti. Tralasciando in questa frivola sede saggi, poesia e grandi classici, e concentrandomi invece sulle uscite recenti nella narrativa contemporanea, mi sento di stilare un brevissimo elenco di consigli di lettura. Non per l’estate, per quando vi pare (indico l’edizione italiana).

3) Charles Willeford, Miami Blues (Feltrinelli, 2017). L’omicidio di un Hare Krishna all’aeroporto di Miami dà l’avvio a questo avvincente poliziesco. Impossibile non parteggiare per il detective Hoke Moseley, cronicamente depresso, solo e squattrinato, che vive in una squallida stanzetta d’albergo. Chi può avercela con lui?

2) Zadie Smith, Swing Time (Mondadori 2017). L’ultima fatica dell’autrice londinese prende il titolo da un film di Fred Astaire e Ginger Rogers. Come la vecchia pellicola (in italiano Follie d’inverno, 1936) si presenta superficialmente come un passo a due, ma la stella è soltanto una e ha bisogno di qualcuno che la faccia brillare. La protagonista, che narra in prima persona, balzando continuamente avanti e indietro nel tempo, è abituata fin dall’infanzia ad avere il ruolo di ombra e ritroverà se stessa solo quando perderà tutto il resto. La scrittura fluida ed efficace di Zadie Smith, capace di comunicare a diversi livelli di profondità, possiede un ritmo musicale e tiene incollati alle pagine dalla prima all’ultima parola.

1) Mohsin Ahmid, Exit West (2017). La condizione della migrazione dal punto di vista di chi è costretto a spostarsi dalla propria città, dilaniata dalla guerra civile. Per salvarsi la vita, proteggere una storia d’amore, scappare dall’orrore e inseguire sogni e speranze. Nel passaggio attraverso la porta che conduce altrove, un altrove sconosciuto eppure preferibile al qui, si scopre qualcosa di nuovo, ma si perde anche qualcos’altro, si cambia, ci si trova trasformati e non ci si riconosce più. L’attraversamento di un confine – fisico, mentale o figurato – non è mai facile, per questo è necessario venirsi incontro, aprire nuove porte e non alzare nuovi muri. La storia di Nadia e Saeed è un racconto visionario ma dolorosamente reale dell’attualità, che tutti dovrebbero leggere per comprendere meglio questi tempi così complicati.

Mi dispiace che in questo terzetto di titoli non entri nessuna casa editrice indipendente, ma è forse il segno che i piccoli editori difficilmente riescono a investire sull’acquisizione dei diritti di traduzione di autori così affermati, nonostante l’impegno, la cura e la passione che impiegano nel loro lavoro.
Però, riscattiamo almeno parzialmente questa breve classifica con un bonus, un libro atipico che difficilmente potrebbe rientrare in una definizione di genere.

*) Amir Issaa, Vivo per questo (Chiarelettere, 2017). Il “romanzo hip hop” di un rapper italo-egiziano nato e cresciuto a Tor Pignattara, che ripercorre la sua vita nella periferia romana e la storia del sottobosco controculturale italiano degli ultimi vent’anni. Scorrevole, avvincente e ricco di spunti di riflessione, è una lettura consigliata agli appassionati, soprattutto ai più giovani, che sono nati in un mondo totalmente diverso e a portata di pollice. Per approfondire, potete leggere la mia chiacchierata con Amir.

Amir Issaa, Vivo per questo (Chiarelettere)

Amir Issaa, Vivo per questo (Chiarelettere)

Posted in Books | Tagged , , , , , , , | Leave a comment

Soul of a Nation. Afro-Centric Visions in the Age of Black Power: Underground Jazz, Street Funk & the Roots of Rap 1968-79

Le ferie sono il momento migliore per ascoltare la musica preferita, leggere quei libri che da tempo attendono sul comodino e dedicarsi ai propri interessi, approfittandone per imparare o ripassare qualcosa.
Mentre alla Tate Modern di Londra è in corso (fino al 22 ottobre 2017) una mostra che per ora non posso andare a visitare, intitolata Soul of a Nation: Art in the Age of Black Power, posso consolarmi con l’antologia musicale pubblicata per accompagnarla.
L’esposizione londinese si concentra sul ruolo chiave degli artisti afroamericani in un periodo cruciale per la storia e la cultura degli Stati Uniti, partendo dall’ascesa del movimento per i Diritti Civili nei primi anni Sessanta per chiudersi alla fine dei Settanta. Pittori, writer, musicisti, stilisti, fotografi, scultori e registi si confrontano con un Paese in subbuglio, ridefinendone l’orizzonte socio-politico e culturale anche grazie all’attività, alla potenza comunicativa e al carisma di personaggi come Martin Luther King, Malcom X, Angela Davies e Mohammed Ali.
La compilation della Soul Jazz, Soul of a Nation. Afro-Centric Visions in the Age of Black Power: Underground Jazz, Street Funk & the Roots of Rap 1968-79, raccoglie materiale registrato durante quella manciata di anni decisivi per il Black Power. Quello che accade musicalmente, dalla spoken poetry di Gil Scott-Heron, David Mcknight e Duke Edwards, all’afrocentrismo di Mandingo Griot Society e Oneness of Juju, fino al jazz di Roy Ayers, Phil Cohran e Phil Ranelin, trasmette a diverse generazioni di artisti afroamericani un senso di audace sperimentazione e forte contaminazione, influenzando notevolmente non solo i contenuti ma anche il suono del conscious hip hop degli anni Ottanta e Novanta.
La passione, la potenza e la poesia di queste tredici tracce rendono unica questa raccolta, che sprigiona una spinta alla consapevolezza e all’orgoglio nero a ogni battuta, che si tratti del funk più frenetico o del jazz più cerebrale.
Un album per appassionati, sicuramente, ma consigliabile a tutti.

Soul of a Nation. Afro-Centric Visions in the Age of Black Power: Underground Jazz, Street Funk, & the Roots of Rap 1968-79 (Soul Jazz Records)

Soul of a Nation. Afro-Centric Visions in the Age of Black Power: Underground Jazz, Street Funk, & the Roots of Rap 1968-79 (Soul Jazz Records)

Tracklist:
1) Gil Scott-Heron, “The Revolution Will Not Be Televised”
2) Mandingo Griot Society featuring Don Cherry, “Sounds From The Bush”
3) Roy Ayers Ubiquity, “Red, Black And Green”
4) Philip Cohran And The Artistic Heritage Ensemble, “Malcolm X”
5) Sarah Webster Fabio, “Sweet Songs”
6) Phil Ranelin, “Vibes From The Tribe”
7) Horace Tapscott featuring The Pan Afrikan Peoples Arkestra, “Desert Fairy Princess”
8) David Mcknight, “Strong Men”
9) Joe Henderson, “Black Narcissus”
10) Oneness Of Juju, “African Rhythms”
11) Doug Carn, “Suratal Ihklas”
12) Duke Edwards And The Young Ones, “Is It Too Late”
13) Carlos Garnett, “Mother Of The Future”

Posted in Art, Music | Tagged , , , , , | Leave a comment

Sudan Archives

Ci sono persone alle quali la natura sembra aver dato tutto: talento, carisma e bellezza. Anche se è umanamente difficile, non dobbiamo invidiarle, ma lasciarci ispirare dalle loro qualità.
Sudan Archives, per esempio, è un’artista giovane, bravissima e bella da togliere il fiato, suona il violino e canta, scrive e produce le proprie canzoni fin da ragazzina, quando si chiamava semplicemente Brittney Denise Parks e viveva ancora a Cincinnati in una casa piena di musica e strumenti.
Il suo nome d’arte e il suo esordio discografico, omonimo e pubblicato dalla Stones Throw, indicano una chiara fascinazione per la musica popolare sudanese e dell’Africa nord-orientale, soprattutto per il diverso modo di intendere e suonare il violino, strumento che ha sempre studiato da autodidatta. Così il folk sudanese, nel quale il violino ha una funzione prevalentemente percussiva, si srotola su beat di derivazione hip hop e si fonde con elementi dell’R&B, della musica elettronica sperimentale e dell’improvvisazione avant-garde, creando qualcosa di unico e originale.
Fra le sei tracce di questo ep, arricchite da una vocalità eterea e ammaliante, spiccano “Queen Kunta”, elegantissimo omaggio al pezzo “King Kunta” di Kendrick Lamar, e il singolo “Come Meh Way”, decostruzione ritmica di una base dancehall con molti riferimenti all’R&B romantico degli anni Novanta.
Sudan Archives, artista fieramente indipendente nell’approccio alla musica e al proprio strumento, è la doccia rinfrescante che stavamo cercando in questa caldissima estate. Ora aspettiamo con ansia il primo album full-lenght, ché questo quarto d’ora non ci basta.

Sudan Archives (Stones Throw Records)

Sudan Archives (Stones Throw Records)

Posted in Music | Tagged , , , , , | Leave a comment

The Great Summer Mixtape 2017

È arrivato il momento delle vacanze anche quest’anno, finalmente. Per me niente mare, purtroppo, ma almeno sole, relax, buona compagnia e ampi sorrisi non mi mancano. Mi ritengo soddisfatta così, anche se tornerò in città con un’abbronzatura un po’ scarsa.

Naturalmente, per rinfrescare le mie giornate – e le vostre, se vi va – ho preparato una lunga playlist anti-afa: colorata come una macedonia di frutta, variegata come una coppa di gelato e ruffiana come un bagnino di Baywatch.

Dentro ci trovate il meglio del 2017 fino a oggi: i pezzi che mi sono piaciuti di più in questa prima parte dell’anno e qualche uscita fresca fresca, con molte concessioni al mio lato pop e leggero, ché poi avrò tutto l’inverno per tornare seria e composta. Buona per i viaggi in macchina, le giornate in spiaggia e i pomeriggi di cazzeggio.
Spoiler: non contiene “Despacito”.

Posted in Music | Tagged , , | Leave a comment

Raskit

Nel caso di ferie low profile – pochi soldi, pochi giorni, poche idee – la somministrazione continua di buona musica può aiutare ad alzare il livello di benessere. Per esempio, Dizzee Rascal ha il potere di farmi sentire sempre in vacanza: sarà per quella faccia di gomma, sarà perché sembra l’anima della festa, sarà perché il grime è divertente, ma le sue canzoni sono spesso una botta di vita.
E mentre siamo in pieno revival del genere, con una scena giovane e in pieno fermento, il pioniere Dizzee torna con un nuovo album, Raskit, che esalta le sue radici britanniche e guarda da vicino all’hip hop americano. Se con il lavoro precedente, The Fifth, pareva aver perso il suo smalto per inseguire una strada biecamente commerciale, con questo sesto disco ha fortunatamente aggiustato il tiro, recuperando freschezza e qualità.
Stranamente non ci sono hit spaccaclassifica alla “Bonkers”, la mia canzone motivazionale, ma il livello si mantiene costantemente alto grazie a un Dizzee in forma smagliante. Il suo flow frenetico si esalta nelle inconfondibili rime, velocissime e condensate in strutture serratissime. Lo stile è quello ironico e brillante dei momenti migliori, ma stavolta lascia spazio persino alla riflessione sociale, come in “Slow Your Roll”, che critica la gentrificazione selvaggia di Londra.
Per un Dizzee Rascal che gira alla grande, non sempre c’è una produzione musicale all’altezza della sua inventiva. Se alcune tracce sono perfettamente riuscite, come “Wot U Gonna Do?”, “The Other Side” e “Ghost”, perché allargano i confini sonori del genere ed esplorano nuovi territori, altre risultano monotone e scontate, perché tentano forse di compiacere un pubblico più generico e meno sensibile.
Nel complesso possiamo perdonare qualche banalità in nome di un album che sicuramente non sbancherà come aveva fatto Tongue N’ Cheek (2009), ma restituisce la giusta collocazione a un artista di grande talento. Raskit avvia la modalità relax e funziona meglio in spiaggia con un mojito in mano.

Dizzee Rascal, Raskit (Dirtee Stank/Island Records)

Raskit (Dirtee Stank/Island Records)

Posted in Music | Tagged , , , | Leave a comment

Mura Masa

Da molte generazioni, almeno per noi giovani europei (e soprattutto italiani), Londra è la città che meglio rappresenta il desiderio di fuga e di cambiamento. “Mollo tutto e vado a vivere a Londra”: in tantissimi lo hanno fatto, tutti ci abbiamo pensato almeno una volta.
Ora lo scenario è un po’ mutato, non solo per la Brexit e la paura del terrorismo che hanno reso Londra un po’ meno accogliente di un tempo, ma anche perché nel frattempo si sono aperte altre traiettorie più interessanti.
Tuttavia, il richiamo della sua scena musicale è ancora fortissimo, lo scontro di culture che negli anni ha prodotto tanti generi e stili resta un incredibile motore creativo. Sarà per questo che il ventunenne dj, produttore e musicista Mura Masa aka Alex Crossan, originario dell’isola di Guernsey, ha scelto di dedicare il proprio album di debutto alla Londra multiculturale che lo ha accolto qualche anno fa. Una dichiarazione d’amore a quell’intrico di strade colorate e rumorose che trasudano musiche diverse e piene d’energia.
Il disco di Mura Masa, omonimo e autoprodotto, mantiene la cifra delle tracce che lo hanno portato alla ribalta in questi ultimi anni, mescolando la potenza delle nuove produzioni elettroniche alle sonorità più ruvide del beatmaking e del sampling hip hop.
Insomma, un ragazzino bianco emigrato dal Canale della Manica diventa la voce della Londra multiculturale, prendendo ispirazione da mille cose diverse per creare un suono fresco e originale.
La stessa rete della metropolitana della capitale britannica, attraverso la quale si sposta quell’ininterrotto flusso di stimoli creativi, diventa la base del lavoro produttivo di Crossan. L’album si apre con “Messy Love” e i suoni di un bus urbano che ci porta nei pressi di Brixton, un punto di partenza ideale per la scoperta della città e dei tanti generi musicali che riempiono i diversi quartieri. Si passa attraverso il big beat di “Nuggets” con Bonzai, il brillante calypso di “Love$ick” con A$AP Rocky, la dancehall pop di “1 Night” (che contiene anche un campione di “Tahiti” di Piero Piccioni) con Charli XCX e per il riuscito omaggio a Prince di “NOTHING ELSE!” con Jamie Liddell.
Ma gli ospiti illustri sono ancora tantissimi, da Desiigner a NAO, da Tom Tripp a Christine and the Queens, da A.K. Paul fino a Damon Albarn, che porta il suo contributo alla traccia più significativa, “Blu”, una canzone d’amore sul bisogno di comprensione e comunicazione che chiude l’album in bellezza.
Attenzione: ormai superato il giro di boa di metà anno, Mura Masa potrebbe davvero essere uno dei migliori dischi del 2017. Assolutamente consigliato per chi desidera viaggiare, anche soltanto con la mente, che ci fa bene.

Mura Masa (Anchor Point/ Downtown/Interscope)

Mura Masa (Anchor Point/ Downtown/Interscope)

Posted in Music | Tagged , , , , , | Leave a comment