Dirty Computer

Ci sono persone dotate per natura di un grande carisma, così tutto quello che fanno diventa importante. Janelle Monáe è una di queste, quindi non mi spiego perché non sia già ascesa allo status di indiscutibile icona del nostro tempo al pari di altre figure meno interessanti e significative. Sì, certo, è molto famosa e apprezzata, ma non è ancora riuscita a diventare davvero mainstream, come è successo ad altre sue colleghe con qualche merito in meno.
Probabilmente dipende dalla complessità di Janelle – queer, afroamericana, indipendente – e del suo lavoro – musica pop, sì, ma non semplice easy listening – che quindi richiedono un certo impegno per una comprensione profonda.
Non è un caso che il nuovo album, Dirty Computer, porti con sé un senso di sollievo palpabile, come lo sfogo liberatorio di un’artista che ha voluto riflettere a lungo sul cammino da proseguire e sul messaggio da trasmettere, che più chiaro di così non si poteva. Ecco perché è accompagnato anche da una componente video fondamentale, una sorta di serie a episodi allusiva e provocatoria, che racconta lo stato di sorveglianza e repressione nel quale sono costantemente costrette le persone afroamericane omosessuali nei democratici e libertari Stati Uniti.
Musicalmente è un disco meno impressionante rispetto a The ArchAndroid (2010) e The Electric Lady (2013), ma continua l’esplorazione dell’universo black di ieri e di oggi attraverso la dicotomia essere umano/macchina e rende sempre più esplicite le influenze e i riferimenti, come Prince, George Clinton e gli Chic. È un’opera pop, ma originale, segnata dai sentimenti contrastanti di una personalità multiforme, molto spesso gioiosa e vitale, qualche volta anche arrabbiata e rassegnata.
Ad aprire l’album è la title-track (con la partecipazione di Brian Wilson), gonfia di sintetizzatori e chitarre ritmiche che lasciano sospesi nella felice attesa di quello che verrà. Il rap di “Django Jane” afferma il diritto alla propria alterità, mentre “So Afraid” descrive tutta la vulnerabilità e la fragilità di chi svela apertamente i propri sentimenti. Efficace, come sempre, il tocco di Pharrell Williams in “I Got The Juice”, ma non sono da meno i contributi di Zoë Kravitz in “Screwed” e di Grimes in “Pynk”. Un po’ di polvere magica la spargono anche Thundercat, bassista in “Take A Byte”, e il grande Stevie Wonder con la sua benedizione in “Stevie’s Dream”.
Dalle linee di basso funk alle melodie sinuose, dalle manipolazioni elettroniche alla vocalità cangiante, Dirty Computer parla della gioia di essere liberi, perciò Janelle Monáe lo dedica a chiunque sia costretto a lottare per esprimere la propria sessualità: “be proud!”.

Janelle Monae, Dirty Computer (Bad Boy/Atlantic Records)

Dirty Computer (Bad Boy/Atlantic Records)

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The Great Mixtape Top Five #27

È stata una settimana di nuovi inizi per me e, di conseguenza, per le persone che mi sono più vicine. Giorni di pensieri fitti fitti e di nuove sfide da affrontare, portatrici di ansie e timori, ma anche di stimoli e adrenalina. Cominciare da capo – che si tratti di amore, lavoro o qualsiasi altro campo – è sempre un atto sovversivo e spaventoso allo stesso tempo, ma è proprio quello spavento che ci fa sentire vivi e ci dà la spinta per fare il secondo passo, dopo il primo.

E allora è l’occasione giusta per compilare una Top Five dedicata ai nuovi inizi, impegnativi quanto necessari per dare un senso alle nostre esistenze, mai semplici e mai abbastanza complicate.

5) “Revolution”, Beatles (1968). Arrivati a un certo punto, ci vuole una rivoluzione. Vale per la vita delle persone, vale per il mondo intero. Siamo a quel punto, facciamo ‘sta rivoluzione.

4) “First Day Of My Life”, Bright Eyes (2005). L’incontro con la persona giusta trasforma quel giorno nel primo di una nuova vita: un po’ di sentimentalismo è d’obbligo, almeno in questo caso.

3) “I Wonder”, Kanye West (2007). Se c’è uno poco modesto, quello è Kanye West. Ma la forza e la sicurezza con le quali afferma di poter realizzare tutti i propri sogni e di raggiungere quello che vuole, fanno di lui un grande motivatore. D’altronde, lui ce l’ha fatta.

2) “Absolute Beginners”, David Bowie (1986). Nella colonna sonora del film omonimo di Julien Temple spicca questo brano del Duca Bianco, che racconta lo stato d’animo di chi arriva in un nuovo mondo con la mente priva di sovrastrutture, ingenua e senza istruzione.

1) “Feeling Good”, Nina Simone (1965). “It’s a new dawn / It’s a new day / It’s a new life for me / I’m feelin’ good…” Queste semplici frasi nella splendida voce di Nina Simone non possono che buttarci giù dal letto e spingerci alla conquista del nuovo giorno, il nostro nuovo inizio.

Foto © Jack Robinson/Hulton Archive/Getty Images

Anche stavolta, più del solito, ci vuole un bel bonus di incoraggiamento. Insieme a un caffè forte e a una sostanziosa dose di zuccheri complessi.

*) “Don’t You Worry ‘Bout A Thing”, Stevie Wonder (1973). Gli ostacoli, i cambiamenti e le novità sono inevitabili nella vita di ognuno, ma non c’è da preoccuparsi se al nostro fianco abbiamo qualcuno di speciale.

 

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Knock Knock

Ci sono giorni faticosi, quelli che ti fanno pensare a quanto vorresti chiudere gli occhi ed essere altrove, senza preoccuparti dell’imminente domani per vivere un infinito oggi. Quell’altrove per me assomiglia moltissimo al mondo sonoro di Knock Knock, l’ultimo album di Dj Koze – nome d’arte del produttore Stephan Kozalla da Amburgo, Germania – e al suo straniante e colorato mix di elettronica e pop.
Dopo gli inizi della sua attività musicale con la band hip hop Fischmob, nei primi anni Novanta, e con il supergruppo elettro-funk degli International Pony, Dj Koze ha spiccato il volo come dj e produttore, pubblicando una lunga serie di remix e singoli e una manciata di dischi, l’ultimo dei quali risale al 2013, Amygdala.
Nel frattempo ha continuato a esplorare le vaste lande, tutt’altro che deserte e desolate, della musica elettronica e delle sue possibili emanazioni, attraversando confini di genere e mescolando stili e influenze per creare spazi sonori ricchi di elementi eppure ampi e ariosi con un orecchio alla melodia e l’altro al dancefloor.
Il primo singolo estratto da Knock Knock, intitolato “Pick Up”, è una sorta di manifesto dell’intero album, nonché la traccia più riuscita: una linea melodica semplice ed efficace su un malinconico loop campionato da una canzone della cantante soul Gladys Knight.
Le chitarre funk di “Colors of Autumn” disegnano uno sfondo brillante per la voce piena di soul di Speech degli Arrested Development, mentre in “Bonfire” prevale la malinconia attraverso il sample di una voce totalmente diversa, quella di Bon Iver, incastrata su riff acidi e scuri strati di synth.
Non mancano gli ospiti importanti, come l’inconfondibile Roísín Murphy, il cantautore e svedese José Gonzáles e l’elegante Sophia Kennedy, per un disco strano eppure assolutamente pop, dove entrambi gli aggettivi assumono una connotazione del tutto positiva.

Dj Koze, Knock Knock (Pampa Records)

Knock Knock (Pampa Records)

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Exotic Worlds and Masterful Treasures

È arrivato maggio, senza che ce ne accorgessimo, e la primavera è finalmente esplosa nei suoi colori più brillanti, nei suoi cieli azzurri, nei nostri vestiti leggeri e nei suoi maledetti pollini. La desideravo così tanto, che non mi danno nemmeno fastidio (solo un po’).
E ora si comincia a pensare anche alle vacanze estive (falsa: io ci penso tutto l’anno), sognando località esotiche, spiagge bianchissime e palme rigogliose. Si sa, qui vince sempre il partito del last minute, ma almeno sulla colonna sonora possiamo giocare con anticipo.
Partiamo con Stimulator Jones e il suo album di debutto, Exotic Worlds and Masterful Treasures, che ci conduce in un morbido universo R&B ispirato al meglio degli anni Settanta e Ottanta.
Cresciuto fra i Monti Appalachi, a Roanoke, Virginia, dove ha sicuramente respirato più bluegrass che R&B, il pallido Sam Lunsford è convinto che la musica americana sia il risultato di una varietà di persone con differenti origini culturali, che “combinano e condividono i loro mezzi espressivi, liberi da restrizioni”. Secondo lui, qualsiasi confine o barriera è un’illusione, perché è “cresciuto in un ambiente familiare, nel quale soul, rock, folk, country, jazz, blues, funk, reggae, rap, opera e musica classica erano ascoltati senza soluzione di continuità”. Sull’assenza di etichette e categorie nella cultura americana – musicale e non – possiamo eventualmente discutere, ma davvero nelle tracce di Stimulator Jones si sente questa composita diversità di influenze. “Per me è perfettamente naturale apprezzare questo ampio mix di suoni.”
Dopo gli esordi come dj nella scena hip hop della propria città, Sam ha fatto parte di alcune band e ha iniziato a scrivere canzoni, aiutato dalla capacità di suonare qualsiasi strumento, dal banjo al violino, dall’armonica al sitar, fino al campanello della bici e alla sua voce.
Tutti i pezzi di Exotic Worlds and Masterful Treasures sono interamente suonati e prodotti da lui, che si è appassionato anche alla registrazione e alla manipolazione del suono fin da ragazzino, quando suo padre regalò al fratello maggiore un Vestax a quattro tracce nel lontano 1993. Gli piace avere il controllo totale sulla propria musica e sul risultato finale, è un perfezionista un po’ maniaco, che si bulla perché in “Give My All” tutti gli strumenti si stoppano esattamente nello stesso istante, ma la cura per il dettaglio è evidente dall’inizio alla fine del disco.
Le avvolgenti basi strumentali, retrò e piene di groove, combinano il suono e l’atmosfera del soul e del funk con le strutture dell’hip hop e della musica elettronica, mentre la voce di Sam ricorda molto quella di Jamie Lidell, sia nel timbro sia nelle modalità espressive.
La morbida e sensuale “Need Your Body” è la più indicata per mettersi in modalità relax al tramonto sul mare e, mi raccomando, non dimenticate il vostro Sexy on the beach al bancone del chiringuito, ché poi alzarsi dalla sdraio per tornare a prenderlo è una rottura.

Exotic Worlds and Masterful Treasures (Stones Throw Records)

Exotic Worlds and Masterful Treasures (Stones Throw Records)

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Isolation

Organizzare una festa piena di gente famosa e restare l’assoluta protagonista della scena: è quello che riesce a fare Kali Uchis con il suo disco di debutto, Isolation. La giovanissima cantante, produttrice e stilista, cresciuta in Virginia da genitori colombiani (il vero nome è Karly-Marina Loaiza), lascia in secondo piano persino Damon Albarn, Kevin Parker dei Tame Impala, il rapper Tyler, The Creator e Thundercat, oltre a una manciata di altri ospiti di rilievo, e si presenta all’esordio con una prova di grandissima personalità.
Definire le quindici tracce di Isolation con un solo genere è impossibile, la voce bellissima e suadente di Kali Uchis, spesso paragonata a quella di Billie Holiday, ci conduce in un viaggio attraverso un mondo R&B dalle mille sfumature, dal dream pop al neo-soul, dal reggaeton al funk fino alla bossa nova.
Sicura di sé e dei propri notevoli mezzi, a ventitré anni Kali Uchis sa essere romantica ed energica, forte e vulnerabile, leggera e impegnata, soprattutto quando parla della propria storia e del contesto multiculturale nel quale è cresciuta. In “Miami”, per esempio, con la rapper BIA paragona l’attività frenetica degli immigrati, non sempre legale, con la truffaldina promessa del sogno americano, tenendo sullo sfondo una città basata sulle apparenze, tutta palme e illusioni infrante. In “Your Teeth in My Neck” parla di sfruttamento del lavoro e ingiustizia sociale, utilizzando l’azzeccata metafora dei grossi affaristi e capitani d’industria come vampiri.
Se la raffinata “Feel Like a Fool” ricorda Amy Winehouse, pur senza quella maledizione e quel tormento, la pseudo-chiptone di “In My Dreams” potrebbe stare dentro un disco dei Gorillaz, Mr. Albarn compreso.
Bellissime anche “Tyrant”, con la cantante Jorja Smith – nuova fantastica voce della scena R&B britannica – e la disco psichedelica di “Tomorrow”, con lo zampino inconfondibile di Parker dei Tame Impala.
Grazie, Kali Uchis, per questo regalo di aprile che ci accompagnerà per tutta l’estate e per l’inverno successivo: Isolation è il disco R&B – e oltre – che stavamo aspettando.

Kali Uchis, Isolation (Virgin Records)

Isolation (Virgin Records)

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Invasion of Privacy

Dagli strip-club a Instagram, dai social ai reality, dal trash al rap, fino alla conquista del trono: la storia di Cardi B è il più classico degli esempi di ascesa al successo. E se lo merita tutto, questa giovane donna del Bronx dal nome esotico e fascinoso – Belcalis Almanzar – metà trinidada e metà dominicana, che in poco tempo è diventata la nuova regina di un mondo maschilista e sospettoso verso le artiste, come se avessero per forza bisogno di essere prese sotto l’ala protettiva di qualcuno.
Dopo un paio di mixtape, qualche collaborazione importante e i primi singoli, è finalmente uscito il suo debutto discografico, Invasion of Privacy, che già si candida fra i migliori album di quest’anno con buonissime probabilità di vincere.
Come la stessa Cardi, è un’opera appariscente, sfrontata e senza mezze misure, ma non teme di mostrare un lato vulnerabile, di scoprire qualche ferita. Le cicatrici insegnano a essere più forti e qui la lezione sembra essere stata appresa e assimilata.
Le canzoni sono spesso costruite sullo scontro: lei, la dura, quella che sa il fatto suo, contro qualcun altro, che sia un ex fidanzato, un hater, uno stronzo qualsiasi. La sua lingua è precisa, tagliente, si avvolge intorno a ogni parola per renderla più forte e caricarla di potenza comunicativa. Riesce a essere divertente o incazzata, intelligente o disimpegnata, e a fare giochi di parole degni del più navigato mc, mentre ti attraversa con lo sguardo e ti mette al tappeto.
La produzione, affidata a diverse mani per coprire tutto lo spettro del nuovo universo hip hop, permette a Cardi B di sfoggiare le proprie doti su stili e sottogeneri diversi, dall’R&B alla trap fino al reggaeton, e di concedersi persino qualche momento melodico. Trascinata dai primi tre singoli, “Bodak Yellow”, “Bartier Cardi” e “Be Careful”, Invasion of Privacy è l’autobiografia condensata di un’artista che, dopo aver finalmente conquistato un posto al sole, bello largo, di sicuro non vuole mollarlo ed è pronta a tenerselo a ogni costo. “I’m a rich bitch and I smell like it”, ci dice nella traccia di chiusura, “I Do”, che la vede duettare con SZA.
Oltre all’altra principessa del rap, nel disco sentiamo anche Migos, Chance the Rapper, Kehlani, 21 Savage, Bad Bunny e J Balvin. I due nomi grossi dell’hip hop latino fanno festa insieme a Cardi B in “I Like it”, che trasforma un classico boogaloo del 1967 di Pete Rodriguez nella colonna sonora trap di un block party newyorchese.
Ma Cardi B non è solo il carrarmato che non si ferma davanti a nulla, è soprattutto una ragazza dal passato difficile che ora ha finalmente trovato il riscatto attraverso un grande talento. Ecco perché qui non mancano le emozioni, talvolta più evidenti come in “Thru Your Phone”, altre volte nascoste dietro la colorita arroganza di una bella faccia tosta pronta a farsi largo nel mondo.
D’altronde, come dimostrano le benedizioni importanti di Beyoncé e Bruno Mars (solo per citarne un paio), è difficile non ammirare la sua determinazione, impossibile non amare il suo carattere schietto e tenace: Cardi B è una combattente capace di galvanizzare anche chi le sta intorno. Chiaramente, dato il percorso non convenzionale che l’ha portata in vetta, la schiera degli hater è piuttosto nutrita, ma giurerei che non convenga a nessuno mettersi contro di lei.

Cardi B, Invasion of Privacy (Atlantic Records)

Invasion of Privacy (Atlantic Records)

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Everything’s Fine

“Come va?” “Tutto bene, grazie.”
Quando s’incontra qualcuno, è buona educazione chiedere come sta. Ed è altrettanto buona educazione rispondere che va tutto per il meglio, perché non è carino ammorbare gli altri con i propri cazzi, ognuno ha i suoi e se li deve smazzare. Allora non potremmo risparmiare un sacco di tempo, evitando questi inutili convenevoli?
L’ipocrisia che sta dietro a certe norme sociali è il tema centrale di Everything’s Fine, nuovo album dei due rapper e beatmaker Jean Grae e Quelle Chris, in uscita per l’etichetta Mello Music Group. Pieno di humor nero e satira, il disco sottolinea che, al contrario di quanto vogliamo far credere a noi stessi e agli altri, nel mondo di oggi non c’è proprio niente che vada davvero bene e l’ansia ci divora quotidianamente. Forse dovremmo essere più onesti e diretti, magari farebbe bene ai tanti che sembrano avere le fette di prosciutto sugli occhi e non si preoccupano dell’inferno che li circonda, trovano superfluo e dispendioso fare la raccolta differenziata, pensano che la guerra in Siria non li riguardi e che far morire centinaia di uomini, donne e bambini in mare non sia poi così grave.
Dal punto di vista artistico, Everything’s Fine è un esempio di straordinaria collaborazione: l’interplay tra i due rapper rivela un profondo affiatamento creativo (magari la relazione sentimentale aiuta), ma valorizza entrambe le personalità. Allo stesso modo, la produzione in coppia funziona alla perfezione e rimanda ai momenti migliori dell’hip hop colto, qui contaminato con jazz, R&B e dream pop. Mentre l’approccio di Jean Grae è più tecnico e musicale, quello di Chris Quelle è più essenziale e basato sui campionamenti: il risultato è un equilibrio perfetto, un disco raffinato e curato nei minimi dettagli, ma libero e spontaneo. Quindici tracce, compresi i divertenti skit, che svelano tante influenze e riferimenti disparati per un lavoro complesso e articolato, capace comunque di conquistare al primo ascolto con la sua verve. “Gold Purple Orange” (con il sax di Dane Orr), “Breakfast of Champions” e “Scoop of Dirt” sono forse le più riuscite, ma c’è solo l’imbarazzo della scelta, anche grazie ai contributi di Denmark Vessey, Anna Wise, J Hoard, Your Old Droog, Big Tone, Ashok “Dap” Kondabolu, Michael Che, Nick Offerman e Hannibal Burress, che prestano le loro voci o le loro qualità comiche.

Jean Grae & Quelle Chris, Everything's Fine (Mello Music Group)

Everything’s Fine (Mello Music Group)

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