Tomorrow

Ci sono città che più di altre sembrano facilitare la creatività musicale e le collaborazioni spontanee fra artisti. Chicago, Illinois, come tante metropoli statunitensi, è una di queste oasi fortunate: ci sono le persone giuste, i locali, gli studi di registrazione, i negozi di dischi… Non è un caso che la serie Sonic Highways dei Foo Fighters parta da qui, né che sia l’ambientazione della versione cinematografica di Alta Fedeltà, film che ruota proprio attorno al Championship Vinyl del protagonista Rob Gordon.
Di questo clima favorevole si nutre anche la musica firmata The O’My’s: un duo di musicisti soul e R&B che si conoscono fin dalle scuole superiori, Maceo Hymes (voce e chitarra) e Nick Hennessy (voce e tastiere), ma si comportano da collettivo aperto e dinamico, approfittando dei contributi di amici talentuosi e altrettanto presi bene dall’idea di collaborare. Tanto per fare qualche nome, nel nuovo album, Tomorrow, troviamo Chance The Rapper, il trombettista Nico Segal, la giovane cantante Kaina, la rapper Saba e il produttore e bassista Carter Lang (CTRL di SZA l’ha fatto lui!).
Il continuo scambio con altri artisti, il sentirsi una comunità creativa più che una band, ha reso la musica degli O’My’s più riflessiva con il passare degli anni. Magari meno energica e grintosa, ma più ricca di suoni e sfumature, consapevole di essere ben costruita e ben realizzata, proprio perché nata in condizioni favorevoli da musicisti fantastici e diversi fra loro.
Lungo le undici tracce non mancano i momenti di tensione drammatica e carica emotiva, come nei singoli “Idea” (con Chance The Rapper) e “Baskets”, raffinata perla soul-jazz dal ritornello vincente, ma il sentimento che maggiormente affiora durante l’ascolto del disco è proprio la felice spontaneità dei musicisti. Aiutate da arrangiamenti magistrali, le diverse voci di umani e strumenti dialogano con equilibrio, come se tutto accadesse in modo naturale e non stabilito a priori. Che sia vero o no, non è importante.
La chiusura, assolutamente rappresentativa, è a lenta combustione con “Walkout”, un pezzo sull’amore romantico come unica droga tranquillante, e “Tomorrow (reprise)”, breve richiamo lounge della title-track.
Consigliato per una conclusione morbida dell’estate e un ingresso non traumatico nella stagione grigia, ne avremo bisogno.

The O'My's, Tomorrow (Hight Brand)

Tomorrow (Hight Brand)

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Paraffin

Quando ormai sembrava giunto il momento della resa a un mondo dominato dalla trap, ecco una luce in fondo al tunnel, bella e potente. La nostra schiera di non-giovani nostalgici fan della vecchia scuola dell’hip hop, e magari anche del conscious rap, può attaccarsi a Paraffin, il nuovo disco di Armand Hammer, e sentirsi al sicuro.
Il duo newyorchese, formato da billy woods ed Elucid, propone le proprie riflessioni su che cosa significhi essere afroamericani oggi negli Stati Uniti, un luogo che non è mai stato troppo ospitale con la comunità nera e di questi tempi sta disimparando a vergognarsene. Tuttavia, non si tratta di un disco esplicitamente contro Trump o contro l’attuale fase politica, ma di una meditazione estesa sulla progressiva perdita di umanità di una società intera. Sono tracce scure e intense, che ti avvolgono e ti costringono all’inquietudine come la foto in copertina, scattata da Alexander Richter: difficile sostenere quello sguardo di madre, pieno di rabbia e dignità, e difficile anche pensare di avere la stessa schiena dritta e la stessa dolcezza insieme.
La consolidata collaborazione tra Elucid e billy woods ci riporta allo stile della New York underground di fine anni Novanta e primi Duemila, nel regno del boom-bap e dei beat gonfi e rumorosi. Le voci si spingono in una dimensione chiassosa e caotica, le basi sorprendono con le loro distorsioni, interruzioni e dissolvenze, creando un’atmosfera talvolta angosciante ed emotivamente densa.
La produzione di Paraffin, concepito soprattutto per la fruizione su vinile, è firmata da Elucid con i sostanziosi contributi di Messiah Musik, Small Pro, August Fanon, Oblihv, Kenny Segal e Willie Green, che ha anche mixato e masterizzato l’intero album. Album che va ascoltato dall’inizio alla fine, soffermandosi sulle storie crude e reali che racconta e sulla necessità di indignarsi ancora, da soli e tutti insieme, per i singoli episodi e per la drammatica situazione generale.

Armand Hammer, Paraffin (Blackwoodz Studios)

Paraffin (Blackwoodz Studios)

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Poaa

Il nostro viaggio alla scoperta dell’Africa contemporanea prosegue, ancora grazie all’etichetta ugandese Nyege Nyege Tapes, di base a Kampala. Dopo l’antologia delle registrazioni radiofoniche del griot Ekuka Morris Sirikiti, anch’egli ugandese, stavolta facciamo tappa in Tanzania con il nuovo album del produttore Jumanne Ramadhani Zegge a.k.a. Bamba Pana, intitolato Poaa.
Insieme ai colleghi Jay Mitta e Sisso, Bamba Pana è uno degli esponenti di punta della scena Singeli, che ruota principalmente intorno al collettivo Sounds of Sisso e al suo studio di registrazione. Un gruppo aperto alle collaborazioni e uno spazio dinamico, già punto di riferimento per rapper e beatmaker, che si trova nel cosiddetto ghetto di Mburahati, alla periferia di Dar Es Salaam, la più grande e importante città del Paese.
La formula della musica Singeli è semplice ed efficace: il suono degli strumenti acustici tradizionali è trasformato digitalmente attraverso un qualsiasi software musicale, la tipica poliritmia africana è ipervelocizzata, le linee melodiche sono super-accelerate. A ipnotici loop ripetitivi e frenetici si sovrappone una mitragliata di sillabe e parole, sparata da rapidissimi mc che si rivolgono a masse di giovani in cerca di liberatorio divertimento.
Nel suo nuovo disco Bamba Pana propone un approccio ancora più crudo al genere, portando sintetizzatori e drum machine a velocità impressionanti. Dopo una partenza comoda ai 160 bpm della traccia di apertura, “Agaba Kibati”, dalla successiva “Biti Three” si viaggia oltre i 200 bpm fissi.
Eppure, nonostante queste caratteristiche estreme, Poaa presenta anche tanta varietà stilistica e molte sfumature di colore, derivanti dalla ricchezza sonora della tradizione africana e dei suoi strumenti artigianali. È un album estremamente attuale, una corsa senza freni verso il futuro prossimo, e ci vuole il fisico per affrontarla. Partite con un bagaglio leggero e una gran voglia di ballare, e ricordate di allacciare le cinture di sicurezza (ma anche no!).

Bamba Pana, Poaa (Nyege Nyege Tapes)

Poaa (Nyege Nyege Tapes)

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Ekuka

Questo difficile agosto sta tristemente volgendo al termine. Avrei voluto scrivere un post nostalgico ma spensierato sulla fine delle vacanze, la ripresa del lavoro e della scuola, l’abbronzatura che pian piano sbiadisce. Purtroppo è stato un mese terribile, segnato da tragedie dolorose, fatti vergognosi, un’escalation d’odio e razzismo senza precedenti, contrapposti soltanto all’umanità di quella che sembra una preziosa minoranza di persone normali. Siamo circondati da pezzi di merda, non riesco a farmene una ragione.
L’ultimo post dell’estate lo dedico con tutto il cuore all’Africa e alla straordinaria ricchezza e varietà culturale di quel magico continente, così duro e spietato con la sua gente solo per colpa nostra.
Mi piacerebbe suggerirvi un album per ogni Paese africano, ma non riuscirei a inchiodarvi qui per un tempo sufficiente a esaurire la vasta bellezza di questa ipotetica discoteca. Allora comincio dall’Uganda, dato che l’etichetta Nyege Nyege Tapes ha appena pubblicato una splendida raccolta del griot Ekuka Morris Sirikiti, intitolata semplicemente Ekuka.
Leggenda locale, originario dalla tribù Langi della regione settentrionale Lira, Ekuka si esibisce in occasione di matrimoni, giorni di mercato, festività e raduni vari, suonando con un pedale il suo tamburo autocostruito e con una mano il Lukeme, piano a pollice con tasti metallici, meglio noto come Mbira. Il suo è un ruolo sociale, le sue canzoni cercano di educare e offrono consigli su come essere un buon marito e un buon padre o come evitare le malattie veneree. Talvolta sono persino commissionate dal governo e suggeriscono, per esempio, di non bere alcolici e di pagare le tasse.
Le dodici tracce del disco provengono da registrazioni casalinghe di trasmissioni radiofoniche risalenti al lungo periodo 1978-2006, perciò la distorsione è un elemento fondamentale di quest’antologia a diversi livelli, per la differente qualità non solo dei mezzi di trasmissione ma anche dei dispositivi di ricezione, e racconta qualcosa della percezione da parte del pubblico di quelle trasmissioni. In fase di mastering l’esperto Matt Colton ha volutamente conservato la natura ferrosa, rarefatta e compressa di questi brani, evitando patinatura e pulizia superflue, affinché potessimo ascoltarle così come sono state recepite in origine. Un viaggio interessante, da affrontare a occhi chiusi e mente aperta.

Ekuka (Nyege Nyege Tapes)

Ekuka (Nyege Nyege Tapes)

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The Great Mixtape Top Five #28

Settimana di Ferragosto, Riviera Adriatica. Finalmente sono spiaggiata e felice – insieme a milioni di altre persone – e posso godere di una migliore prospettiva sul mondo. Provo a guardarmi intorno attraverso le lenti degli occhiali da sole, ma i filtri proteggono soltanto dai raggi UV e non dal becero qualunquismo che mi avvolge insieme al caldo.
Per mantenere il mio stato di pace interiore almeno in vacanza, non tolgo mai le cuffie dalle orecchie, se non per tuffarmi in mare, e mi perdo in pensieri piacevolmente futili, cedendo al fascino di liste e classifiche, che lasciano il tempo che trovano e dopo un’ora sono già superate, ma mi rilassano come la Settimana Enigmistica.

E così la nuova Top Five è dedicata proprio alle ferie, ai luoghi di villeggiatura e alle mete da sogno. Quali sono le canzoni più belle – almeno per il tempo di un Calippo e una birra – dedicate a quelle città che sono anche posti molto turistici e ormai persino stereotipati?

5) “Ni**as in Paris”, Kanye West & Jay-Z (Watch the Throne, 2009). “Parigi val bene una messa”, pare lo abbia detto Enrico IV di Francia nel lontano 1593, ma lo pensano sicuramente anche i due re del rap in carica. Parigi, la città delle luci e dell’amore, tutti ci vanno almeno una volta nella vita.

4) “Bogota Affair”, Kid Creole & The Coconuts (Off the Coast of Me, 1980). In questo freschissimo cocktail di disco e musica caraibica, che poi sarà etichettato come mongrel, si sciolgono tutti i cliché sulla Colombia e sulla sua capitale, che resta una delle metropoli più affascinanti dell’America Latina, ricca di contrasti e contraddizioni.

3) “Fake Tales of San Francisco”, Arctic Monkeys (Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not, 2006). Frisco e la Bay Area sulle tracce della Beat Generation, alla ricerca della libreria City Lights e dei locali frequentati da Lawrence Ferlinghetti, Jack Kerouac, Allen Ginsberg, Neal Cassady, William S. Burroughs e gli altri protagonisti del movimento letterario e culturale più importante del Secondo dopoguerra americano. Non sono sicura che il giovanissimo Alex Turner avesse in mente questo, ma è soprattutto questo che fa di San Francisco una delle mie città dei sogni.

2) “Ibiza Bar”, Pink Floyd (Soundtrack from the film More, 1969). Sull’isola delle Baleari e la sua noche gli stereotipi si sprecano, eppure, così come spunta la canzone che non ti aspetti dal disco meno famoso della band, qui già senza Syd Barrett, Ibiza è anche molto altro: spiagge bellissime, mare cristallino e, soprattutto il Bloop Festival, che arriva quest’anno all’ottava edizione (23 agosto – 8 settembre 2018, “Hope”).

1) “You Can’t Say No In Acapulco”, Elvis Presley (Fun in Acapulco, 1963). Amata e frequentata da tante celebrità hollywoodiane negli anni Cinquanta e Sessanta, la località balneare è diventata oggi la più pericolosa e violenta città messicana a causa del narcotraffico. Ma basta la voce del Re per riportarci ai fasti di un tempo, quando Acapulco era la Mecca del jet-set e l’ambientazione di tanti film.

Anche stavolta mi concedo un bonus, ripensando con un po’ di dispiacere alle canzoni e alle mete che ho dovuto lasciare fuori da questa Top Five.

*) “London Calling”, The Clash (London Calling, 1979). Londra chiama, sempre, da generazioni, e tutti prima o poi rispondono. Un disco speciale, un pezzo speciale per una città altrettanto speciale, che si ama alla follia o si odia con altrettanta forza.

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Silk Canvas

Dalla lunga e attenta osservazione di amiche e cugine ho imparato che la sorellanza è un legame molto forte, unico e speciale, che mescola amore incondizionato, fiducia assoluta, complicità e competizione allo stesso tempo.
Nel caso delle sorelle Jessica e Ivana Nwokike – le VanJess – questo vincolo di sangue e sentimenti rappresenta il valore aggiunto alla loro musica, una rivisitazione in chiave assolutamente contemporanea del miglior R&B degli anni Novanta. Si sentono l’ammirazione per Michael e Janet Jackson e l’affinità a Jorja Smith, l’influenza di TLC e Brandy e la vicinanza a Daniel Caesar, ma ogni fonte d’ispirazione è riletta attraverso il duplice sguardo delle due giovani donne, nate e cresciute in Nigeria fino agli otto-dieci anni e poi trapiantate negli Stati Uniti.
Il loro album di debutto, Silk Canvas, è soltanto la naturale conseguenza di una pratica musicale quotidiana e dell’abitudine a cantare insieme fin da bambine, ognuna pensando l’altra come costante. Anche per chi le ascolta, è difficile immaginare le due vocalità separate: la voce di Ivana, piena e profonda, è solitamente quella principale, mentre la leggerezza e l’eleganza di Jessica regalano sfumature e personalità. Nei momenti di unisono, sono perfette.
Le canzoni più efficaci del disco sono le sensuali e coinvolgenti “Control Me” e “Addicted”, entrambe prodotte da IAMNOBODI (del giro Soulection) e pronte a lanciare le due sorelle nel mondo R&B che conta. Il caldo soul di “Touch The Floor” è arricchito dalla voce jazzy di Masego, mentre con “Through Enough” spingono sull’acceleratore insieme a GoldLink. Con “Another Lover” c’è spazio anche per l’uptempo, soprattutto se a lasciare il proprio marchio sul beat e sul suono è Kaytranada, capace – come sempre – di esaltare le caratteristiche musicali e le doti vocali degli artisti con i quali lavora.
La forza della sorellanza e il grande talento saranno la chiave del successo delle VanJess, che non temono il confronto con nomi più famosi e dimostrano senza dubbio di meritarsi un posto di rilievo nella nuova scena R&B. E, sempre senza dubbio, Silk Canvas mi farà buona compagnia durante le vacanze.

VanJess, Silk Canvas (self-released)

Silk Canvas (self-released)

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The Great Summer Mixtape 2018

Eccoci, finalmente siamo arrivati ad agosto. A fatica, sudando, bestemmiando in tutte le lingue sotto i colpi dell’afa, delle zanzare e pure delle tasse, ce l’abbiamo fatta: possiamo andare in vacanza. Che siano ferie pagate o meno, non si può rinunciare a quella settimana di relax nei luoghi che stiamo sognando da mesi, fissando il cerchiolino rosso che indica sul calendario la data della partenza (metafora vintage, lo so che il calendario al muro non ce l’ha più nessuno).

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Ebbene, il conto alla rovescia è giunto alle battute finali, resta solo da preparare la valigia. Ma che estate sarebbe senza la playlist adeguata?! Per carità, non ci posso nemmeno pensare, perciò anche quest’anno ho selezionato tanta bella musica (rigorosamente uscita nel 2018) per rendere speciali le mie – e magari le vostre – vacanze e, speriamo, meno traumatico il rientro in città.

[Attenzione: contenuti espliciti]

 

Che siate diretti al mare o in montagna, da soli o in compagnia, buon viaggio e buone vacanze a tutt*. Divertitevi e riposatevi. Ricordatevi di respirare a fondo, vivere le giornate con serenità e staccare lo scomparto “lavoro” del cervello. Il resto, mi raccomando, lasciatelo acceso, serve come non mai.

[Attenzione: contenuti seri]
Solo una cosa vi chiedo, un piccolo esercizio quotidiano. Isolate i razzisti e i fascisti – purtroppo ne incontrerete, la statistica non è favorevole – e denunciate ogni episodio di intolleranza al quale assisterete, prendete le distanze dalla merda che ci sta travolgendo e rivendicate con forza la vostra umanità.
#iononstoconsalvini

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