Ahwar

I malati di “orientalismo” dovranno finalmente mettersi l’anima in pace. Nel mondo arabo e mediorientale esistono artisti capaci di creare musica internazionale, che non per forza strizza l’occhio a quell’idea stereotipata da Mille e una notte che piace tanto in certi ambienti radical chic delle metropoli occidentali, ma reinterpreta e rimescola un inconfondibile DNA musicale con influenze e ispirazioni provenienti dai molteplici altrove della post-modernità globale.
In questa scena musicale così interessante s’inserisce perfettamente la giovane egiziana Nadah El Shazly, che da ragazzina cantava le cover dei Misfits in un gruppo punk e poi ha scoperto la musica elettronica. Il suo album di debutto, Ahwar, appena pubblicato dalla Nawa Recordings, è diverso e molto più articolato rispetto alle precedenti produzioni, tant’è che ci sono voluti due anni per fargli finalmente vedere la luce. Fondamentale è stata la collaborazione nella composizione e negli arrangiamenti con Maurice Louca e Sam Shalabi, ovvero due terzi dei Dwarfs of East Agouza, che ha portato Nadah a lavorare tra Egitto e Canada, suonando con i migliori musicisti classici contemporanei e improvvisatori di Montreal.
Nella traccia di apertura, “Afqid Adh-Dhakira (I Lose Memory)”, la voce modificata dagli effetti, raddoppiata, rallentata, pitchata, s’insinua fra i livelli della base strumentale, fatta di delay chitarristici, strutture dissonanti e avanguardistiche di fiati e tamburi. Un paesaggio sonoro surreale e onirico, una costruzione audace e potente, rafforzata e amplificata dalla prosa in arabo, anche per chi non ne comprende il significato.
Oltre ai cinque brani originali, la scaletta include la cover del classico “Ana ‘Ishiqt (I Once Loved)” del compositore Sayyid Darwish. I versetti di Younes Al-Qadhi su amore e tradimento galleggiano attraverso la voce fluttuante di Nadah sugli arpeggi di kalimba e arpa, che sembrano seguire strade diverse per incontrare il suono pieno e rotondo dello stesso lento contrabbasso.
Ahwar è un ottimo lavoro, ricco e complesso: la versione in lingua araba di un’avanguardia elettrojazz dal sapore globale, che aiuterà molti salotti buoni della musica europea a riconsiderare la loro idea di musica mediorientale.

Nadah El Shazly, Ahwar (Nawa Recordings)

Ahwar (Nawa Recordings)

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Have You Been There, Have You Seen It

“Cerco il suono perfetto, qualcosa di grezzo e ruvido e anche un po’ incasinato. Ma il suono non è la mia priorità: la mia priorità è l’energia della traccia.” Grazie a queste parole di qualche anno fa, che rappresentano sinteticamente l’approccio e la filosofia musicale di Helena Hauff, la dj e producer tedesca è diventata immediatamente una delle mie beniamine.
L’energia, il cuore e il motore pulsante di ogni cosa, anche della musica. Un elemento che certamente non fa difetto alla grintosa Helena, che in breve tempo è diventata nota proprio per i suoi dj-set infuocati e senza limiti, partendo da un club di Amburgo più che underground e a frequentazione decisamente bohémien. Da lì all’Essential Mix di BBC Radio e al Sonar il passo è stato brevissimo, fino a conquistare le copertine delle più prestigiose riviste specializzate e le posizioni più alte delle classifiche per dj.
Il suo nuovo ep, Have You Been There, Have You Seen It, appena pubblicato dalla label londinese Ninja Tune, condensa in quattro tracce le ultime tendenze dell’electro europea con la potenza della techno, guardando più a Detroit che a Berlino, in una sorta di set lisergico, volutamente lo-fi.
La traccia di apertura “Nothing Is What I Know”, una prova di forza e resistenza di oltre sette minuti e mezzo, è basata su un beat ipnotico di drum-machine, il suono inconfondibile della 808, e ci prepara alle successive. Infatti, “Do You Really Think Like That?” è molto più energica e diretta, facendoci avvertire attraverso una linea di basso serrata che quel caos controllato potrebbe esplodere da un momento all’altro. Dopo “Continuez Mon Enfant Vous Serez Traité En Conséquence” il disco si chiude con “Gift”, sporca, martellante e avvolgente.
Fra le centinaia di produttori e dj techno attualmente in circolazione, Helena Hauff spicca per la sua energia e la sua attitudine anticonformista. Una voce unica, che sfrutta strumenti ormai vintage per costruire basi potenti, che guardano agli anni Novanta senza essere nostalgiche. Non c’è sentore di revival, poiché utilizza i limiti fisici delle macchine analogiche per mettersi alla prova nella creazione di qualcosa che certamente non è nuovo, ma è almeno capace di aggredire un genere ormai standardizzato, trasformando rumore e distorsione in pura energia espressiva.

Have You Been There, Have You Seen It? (Ninja Tune)

Have You Been There, Have You Seen It (Ninja Tune)

 

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Deva Mahal

È arrivato novembre, il mese dei morti, il mese più grigio dell’anno. Per portare un po’ di luce sui pensieri bui che mi accompagnano all’inverno – non ci posso fare niente, sono una creatura estiva – vado a cercare conforto nella musica, sperando di incontrare canzoni luminose, artisti brillanti, album pieni di sole.
Per caso mi imbatto nell’ep di debutto – omonimo – di Deva Mahal: solamente tre tracce che anticipano l’imminente full-lenght d’esordio, Run Deep, della cantautrice newyorchese di origine hawaiana (è nata a Maui). La copertina, seppur nello striminzito formato digitale, cattura subito la mia attenzione con i suoi colori vivaci e lo sguardo profondo della stessa Deva, giovane e fiera, con gli occhi puntati verso un orizzonte lontano… Ecco le vibrazioni positive che sto cercando!
Tre brani sono pochi, accidenti, ma sono sufficienti a rendere l’idea della scrittura efficace di questa artista e, soprattutto, della sua straordinaria vocalità, potente e versatile come le grandi voci soul e R&B alle quali si ispira, da Al Green a Lauryn Hill, passando per mille nomi altrettanto importanti. Influenze disparate quelle di Deva Mahal, che contribuiscono a rendere la sua musica classica e moderna allo stesso tempo. “Run Deep” guarda all’hip hop attraverso la partecipazione della rapper, musicista e producer californiana Coco Peila, assolutamente travolgente, mentre “Snakes” evoca i canti delle piantagioni e la loro potenza spirituale. Infine, “Take A Giant Step” è una splendida ballad, romantica ed emozionante.
Partendo da un concetto semplice ma assolutamente vero, cioè che ognuno di noi può trovare la forza nelle proprie fragilità, le canzoni muovono l’animo dell’ascoltatore grazie alla loro ricchezza sonora, alla voce e all’interpretazione onesta di Deva, che canta di amore e di dolore e del coraggio necessario a superare le difficoltà.
Dopo questo biglietto da visita, bellissimo ma troppo breve, non mi resta che attendere con trepidazione l’album vero e proprio: allora sì, che potrò affezionarmi incondizionatamente alla voce di Deva Mahal.

Deva Mahal EP (Motéma Music)

Deva Mahal EP (Motéma Music)

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Lune Rouge

Perdere progressivamente la capacità di comprendere e processare mentalmente il linguaggio e la musica, è quanto di più terribile potrebbe accadere a un musicista ed è quello che stava succedendo alla produttrice Jennifer Lee aka TOKiMONSTA, finché a inizio 2016 non si è sottoposta ad alcuni delicati interventi chirurgici per risolvere una patologia, chiamata Moyamoya, che avrebbe potuto costarle la vita e le stava provocando gravi problemi all’area linguistica del cervello.
In questo contesto, o meglio, nella fase di ripresa e convalescenza post-operatoria è nato il suo terzo album in studio, Lune Rouge. Non si tratta del tentativo di raccontare la malattia, né di parlare di massimi sistemi: TOKiMONSTA non pretende di reinventare se stessa o il proprio suono, semplicemente si riappropria della capacità di creare musica e della quotidianità perduta. Le undici canzoni del nuovo disco rivelano una qualità familiare, una naturalezza scorrevole che si allontana dall’eclettismo, talvolta esagerato, dei precedenti lavori. Si fanno malinconiche, ma molto pop, anche grazie alla scelta delle voci: MNDR, Yuna, Isaiah Rashad, Selah Sue e altre ancora.
L’apertura dell’album ci offre un respiro cinematico grazie all’elegante orchestra di archi e fiati di “Lune”, che poi lascia spazio a una linea di chitarra elettrica quasi post-rock. “Rouge” riprende quella chitarra e la trasforma in beat elettronici per arrivare all’R&B di “Thief” (featuring SAINTS).
La traccia più impegnativa è la strumentale “Bibimbap”, grintosa e percussiva ma vagamente psichedelica, mentre “Rose’s Thorn” riporta serenità con la sua atmosfera rarefatta costruita su una manciata di accordi minori e suoni d’acqua, che evocano sentimenti di nostalgia e desiderio di tranquillità. Il disco si chiude in downtempo con i bassi gonfi e la voce rilassante di IO Echo in “Estrange”, che infonde quel senso di speranza sul precario e continuo equilibrio della vita tra pace e tormento, realtà e sogno.
Per TOKiMONSTA Lune Rouge non ha certo rappresentato un tentativo di innovazione o sperimentazione: la sfida non era l’esplorazione musicale, ma la riconquista della normalità. È un album familiare e confortevole, forse il più coeso fra quelli dell’artista californiana, ma raggiunge una qualità di produzione finora mai toccata in passato in momenti più innovativi.

TOKiMONSTA, Lune Rouge (Young Art)

Lune Rouge (Young Art)

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Shaneera

Shaneera può sembrare un nome di donna, in realtà è la pronuncia storpiata di una parola femminile, شنيعة, che in arabo indica una cosa oltraggiosa, esagerata e schifosa. Ma nel codice queer di alcuni paesi arabi, in particolare il Kuwait, luogo di origine della musicista e produttrice Fatima Al Qadiri, il termine acquista una diversa accezione, positiva e irriverente, descrivendo una persona forte e capace di sfidare le definizioni di genere, le etichette e le convenzioni. Quella che per la società è una strega cattiva, in questo slang è Shaneera.
Dopo i bellissimi album Asiatisch (2014) e Brute (2016) Fatima Al Qadiri torna a sonorità vicine al mondo arabo, dedicando un ep proprio a questa figura ambigua e appariscente. Nella copertina del disco, contenente cinque tracce e intitolato semplicemente Shaneera, l’artista è ritratta con l’abbigliamento e il trucco carico di una regina queer, mentre guarda dritto negli occhi un immaginario interlocutore.
Le basi elettroniche si ispirano prevalentemente alla musica Khaleeji (الموسيقى الخليجية, letteralmente “musica del Golfo”), un genere contemporaneo originario dei paesi del Golfo Persico, ma in realtà ibrido di elementi arabi, africani, iraniani, indiani e ormai diffuso in tutto il Medio Oriente. È caratterizzato da un massiccio utilizzo dell’oud, di alcuni strumenti ad arco e di molte percussioni tipiche, come i tamburi mirwas e daff e le tabla. Le melodie tipicamente arabeggianti si adattano perfettamente ai testi di Shaneera, malinconici ma sarcastici, ricchi di suggestioni e d’amore, alcuni scritti per l’occasione e altri estrapolati da sketch comici, chat di Grindr e simili spazi virtuali, utilizzando dunque diversi dialetti, specialmente quello egiziano e quello del Kuwait, e un antico proverbio iraniano.
In questa avventura nel regno delle matrigne – malvagie solo con chi se lo merita – Fatima Al Qadiri si fa accompagnare da Lama3an, artista e designer, Chaltam aka Khalid Al Gharaballi, collaboratore di lunga data, e i cantanti Naygow e Bobo Secret, che incarnano al meglio i personaggi del disco, teatrale e intenso, spesso divertente e popolato di strane figure.
In poco più di venti minuti Shaneera dimostra che Fatima Al Qadiri è una delle più grandi produttrici contemporanee: è capace di innovare il proprio suono a ogni opera, creando di volta in volta universi sonori complessi e coerenti. In questo sentito omaggio alle regine del Bene e del Male riesce a sperimentare e provocare con rara intelligenza, ma soprattutto a divertire e far ballare, aprendo nuovi orizzonti di forma e sostanza.

Fatima Al Qadiri, Shaneera (Hyperdub)

Shaneera (Hyperdub)

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Take Me Apart

Lo aspettavamo da tempo, dopo il mixtape Cut 4 Me (2013) e l’ep Hallucinogen (2015), questo album d’esordio di Kelela. Giovane e bellissima, colpisce per la sua personalità forte e per il suo talento straordinario, una voce potente e versatile che regge in qualsiasi condizione, naturale o trasformata dagli effetti, su registri bassi o alti, sola o su molteplici strati sonori.
La lunga attesa per questo disco ci restituisce una nuova galassia pop, basata sul ritmo e sulla fisicità, ma anche sulle emozioni, un mondo sonoro che possiamo toccare per quanto risulta concreto, ma nel quale possiamo perderci, rapiti dalle sensazioni e dall’atmosfera calda e densa delle canzoni.
Kelela mostra una figura di donna forte e decisa, che non si schiera apertamente nelle battaglie per l’emancipazione femminile come altre colleghe, ma ribadisce il proprio diritto alla libertà e all’indipendenza nel racconto di se stessa e delle sue storie d’amore. Take Me Apart la vede alle prese con il tumulto emotivo che si scatena dopo una rottura importante e l’esaltazione regalata dall’inizio di una nuova relazione. Si sente libera e pronta a ricominciare, sexy e lusingata dalla contrapposizione tra i due uomini che la contendono e non possono fare altro che attendere la sua decisione.
Nella sensuale title-track, riuscita contaminazione tra R&B e drum’n’bass prodotta da Al Shux e Jam City, Kelela chiede al proprio partner di esplorare in profondità il suo corpo e la sua mente prima di lasciarsi andare a dichiarazioni troppo sdolcinate, perché deve sapere che dietro quella fisicità prorompente c’è anche un bellissimo cervello: “Don’t say you’re in love, baby, until you learn to take me apart”. Lo stesso tema torna in “Blue Light”, che la cantante usa per sfoggiare una vocalità unica, sorretta dai synth di Dubbel Dutch.
Take Me Apart è una sorta di manifesto del nuovo R&B, anzi, segna l’inizio di un nuovo black pop. Le basi completamente elettroniche sono prodotte da mani diverse per ricevere influenze da altri generi, incorporando molteplici sfumature della bass music e dell’elettronica più attuale, dal grime agli XX. Ma l’album ci presenta anche la nuova Kelela, che nel processo di creazione del proprio originale mondo sonoro si è finalmente innamorata di se stessa.

Kelela, Take Me Apart (Warp)

Take Me Apart (Warp)

 

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Aromanticism

Il concetto di aromanticismo, ovvero l’incapacità o la non volontà di provare sentimenti romantici per le altre persone, è per me assai lontano e difficile da comprendere, ma ugualmente molto affascinante.
Il cantautore californiano-ghanese Moses Sumney l’ha scelto come tema del proprio album di debutto, intitolato appunto Aromanticism, aiutandomi a capirne le sfumature più malinconiche, quel misto di solitudine, fragilità e amarezza che spesso avvolge l’aromantico.
La chiave dell’album – intenso, sensuale e doloroso allo stesso tempo – è racchiusa in questa frase potente e contraddittoria della scura “Doomed”: “If lovelessness is godlessness / Will you cast me to the wayside?”. I testi del giovane Moses sono esistenziali, profondi e velati di tristezza, ma anche pieni di erotismo (per esempio, “Make Out in My Car”) e di interrogativi senza risposta. La sua voce è meravigliosa, versatile ed espressiva come poche, dai registri più bassi fino a un celestiale falsetto.
Alle parole corrisponde un universo sonoro elegante come un lungo vestito da sera, nero e senza fronzoli, così essenziale da risultare talvolta persino austero. Si sentono le influenze del soul anni Settanta e del neo-soul anni Novanta, ma anche di alcune correnti jazz, più o meno recenti, e della delicatezza di alcuni cantautori ormai classici.
Traccia dopo traccia, il fine di questo album sembra essere il superamento degli stereotipi sull’amore romantico e delle convenzioni sociali legate ai rapporti umani, lasciandoci forse delusi, ma sicuramente più consapevoli e illuminati.
Insomma, Moses Sumney vuole dirci che non tutti siamo destinati a trovare qualcuno di speciale con il quale trascorrere l’intera vita, non a tutti interessa impegnarsi in una faticosa relazione sentimentale, ma non per questo l’esistenza è più semplice. Dai tormenti non c’è scampo.

Aromanticism (Jagjaguwar)

Aromanticism (Jagjaguwar)

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