Shaneera

Shaneera può sembrare un nome di donna, in realtà è la pronuncia storpiata di una parola femminile, شنيعة, che in arabo indica una cosa oltraggiosa, esagerata e schifosa. Ma nel codice queer di alcuni paesi arabi, in particolare il Kuwait, luogo di origine della musicista e produttrice Fatima Al Qadiri, il termine acquista una diversa accezione, positiva e irriverente, descrivendo una persona forte e capace di sfidare le definizioni di genere, le etichette e le convenzioni. Quella che per la società è una strega cattiva, in questo slang è Shaneera.
Dopo i bellissimi album Asiatisch (2014) e Brute (2016) Fatima Al Qadiri torna a sonorità vicine al mondo arabo, dedicando un ep proprio a questa figura ambigua e appariscente. Nella copertina del disco, contenente cinque tracce e intitolato semplicemente Shaneera, l’artista è ritratta con l’abbigliamento e il trucco carico di una regina queer, mentre guarda dritto negli occhi un immaginario interlocutore.
Le basi elettroniche si ispirano prevalentemente alla musica Khaleeji (الموسيقى الخليجية, letteralmente “musica del Golfo”), un genere contemporaneo originario dei paesi del Golfo Persico, ma in realtà ibrido di elementi arabi, africani, iraniani, indiani e ormai diffuso in tutto il Medio Oriente. È caratterizzato da un massiccio utilizzo dell’oud, di alcuni strumenti ad arco e di molte percussioni tipiche, come i tamburi mirwas e daff e le tabla. Le melodie tipicamente arabeggianti si adattano perfettamente ai testi di Shaneera, malinconici ma sarcastici, ricchi di suggestioni e d’amore, alcuni scritti per l’occasione e altri estrapolati da sketch comici, chat di Grindr e simili spazi virtuali, utilizzando dunque diversi dialetti, specialmente quello egiziano e quello del Kuwait, e un antico proverbio iraniano.
In questa avventura nel regno delle matrigne – malvagie solo con chi se lo merita – Fatima Al Qadiri si fa accompagnare da Lama3an, artista e designer, Chaltam aka Khalid Al Gharaballi, collaboratore di lunga data, e i cantanti Naygow e Bobo Secret, che incarnano al meglio i personaggi del disco, teatrale e intenso, spesso divertente e popolato di strane figure.
In poco più di venti minuti Shaneera dimostra che Fatima Al Qadiri è una delle più grandi produttrici contemporanee: è capace di innovare il proprio suono a ogni opera, creando di volta in volta universi sonori complessi e coerenti. In questo sentito omaggio alle regine del Bene e del Male riesce a sperimentare e provocare con rara intelligenza, ma soprattutto a divertire e far ballare, aprendo nuovi orizzonti di forma e sostanza.

Fatima Al Qadiri, Shaneera (Hyperdub)

Shaneera (Hyperdub)

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Take Me Apart

Lo aspettavamo da tempo, dopo il mixtape Cut 4 Me (2013) e l’ep Hallucinogen (2015), questo album d’esordio di Kelela. Giovane e bellissima, colpisce per la sua personalità forte e per il suo talento straordinario, una voce potente e versatile che regge in qualsiasi condizione, naturale o trasformata dagli effetti, su registri bassi o alti, sola o su molteplici strati sonori.
La lunga attesa per questo disco ci restituisce una nuova galassia pop, basata sul ritmo e sulla fisicità, ma anche sulle emozioni, un mondo sonoro che possiamo toccare per quanto risulta concreto, ma nel quale possiamo perderci, rapiti dalle sensazioni e dall’atmosfera calda e densa delle canzoni.
Kelela mostra una figura di donna forte e decisa, che non si schiera apertamente nelle battaglie per l’emancipazione femminile come altre colleghe, ma ribadisce il proprio diritto alla libertà e all’indipendenza nel racconto di se stessa e delle sue storie d’amore. Take Me Apart la vede alle prese con il tumulto emotivo che si scatena dopo una rottura importante e l’esaltazione regalata dall’inizio di una nuova relazione. Si sente libera e pronta a ricominciare, sexy e lusingata dalla contrapposizione tra i due uomini che la contendono e non possono fare altro che attendere la sua decisione.
Nella sensuale title-track, riuscita contaminazione tra R&B e drum’n’bass prodotta da Al Shux e Jam City, Kelela chiede al proprio partner di esplorare in profondità il suo corpo e la sua mente prima di lasciarsi andare a dichiarazioni troppo sdolcinate, perché deve sapere che dietro quella fisicità prorompente c’è anche un bellissimo cervello: “Don’t say you’re in love, baby, until you learn to take me apart”. Lo stesso tema torna in “Blue Light”, che la cantante usa per sfoggiare una vocalità unica, sorretta dai synth di Dubbel Dutch.
Take Me Apart è una sorta di manifesto del nuovo R&B, anzi, segna l’inizio di un nuovo black pop. Le basi completamente elettroniche sono prodotte da mani diverse per ricevere influenze da altri generi, incorporando molteplici sfumature della bass music e dell’elettronica più attuale, dal grime agli XX. Ma l’album ci presenta anche la nuova Kelela, che nel processo di creazione del proprio originale mondo sonoro si è finalmente innamorata di se stessa.

Kelela, Take Me Apart (Warp)

Take Me Apart (Warp)

 

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Aromanticism

Il concetto di aromanticismo, ovvero l’incapacità o la non volontà di provare sentimenti romantici per le altre persone, è per me assai lontano e difficile da comprendere, ma ugualmente molto affascinante.
Il cantautore californiano-ghanese Moses Sumney l’ha scelto come tema del proprio album di debutto, intitolato appunto Aromanticism, aiutandomi a capirne le sfumature più malinconiche, quel misto di solitudine, fragilità e amarezza che spesso avvolge l’aromantico.
La chiave dell’album – intenso, sensuale e doloroso allo stesso tempo – è racchiusa in questa frase potente e contraddittoria della scura “Doomed”: “If lovelessness is godlessness / Will you cast me to the wayside?”. I testi del giovane Moses sono esistenziali, profondi e velati di tristezza, ma anche pieni di erotismo (per esempio, “Make Out in My Car”) e di interrogativi senza risposta. La sua voce è meravigliosa, versatile ed espressiva come poche, dai registri più bassi fino a un celestiale falsetto.
Alle parole corrisponde un universo sonoro elegante come un lungo vestito da sera, nero e senza fronzoli, così essenziale da risultare talvolta persino austero. Si sentono le influenze del soul anni Settanta e del neo-soul anni Novanta, ma anche di alcune correnti jazz, più o meno recenti, e della delicatezza di alcuni cantautori ormai classici.
Traccia dopo traccia, il fine di questo album sembra essere il superamento degli stereotipi sull’amore romantico e delle convenzioni sociali legate ai rapporti umani, lasciandoci forse delusi, ma sicuramente più consapevoli e illuminati.
Insomma, Moses Sumney vuole dirci che non tutti siamo destinati a trovare qualcuno di speciale con il quale trascorrere l’intera vita, non a tutti interessa impegnarsi in una faticosa relazione sentimentale, ma non per questo l’esistenza è più semplice. Dai tormenti non c’è scampo.

Aromanticism (Jagjaguwar)

Aromanticism (Jagjaguwar)

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Lekhfa

Può sembrare assurdo, ma anche in una metropoli gigante e tentacolare come Il Cairo la scena musicale indie, che in questo caso significa semplicemente non mainstream, si riduce a un giro ristretto di artisti che si conoscono fra loro e si scambiano collaborazioni.
La situazione è talmente complicata – a partire dalla mancanza di soldi e di spazi – che è inevitabile incontrarsi negli stessi posti (studi di registrazione, locali, festival) e creare una rete a maglie molto strette per sopravvivere e supportarsi a vicenda. Le figure e i punti di riferimento sono pochi, perciò diventano calamite potenti.
Maryam SalehMaurice Louca e Tamer Abu Ghazaleh sono riusciti a farsi largo grazie ai rispettivi album solisti, ai progetti paralleli e alle numerose collaborazioni: oggi sono fra i musicisti più influenti e carismatici di questa scena indipendente. Ovviamente hanno già lavorato insieme in passato, in diverse combinazioni, perciò l’uscita di un disco “a sei mani” era nell’aria da tempo.
Lekhfa (الإخفاء) unisce le loro personalità musicali in un’opera piena di forza ed eleganza. La voce potente e versatile di Maryam Saleh si distende e s’impenna sulle percussioni, i beat elettronici, le chitarre e i synth di Maurice Louca, dialogando con l’altra voce, quella maschile e ruvida di Tamer Abu Ghazaleh, che a sua volta contribuisce alla trama sonora sia con la strumentazione acustica della tradizione mediorientale (oud, bouzouki, mizmar) sia con tastiere e chitarre elettriche. Più energico Louca, più introspettivo Ghazaleh, si bilanciano per sostenere la vulcanica compagna.
Tutti i testi sono stati scritti dal poeta Mido Zohair, a tutti gli effetti parte di questo supergruppo, che nei suoi versi distopici e surreali esprime tutto il disagio e la claustrofobia della società egiziana, ormai in caduta libera verso l’assurdo. Disilluse le promesse rivoluzionarie, schiacciate le residue speranze dalla mano pesante dell’ex generale Al Sisi, con povertà e disoccupazione ai massimi livelli, è difficile guardare al futuro senza immaginare scenari catastrofici.
Altri musicisti di talento hanno suonato nelle otto tracce di Lekhfa, che è stato concepito sul mare di Alessandria, ma poi registrato in tre sessioni al Cairo, Amman e Beirut. A Beirut è stato anche mixato dal bravissimo multistrumentista e produttore iracheno Khyam Allami, fondatore dell’etichetta Nawa Recording e autore della colonna sonora del pluripremiato film À peine j’ouvre les yeux della giovane regista franco-tunisina Leyla Bouzid.
In un solo album, il meglio del pop alternativo in lingua araba: l’ennesima contraddizione in termini che capita di usare, quando si parla di Egitto.

Lekhfa (Mostakell)

Lekhfa (Mostakell)

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MAKANDA at the End of Space, the Beginning of Time

Tanta brutta gente sembra non capire oggi che la contaminazione fra culture è una ricchezza inestimabile, forse l’unica che ci resta nella tabula rasa che ci stiamo facendo intorno.
La musica, come l’arte in generale, è il campo che meglio riesce a recepire ed elaborare il culture clash in atto nella nostra società postmoderna. Molti artisti, soprattutto quelli cresciuti in bilico tra mondi diversi e, in un certo senso, più fortunati, sfruttano la loro origine plurale come base della loro spinta creativa.
Per esempio, il secondo album del cantautore Pierre Kwenders, cresciuto a Montreal da famiglia congolese, è proprio l’espressione riuscita della sua ricchezza culturale e della potenza comunicativa del nuovo suono globale.
Un lungo filo unisce Kinshasa, Montreal e Seattle, le tre città che hanno visto le diverse fasi di lavorazione di questo sontuoso MAKANDA at the End of Space, the Beginning of Time, un disco che dimostra la profondità delle radici africane di Kwenders, la sua consapevolezza del presente e la sua visione del futuro. Sicuramente l’incontro con un altro figlio della diaspora africana, il musicista e produttore Tendai Maraire degli Shabazz Palaces, nato a Seattle ma originario dello Zimbabwe, è stato fondamentale nell’elaborazione del suono complessivo. Suono che risulta ricco di colori e sfumature, ma distintivo e coerente, così come il messaggio è chiaro, anche se cantato e rappato in quattro lingue diverse: inglese, francese, lingala e tshiluba (le lingue bantu parlate nella Repubblica Democratica del Congo). Si tratta sempre del più universale dei temi, quell’amore che a tutte le latitudini provoca uguali emozioni e sentimenti.
Nel corso delle undici tracce la rumba congolese e i ritmi africani si mescolano ai suoni elettronici e ai sintetizzatori, ma anche agli ottoni, alle chitarre e agli archi, grazie al contributo di numerosi musicisti che si sono completamente immersi nello spirito di questo viaggio nello spazio e nel tempo. In “Makanda” troviamo anche la voce della bravissima SassyBlack, perfetta per l’atmosfera morbida e ipnotica del brano.
Il momento centrale di MAKANDA è il singolo “Sexus Nexus Plexus”, la splendida fusione di tutti gli elementi musicali presenti nell’album, il distillato di un’intera visione del mondo, la musica soul panafricana insieme a quella americana, tenute insieme da un sensuale sassofono e dal riverbero sulle voci, che ci trasportano con leggerezza in un’ideale comfort zone. Basta chiudere gli occhi e accettare il passaggio verso il futuro.

MAKANDA at the End of Space, the Beginning of Time (Bonsound)

MAKANDA at the End of Space, the Beginning of Time (Bonsound)

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Women Empowerment

La disparità di genere è un problema ancora molto serio in Egitto. Bambine, ragazze, donne giovani e adulte si trovano quotidianamente a fare i conti con le difficoltà che comporta il loro essere “femmine”. Sono private di diritti fondamentali, frequentemente sono soggette ad abusi e molestie, spesso non sono libere di inseguire i propri sogni o di prendere decisioni importanti per loro stesse.
Il cambiamento di questa situazione prevede un cammino lunghissimo e pieno di ostacoli, ma ogni tanto, per fortuna, si scorge all’orizzonte qualche piccolo segnale positivo in favore dei diritti delle donne e della loro emancipazione.

Negli ultimi anni dal mondo dell’arte e della cultura si sono alzate diverse voci. Come quella di Mohamed Radwan aka Sober, street artist egiziano che ha dedicato ai temi del Women Empowerment e dei diritti delle donne l’intero muro commissionatogli dalla proprietà del Sea Hub, enorme complesso commerciale di un’importante località turistica sulla costa settentrionale del Paese. Considerando la sensibilità dell’argomento, accettare il progetto di Sober è stata una scelta coraggiosa, soprattutto perché tutto quello spazio avrebbe potuto essere destinato alla pubblicità.

Women Empowerment by Sober

Attratta dalle dimensioni del muro e dalla forza comunicativa dei pezzi che lo compongono, ho contattato Radwan per fargli qualche domanda e scoprire qualcosa in più sul suo lavoro.

Perché hai deciso di dedicare il muro del Sea Hub al tema dell’emancipazione femminile e dei diritti delle donne?
Sober – Credo che l’arte urbana, che siano graffiti o street art, debba sempre avere uno scopo sociale, una causa. Quando mi hanno contattato i proprietari del Sea Hub per realizzare un muro di grandi dimensioni (5 x 70 metri), ho pensato che per la natura commerciale e turistica del luogo sarebbe stato necessario fare qualcosa che avesse un valore sociale, così ho proposto di usare quel muro per celebrare le donne e sensibilizzare sui temi dell’emancipazione femminile, della parità di genere e dei diritti delle donne. I proprietari si sono fatti convincere e, insieme al mio “socio” Abd El Rahman El Bialy, ho sviluppato i diversi soggetti che compongono il muro. Per la realizzazione siamo stati aiutati da cinque artisti volontari, quindi il gruppo di lavoro era formato da sette persone.

Il muro è enorme e si compone di diverse parti, quali sono?
Sober – Innanzitutto, abbiamo deciso di sviluppare l’opera in diverse sezioni, nove in tutto, proprio a causa delle dimensioni del muro e del tempo limitatissimo che avevamo a disposizione, solo una settimana. Abbiamo fatto in modo che le parti fossero coerenti e omogenee fra loro, ma ognuna di loro funzionasse anche se presa singolarmente: se non avessimo completato l’intero murale, il significato generale non sarebbe stato compromesso e l’opera avrebbe avuto ugualmente un senso.
Il muro comincia con un’icona del mondo dei fumetti, Wonder Woman, poi prosegue con la canzone “Who Run The World (Girls)” di Beyoncé, che invece è un’icona di oggi, un modello di bellezza, talento e potenza femminile per tante ragazze di tutto il pianeta. Poi ci sono la celebre donna lavoratrice, la ragazza con i baffi finti che prende in giro un simbolo maschile, la frase “Girls Just want to have FUNdamental Human Rights”, la rosa di protesta e la leonessa. A chiudere è una donna che sfonda il muro, che rappresenta la rottura dei tabù e dei limiti imposti dalla società.

Women Empowerment by Sober

Tecnicamente, quali difficoltà avete incontrato?
Sober – La prima sfida era rappresentata dalle dimensioni del muro: cinque metri di altezza per settanta metri di lunghezza. Non avevo mai avuto a che fare con questo ordine di grandezza.
La seconda sfida, invece, era il tempo molto limitato che avevamo a disposizione per completare il muro: soltanto sette giorni, non uno di più. Senza contare i problemi legati alle condizioni meteorologiche estive della costa settentrionale egiziana, che è caldissima di giorno, ma molto umida e ventosa di notte. Dipingere tutto il giorno sotto il sole è faticoso, mentre l’umidità e il vento della notte rovinano gli stencil. Fortunatamente la nostra crew era formata da bravissimi artisti, tutti determinati a raggiungere l’obiettivo.

Women Empowerment by Sober

Facciamo un passo indietro: qual è stato il tuo percorso artistico dalla Rivoluzione del 25 gennaio 2011 a oggi? Il tuo modo di fare arte è cambiato? E la scena artistica e culturale si è trasformata?
Sober – Ho iniziato a fare graffiti per le strade dopo la Rivoluzione egiziana e durante il subbuglio politico che ne è seguito, soprattutto dal 2012. Ero spinto dalla volontà di oppormi alla restaurazione di un sistema politico identico a quello che avevamo appena rovesciato e di sostenere i nostri ideali rivoluzionari.
Sicuramente la Rivoluzione ha plasmato il mio modo di fare arte, perché prima tutto quello che facevo era confinato al mio quaderno e ad alcune piattaforme digitali, non avevo mai fatto street art. Quando ho cominciato, in realtà, non avevo la volontà né la consapevolezza di fare arte, ma avevo l’intenzione di dare voce alle mie convinzioni e alle mie idee politiche. Soltanto in un secondo momento ho iniziato a sperimentare nella forma e nel contenuto, provando diverse tecniche e ampliando i miei orizzonti stilistici e tematici.
La Rivoluzione ha dato uno scopo ai giovani egiziani e ha risvegliato il loro orgoglio, aprendo allo stesso tempo ampi spazi di libertà e dando un’esposizione globale a quel movimento. Questo ha spinto e incoraggiato tantissimi ragazzi e ragazze a provare cose nuove, che fossero graffiti, attivismo o addirittura imprese vere e proprie. Per alcuni anni c’è stato sicuramente un cambiamento nel campo dell’arte e della cultura, credo in positivo.

E oggi che cosa significa essere un artista in Egitto?
Sober – Non so se posso definirmi un artista, direi piuttosto che sono un appassionato di street art che ormai ha una certa dimestichezza con le tecniche e coglie tutte le opportunità.
Tuttavia, se vogliamo considerare la condizione di artista in Egitto, da un paio d’anni a questa parte è sicuramente molto problematica ed estremamente frustrante. Gli artisti hanno bisogno di spazi e di libertà per crescere, sperimentare, esprimere nuove idee e provare nuovi mezzi espressivi, ma ormai l’entusiasmo e la grande libertà che avevamo provato nel periodo immediatamente successivo alla Rivoluzione si sono ridotti fino a sparire.

Piccolo spazio pubblicità: per approfondire il tema delle controculture in Egitto dalla Rivoluzione del 25 gennaio 2011 in poi, c’è Cairo Calling (2016, Agenzia X).

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Afrobeats Hot Hits: New Urban Dance Grooves From Africa

L’estate è praticamente finita e sono riuscita a non fare nemmeno un bagno al mare, ma va bene così: l’autunno sarà pieno di sfide e di sorprese, mi farò trovare pronta lo stesso.
Tuttavia, ho voglia di chiudere la stagione con una bella botta di vita, concedendo al mio lato tamarro un’ultima compilation che mi trasporti, almeno idealmente, davanti a un chiringuito sulla spiaggia.
Eccomi dunque con i piedi nella tinozza e il ventilatore contro la faccia, ad ascoltare l’album Afrobeats Hot Hits: New Urban Dance Grooves From Africa, pubblicato a fine agosto dall’etichetta newyorchese Shanachie.
La raccolta propone il meglio della musica Afrobeats (da non confondere assolutamente con l’Afrobeat del leggendario Fela Kuti), che mescola diversi generi di dance in un ibrido potente, muscolare e molto coinvolgente. Dancehall, soca, ritmi africani (in particolare dell’Africa occidentale, soprattutto Nigeria), tropical house e hip hop sono gli ingredienti principali della formula, che in poco tempo ha affascinato anche tanti artisti americani ed europei e influenzato le loro canzoni. Avete presente “One Dance” di Drake con il nigeriano Wizkid?
Lo stesso Wizkid è ovviamente presente nel disco, insieme a tutte le altre stelle di questa scena musicale così variopinta e aperta alle contaminazioni sonore e stilistiche. Troviamo Davido, Timaya, Tiwa Savage, Tekno, Yemi Alade e gli altri artisti che hanno contribuito a portare l’Afrobeats da una nicchia dell’Africa occidentale al mainstream globale. Alcune tracce hanno già fatto la storia del genere e riempito i club di tutto il mondo, come “Skelewo” di Davido o “Shake Ur Bum Bum” di Timaya con la partecipazione di Sean Paul, uno che ha compreso fin da subito le potenzialità di questi suoni. Il pezzo migliore è forse “Ileko” di Tiwa Savage, definita a ragione the Queen of Afrobeats, ma l’intera raccolta è perfetta per immergersi nel calore e nell’energia di una musica che va ascoltata a volume altissimo per essere apprezzata davvero.

Afrobeat Hot Hits: New Urban Dance Grooves From Africa (Shanachie Entertainment)

Afrobeat Hot Hits: New Urban Dance Grooves From Africa (Shanachie Entertainment)

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