Colo(u)rs of the World

È vero, il titolo fa un po’ “volemosebbene” e ricorda tanto le campagne pubblicitarie di un noto marchio di abbigliamento italiano, ma in realtà questo immaginario c’entra poco o nulla con il contenuto di questo disco.
Colo(u)rs of the World è il risultato, lungamente atteso, della collaborazione avviata nel 2015 tra il leggendario dj e produttore londinese Chris Read, prolifico maestro nell’arte del mixtape e del campionamento, e il rapper di Chicago Pugs Atomz. I due si sono conosciuti un paio d’anni fa, in occasione del tour inglese di Pugs, e da allora hanno continuato a collaborare a distanza, scambiandosi tracce e spunti da una parte all’altra dell’Oceano.
Dando per scontato che il titolo non si riferisca ai colori dei due artisti – spero bene che il fatto che un bianco e un nero lavorino insieme oggi non costituisca una notizia di per sé – mi piace pensare che i “colori del mondo” siano quelli dei diversi background di provenienza – UK vs. USA – e delle molteplici influenze che qui sono miscelate in perfetto equilibrio.
Questo album colma la distanza tra le sonorità boom bap, molto in voga qualche anno fa, e il nuovo soul, giocando con oscuri frammenti jazz per creare intriganti abbinamenti musicali e levigare l’atmosfera, morbida e piena, ricca di sfumature.
Pugs sfrutta le sua abilità tecniche e il suo flow da fuoriclasse per rimbalzare da uno stile all’altro, dalla concretezza del rap old school fino all’astrazione di certe acrobazie vocali à la OutKast, che non tutti si possono permettere (ma lui sì).
I beat di Read sono fortemente influenzati dall’hip hop degli anni Novanta, ma questa sorta di retromania, apparentemente nostalgica, diventa una cifra originale attraverso l’attualizzazione delle rime di Pugs e degli altri contributi vocali. Gli episodi migliori dell’album sono forse “Black Nite”, con Awdazcat e Inari Gold, e “Chocolate Milk”, con Neak e Mojo Green.

Chris Read & Pugs Atomz, Colo(u)rs of the World (BBE)

Colo(u)rs of the World (BBE)

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Cubafonía

Mentre Cuba resta ancora in cima alla lista dei luoghi che vorrei visitare presto, prima che si trasformi del tutto, posso cercare di avvicinarmi all’isola caraibica almeno con il pensiero, trascinata dalla musica multicolore della giovane cantante jazz Daymé Arocena.
Nonostante la mia tendenza al raziocinio a tutti i costi, la figura di Daymé mi affascina moltissimo, proprio per quella sua aura magica e misteriosa da iniziata alla santería o per la piccola piuma che porta sulla fronte a farle da spirito guida. La sua anima è perfettamente in sintonia con le radici culturali, religiose e musicale di Cuba, che sono da sempre indissolubilmente legate.
Il suo nuovo album, Cubafonía, esalta questo profondo e atavico legame, ma allo stesso tempo mette a frutto le esperienze raccolte intorno al mondo negli ultimi due anni di tour internazionale seguiti a Nueva Era (2015) e One Takes (2016), entrambi prodotti dal suo mentore Gilles Peterson, proprio come questo.
La solida formazione jazz della cantante è integrata e arricchita dai numerosi generi della musica popolare cubana e caraibica, dando così vita a un disco vibrante, appassionato e audace, una vera e propria dichiarazione d’amore a quell’isola meravigliosa. Allo stesso tempo emergono decise le influenze dei suoni e dei ritmi dell’Africa occidentale e centrale, ma anche della musica haitiana, mentre la ventiquattrenne Daymé sfoggia una voce sempre più matura e versatile. Nel giro di undici tracce è capace di cambiare genere, mood, registro e lingua, nonché di sfoggiare doti tecniche incredibili e una grande potenza comunicativa. A volte ricorda Aretha Franklin, come in “Lo Que Fue”, altre volte addirittura Sade, per esempio in “Como”, ma conserva sempre una personalità ben definita e originale.
Cubafonía contiene in sé un mondo intero, variopinto e cangiante, dove c’è spazio per emozioni e sentimenti estremamente diversi fra loro. Le mie canzoni preferite sono le più movimentate, proprio al cuore del disco: “Negra Calidad” potrebbe essere la colonna sonora di un vecchio film western, suonata da una delle storiche formazioni cubane degli anni Cinquanta, mentre “Mambo Na’ Mà” esalta l’energia del mambo con una spruzzata di swing di New Orleans, ricordandoci che la città della Lousiana e L’Avana sono accomunate da molteplici affinità musicali e da mille affascinanti storie creole.

dayme-arocena-cubafonia

Cubafonía (Brownswood)

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Man Vs. Sofa

Visto che la prima volta è andata alla grande, il super-duo di produttori Adrian Sherwood e Rob Ellis aka Pinch ha deciso di lavorare ancora insieme per diffondere il santissimo verbo delle basse frequenze.
Dopo Late Night Endless (2015), amatissimo da pubblico e critica, la leggenda del dub inglese e il pioniere della dubstep di Bristol hanno appena pubblicato il secondo disco insieme, intitolato e pubblicato congiuntamente dalle due rispettive etichette, On-U Sound e Tectonic, entrambe di culto nella scena della bass music.
Se le basse frequenze restano protagoniste, è anche vero che le undici tracce toccano tantissimi generi diversi, talvolta pure distanti fra loro, senza intaccare mai la coesione dell’album, imprevedibile e intrigante come un viaggio avventuroso lungo strade sconosciute. Forse meno accessibile del precedente, ma sicuramente più audace e complesso.
Dal movimentato funk di “Roll Call”, la traccia di apertura, fino al furioso synth-grime di “Gun Law”, che chiude il disco con la voce di Taz (artista Def Jam), passando per l’atmosfera cosmica di “Lies” con l’highlander Lee “Scratch” Perry, le bordate industrial di “Charger”, l’energia percussiva di “Juggling Act” e addirittura la languida cover di “Merry Christmas Mr. Lawrence” di Ryuichi Sakamoto, la grandezza dei due produttori consiste proprio nella capacità di mescolare e sovvertire le caratteristiche sonore distintive l’uno dell’altro. Così nasce un nuovo suono, un nuovo marchio di fabbrica targato proprio Sherwood & Pinch.
Man Vs. Sofa sembra costruito per soddisfare contemporaneamente il richiamo del dancefloor e l’esigenza di un ascolto solitario, la potenza del sound system e l’intimità delle cuffie. Insomma, come preferite, ma non perdetelo.

Sherwood & Pinch, Man Vs. Sofa (On-U Sound/Tectonic Recordings)

Man Vs. Sofa (On-U Sound/Tectonic Recordings)

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The Iceberg

Alcuni artisti vivono periodi particolarmente ispirati e prolifici, come il rapper, produttore e musicista afroamericano (di origini sudanesi) Oddisee, che torna con un nuovo album, dopo averne pubblicati tre nel giro di un anno. Così, dopo The Good Fight (2015), The Odd Tape (2016) e Alwasta Ep (2016), esce in questi giorni The Iceberg, sempre per l’etichetta Mello Music Group.
Queste nuove dodici tracce, suonate in studio con una band stratosferica, rappresentano apparentemente un’antologia di stereotipi e luoghi comuni dell’universo hip hop. In superficie appaiono i soliti temi, come soldi, sesso, problemi sociali e politici legati a razza e religione, ma i testi nascondono significati multidimensionali che cercano di indagare la complessità di concetti fondamentali come individualità e identità. Come ci vediamo noi stessi? Come ci vedono gli altri? Uno, nessuno e centomila, insomma.
Attraverso The Iceberg, che già di per sé è un elemento fortemente metaforico, Oddisee chiede a tutti noi ascoltatori, o forse all’umanità intera, di scavare in profondità – “Digging Deep” è la traccia di apertura – per cercare una base comune che ci aiuti a comprenderci. Ci deve pur essere un livello, magari sotterraneo e quasi irraggiungibile, nel quale siamo tutti diversi e ci amiamo reciprocamente proprio per tale diversità.
Definirlo un disco hip hop è riduttivo: fortemente soul e contaminato da jazz, gospel e R&B, The Iceberg ha l’aura del classico senza tempo. Il primo singolo estratto, “Things”, è una sorta di manifestazione d’intenti per l’intero album, una traccia da ballare, piena di groove, che ci racconta tutte le “cose”, nel senso di problemi e tribolazioni, attraversate da Oddisee. Sono le stesse difficoltà che affrontiamo tutti nella vita, ma la nostra tendenza a individualizzarle ce le fa apparire più gravi. Se solo riuscissimo a vedere che anche gli altri soffrono allo stesso modo e condividono le stesse esperienze dolorose, forse le affronteremmo meglio e proveremmo quell’empatia verso il prossimo, che spesso ci manca.
Il messaggio complessivo dell’album è semplice: bisogna smettere di reagire agli eventi in maniera superficiale e cominciare ad analizzarne le cause. Questo è l’unico modo per cambiare le cose, al contrario si finisce per votare Trump alla Presidenza degli Stati Uniti.

Oddisee, The Iceberg (Mello Music Group)

The Iceberg (Mello Music Group)

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With You Tonight

L’affetto che mi lega agli Strokes è intrecciato ai miei vent’anni e, forse, continua sull’onda della nostalgia per quel periodo rock’n’roll. E, oltre a seguirli fedelmente come band, non mi perdo una mossa di ciascuno di loro, che si tratti di disco solista, progetto parallelo o uscita estemporanea.
Proprio in questi giorni esce With You Tonight, l’album di debutto dei Summer Moon, guidati dal bassista degli Strokes, Nikolai Fraiture. Nati appunto come side project di Fraiture, che già nel 2009 aveva pubblicato The Time of the Assassins a nome Nikel Eye, i Summer Moon si sono presto trasformati in una band vera e propria, ben assortita e molto affiatata, già definita dalla stampa specializzata come il “supergruppo underground”. Insieme a Fraiture, infatti, suonano il batterista Stephen Perkins (Jane’s Addiction), la tastierista e cantante Camila Grey (Uh Huh Her) e il chitarrista Noah Harmon (The Airborne Toxic Event).
Nonostante lo stesso bassista abbia spesso espresso l’esigenza e la voglia di sconfinare, di uscire dal proprio rassicurante vicinato, che poi è New York City, With You Tonight è un lavoro assolutamente newyorchese, inevitabilmente legato al background e alle esperienze dei musicisti che lo hanno realizzato.
Il disco si apre con “Happenin'” nel segno degli Strokes, che tornano spesso nelle diverse tracce, non solo nelle linee di basso e nel modo di suonarlo di Nikolai – e non potrebbe essere altrimenti – ma anche in un certo uso dei sintetizzatori, nel gusto melodico e in molti riff di chitarra. Ma Nikolai ci sorprende anche per le sue performance vocali, trasformandosi talvolta in un David Byrne d’annata, come in “Cleopatra”. Più newyorchese di così…
A rendere tutto coerente e ben costruito contribuisce una spiccata sensibilità pop a tinte scure e una buona dose di psichedelia, come nell’ipnotica “Chemical Solution”, mentre a chiudere il disco è la bellezza malinconica di “Walk out Music”, messa lì proprio a ricordarmi che no, non ho più vent’anni.

Summer Moon, With You Tonight (DTF Records)

With You Tonight (DTF Records)

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Fin

Per il proprio album di debutto come solista, la bravissima e carismatica Syd, già frontwoman della band The Internet, ha scelto un titolo contraddittorio e risolutivo: Fin. Eppure, questo disco suona esattamente come un nuovo inizio, un’altra fase di una carriera già lunga e di alto livello, nonostante i 24 anni. Syd (vero nome Sydney Bennett) appare estremamente concentrata e perfettamente a fuoco sulla propria musica, che si allontana dal nebbioso e fantasioso neo-soul di The Internet per raggiungere un essenziale spazio sonoro, costruito di sintetizzatori e beat minimali.
A parte il supporto su pochissime tracce di alcuni produttori “di grido”, come Hit-Boy, MeLo-X (collaboratore della regina Beyoncé) e Rakhi (al fianco di Kendrick Lamar), Syd ha fatto praticamente tutto da sola. Ha scritto, composto e prodotto le proprie canzoni, rendendole magnetiche e potenti come lei, che si accende come una stella ogni volta che apre bocca per rappare o cantare. Mescolando neo-soul, hip hop e R&B, le influenze musicali con le quali è cresciuta, riesce a essere grintosa e morbida allo stesso tempo, sensuale e vulnerabile, emozionante e determinata.
Syd riprende gli elementi caratteristici dell’R&B, ormai quasi archetipici di un certo tipo di rapporto amoroso, ribaltandoli e adattandoli a se stessa, alle proprie esperienze di vita e alle proprie fantasie, ora con introspettiva profondità, ora con disinibita sfrontatezza. È credibile e convincente in ogni frase, perché non tenta mai di atteggiarsi a quella che non è, ma punta tutto sull’essere se stessa, nelle scelte creative come in quelle umane e personali. Rappa e canta con naturalezza, non s’impone performance muscolari solo per dimostrare di saper prendere note altissime o di poterle tenere un’eternità, ma può sussurrare, esprimersi per sfumature, con la consapevolezza di avere una voce magica.
Il primo singolo, “All About Me”, manifesta le intenzioni di Syd, la sua volontà di auto-determinazione come artista e come persona, in un momento storico nel quale non è per niente facile essere donna, nera e gay, soprattutto contemporaneamente.

syd-fin

Fin (Columbia/Sony)

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Culture

Dopo il debutto del 2013 con Young Rich Niggas e qualche singolo esplosivo, il secondo disco dei Migos si è fatto attendere parecchio. Nel frattempo, se avete familiarizzato con la dab dance, sappiate che probabilmente l’hanno inventata loro e sicuramente l’hanno resa un fenomeno virale.
Sempre avvolti nello sbrilluccichio dorato delle loro catenazze, duri e tamarri com’è giusto che siano tre grintosi rapper di Atlanta, acclamate star della trap, Quavo, Offset e Takeoff si sono presi tutto questo tempo perché probabilmente sapevano di avere per le mani un lavoro importante.
Come si addice al genere, Culture è piuttosto cupo, fatto di ritmiche aggressive e bassi potenti, suoni robotici e Auto-Tune in abbondanza, ma i diversi produttori si sono concessi anche qualche stranezza, elementi inattesi e più musicali. Oltre qualsiasi concetto di flow, lo stile dei Migos conferma e migliora le proprie caratteristiche vincenti, basandosi soprattutto su triplette micidiali e ripetizioni, nonché su un’incredibile capacità di dominare il ritmo. I tre sono capaci di virtuosismi linguistici, ma soprattutto si trascinano e si completano a vicenda, funzionando davvero nell’alternanza e nel sostegno reciproco. L’andamento ondeggiante di Quavo rende al massimo, se sottolineato dalla voce bassa di Takeoff e dalle rime serrate di Offset.
Ad aprire l’album è la title-track, che cala subito l’asso Dj Khaled, lasciando immaginare una successiva parata di celebrità. Sbagliato: i contributi degli ospiti sono pochi e ben misurati, sempre giustificati dalle esigenze dei pezzi e non tanto dalle richieste del mercato. Troviamo Lil Uzi Vert nel singolo “Bad and Boujee”, Gucci Mane in “Slippery”, 2 Chainz in “Deadz” e Travis Scott in “Kelly Price”.
Culture ritrae fedelmente il mondo dei Migos, l’Atlanta (e dintorni) nella quale sono cresciuti e poi sono diventati delle star, conservando tuttavia paure, speranze e paranoie. Childish Gambino magari ha esagerato, dicendo che sono “i Beatles di questa generazione”, ma almeno in un senso aveva ragione: i Migos hanno costretto la cultura popolare a incorporare una parte della cultura della strada, la loro strada. E quindi, se vi sembra che siano diventati improvvisamente commerciali – o pop – vi sbagliate. È il pop che insegue i Migos con la tendenza diffusa a trappizzare tutto, non sempre con degni risultati.

Migos – Culture (300 Entertainment/Quality Control)

Culture (300 Entertainment/Quality Control)

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