The Great Springtime Mixtape

Mentre dalle vostre bacheche e dai vostri profili social rimbalzano decine di foto di spiagge paradisiache, metropoli assolate, festival internazionali, cocktail multicolore e frutta esotica (vi odio, sappiatelo), noi sfigati – che per qualche ragione non possiamo muoverci da dove siamo – ci accontentiamo di poco. Quattro giorni di vacanza senza pensare al lavoro, alla routine, alle cose da fare e disfare, ci sembrano un regalo straordinario piovuto dal cielo, un dono di quella divinità del calendario che ogni tanto ne imbrocca una.

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E, visto che la primavera quest’anno si diverte a giocarci qualche scherzetto, dobbiamo inventarci qualche danza propiziatoria per chiedere temperature più elevate, un sole più caldo e, soprattutto, la fine di tutte le allergie. In fondo, vogliamo solo stenderci al parco con un buon libro, una bibita fresca e bella musica nelle orecchie.

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Per entrare più facilmente nel mood primaverile del non c’ho voglia di fare un ca**o, ho preparato una playlist tematica piuttosto varia per accontentare tutti (o quasi) e abbastanza morbida per conciliare il nostro meritato relax.

Godiamoci il lungo weekend e… Buon 25 aprile!

 

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Silver Haze

La materia degli Aye Nako, estemporaneo collettivo di Brooklyn, è sempre stata costituita da “tristi canzoni punk sull’essere queer, trans e neri”. Roba difficile da maneggiare, azzardata soltanto da chi è costretto a fare della propria identità un atto politico in sé.
Rispetto a The Blackest Eye Ep, uscito nel 2015, il nuovo album mostra un notevole cambiamento: la band è maturata, si è evoluta, perché la sua condizione naturale è di perenne transizione.
Nonostante l’essenza punk, il linguaggio musicale degli Aye Nako è denso, molto personale, ricco di sfumature, basato su ritmi e melodie che s’inseguono proprio come il botta e risposta tra Mars Dixon e Jade Payne, che si scambiano continuamente i rispettivi ruoli a voce e chitarra.
Per tutta la durata di Silver Haze, pubblicato ancora dalla Don Giovanni Records, tracce dure e dolorose si alternano ad altre più distese e tranquille. I sentimenti cupi e difficili lasciano spazio a una forte volontà di confronto con il resto del mondo, anche con chi non ha voglia di capire. Distorsioni energiche seguono tratti di felice stordimento e tenerezza, mentre le esperienze personali sono passate sotto la lente d’ingrandimento della scrittura musicale.
A dimostrare la mutazione artistica e umana, la traccia di apertura s’intitola “We’re Different Now”: il collage tra una registrazione su nastro risalente all’infanzia di Dixon e una struttura ritmica, il gioco innocente di un bambino congelato per conservare  quella spensieratezza ormai perduta. A chiudere il disco, invece, è “Maybe She’s Bored With It”, caratterizzata da uno spirito totalmente diverso, cinico e tagliente, in una sorta di report giornalistico del primo giorno di lavoro del cantante in una ditta di cosmetici, proprio nel turno di mattina presto.
Nata come passatempo ed evasione dalla realtà, la band ora è davvero attiva e cerca il proprio posto in un mondo ideale, nel quale tutti gli esseri umani, anche quelli emarginati, possano sentirsi a casa.

Aye Nako, Silver Haze (Don Giovanni Records)

Silver Haze (Don Giovanni Records)

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You Only Live 2wice

Come ci insegna l’Agente 007, Si vive solo due volte. Il rapper Freddie Gibbs, dopo aver passato due o tre anni un po’ burrascosi, sembra aver fatto propria questa lezione: ha combattuto contro parecchi fantasmi, si è giocato tutto, ma alla fine ne è uscito più forte, consapevole e deciso che mai.
Nel 2014 è sopravvissuto a una sparatoria a Brooklyn, nella quale sono rimasti uccisi due uomini del suo entourage, poi è stato impegnato per gran parte del 2016 in un processo per tentata violenza sessuale. D’altronde, il gangsta rap è sempre stato più che un modello di vita per lui.
Scampato alle pallottole e uscito innocente dalle vicende giudiziarie, ha deciso di tornare finalmente alla musica, pubblicando quello che è forse più un ep che un album vero e proprio, intitolato You Only Live 2wice proprio come un episodio della saga di James Bond.
Come un nuovo Gesù contemporaneo, la copertina del disco lo vede elevarsi sulla folla e sugli incubi del recente passato, celebrando l’inizio della sua seconda vita. In mezz’ora circa s’interroga sulla prima, che evidentemente considera conclusa, e si prepara alla seconda, che è già cominciata, riflettendo sulle opportunità da cogliere e sulla forza interiore necessaria a uscire dalle avversità senza farsi abbattere. In “Crushed Glass” chiarisce la sua versione dei fatti rispetto alle accuse di tentato stupro con parole dure, piene di rammarico e voglia di rivincita.
Nell’altro singolo, “Alexys”, prodotto con Kaytranada e BadBadNotGood, si lascia alle spalle i vecchi “amici”, che non hanno mai meritato la sua fiducia, mentre in “Homesick” si dice pronto ad abbandonare quella condotta per stare insieme alla figlia piccola. Non sappiamo se c’è da fidarsi, visto che in “Phone Lit” e “Amnesia” si sfoga e se la prende con il peso delle responsabilità e le troppe pressioni quotidiane.
La voce di Freddie Gibbs si conferma uno strumento potente: ruvida e flessibile, dimostra tutta la forza del personaggio, ma svela anche le fragilità dell’uomo. Il rapper, originario dell’Indiana, è capace di sputare rime come se fossero pugni in faccia, ma sa essere anche morbido e introspettivo. È una scelta significativa anche quella di non aver voluto altri contributi vocali, nessun ospite che s’intromettesse nel suo flusso di coscienza.
Persino le basi sono piuttosto scarne, essenziali, con parecchie concessioni alla trap, ma non concepite per essere protagoniste del disco, che invece serve per far sapere in giro che Gangster Gibbs è tornato e ha una nuova vita davanti. You Only Live 2wice è un lavoro interlocutorio, che segna un passaggio importante nel suo percorso umano e professionale, e lui è deciso a farsi trovare pronto.

Freddie Gibbs, You Only Live 2wice (Empire/ESGN)

You Only Live 2wice (Empire/ESGN)

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Colo(u)rs of the World

È vero, il titolo fa un po’ “volemosebbene” e ricorda tanto le campagne pubblicitarie di un noto marchio di abbigliamento italiano, ma in realtà questo immaginario c’entra poco o nulla con il contenuto di questo disco.
Colo(u)rs of the World è il risultato, lungamente atteso, della collaborazione avviata nel 2015 tra il leggendario dj e produttore londinese Chris Read, prolifico maestro nell’arte del mixtape e del campionamento, e il rapper di Chicago Pugs Atomz. I due si sono conosciuti un paio d’anni fa, in occasione del tour inglese di Pugs, e da allora hanno continuato a collaborare a distanza, scambiandosi tracce e spunti da una parte all’altra dell’Oceano.
Dando per scontato che il titolo non si riferisca ai colori dei due artisti – spero bene che il fatto che un bianco e un nero lavorino insieme oggi non costituisca una notizia di per sé – mi piace pensare che i “colori del mondo” siano quelli dei diversi background di provenienza – UK vs. USA – e delle molteplici influenze che qui sono miscelate in perfetto equilibrio.
Questo album colma la distanza tra le sonorità boom bap, molto in voga qualche anno fa, e il nuovo soul, giocando con oscuri frammenti jazz per creare intriganti abbinamenti musicali e levigare l’atmosfera, morbida e piena, ricca di sfumature.
Pugs sfrutta le sua abilità tecniche e il suo flow da fuoriclasse per rimbalzare da uno stile all’altro, dalla concretezza del rap old school fino all’astrazione di certe acrobazie vocali à la OutKast, che non tutti si possono permettere (ma lui sì).
I beat di Read sono fortemente influenzati dall’hip hop degli anni Novanta, ma questa sorta di retromania, apparentemente nostalgica, diventa una cifra originale attraverso l’attualizzazione delle rime di Pugs e degli altri contributi vocali. Gli episodi migliori dell’album sono forse “Black Nite”, con Awdazcat e Inari Gold, e “Chocolate Milk”, con Neak e Mojo Green.

Chris Read & Pugs Atomz, Colo(u)rs of the World (BBE)

Colo(u)rs of the World (BBE)

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Cubafonía

Mentre Cuba resta ancora in cima alla lista dei luoghi che vorrei visitare presto, prima che si trasformi del tutto, posso cercare di avvicinarmi all’isola caraibica almeno con il pensiero, trascinata dalla musica multicolore della giovane cantante jazz Daymé Arocena.
Nonostante la mia tendenza al raziocinio a tutti i costi, la figura di Daymé mi affascina moltissimo, proprio per quella sua aura magica e misteriosa da iniziata alla santería o per la piccola piuma che porta sulla fronte a farle da spirito guida. La sua anima è perfettamente in sintonia con le radici culturali, religiose e musicale di Cuba, che sono da sempre indissolubilmente legate.
Il suo nuovo album, Cubafonía, esalta questo profondo e atavico legame, ma allo stesso tempo mette a frutto le esperienze raccolte intorno al mondo negli ultimi due anni di tour internazionale seguiti a Nueva Era (2015) e One Takes (2016), entrambi prodotti dal suo mentore Gilles Peterson, proprio come questo.
La solida formazione jazz della cantante è integrata e arricchita dai numerosi generi della musica popolare cubana e caraibica, dando così vita a un disco vibrante, appassionato e audace, una vera e propria dichiarazione d’amore a quell’isola meravigliosa. Allo stesso tempo emergono decise le influenze dei suoni e dei ritmi dell’Africa occidentale e centrale, ma anche della musica haitiana, mentre la ventiquattrenne Daymé sfoggia una voce sempre più matura e versatile. Nel giro di undici tracce è capace di cambiare genere, mood, registro e lingua, nonché di sfoggiare doti tecniche incredibili e una grande potenza comunicativa. A volte ricorda Aretha Franklin, come in “Lo Que Fue”, altre volte addirittura Sade, per esempio in “Como”, ma conserva sempre una personalità ben definita e originale.
Cubafonía contiene in sé un mondo intero, variopinto e cangiante, dove c’è spazio per emozioni e sentimenti estremamente diversi fra loro. Le mie canzoni preferite sono le più movimentate, proprio al cuore del disco: “Negra Calidad” potrebbe essere la colonna sonora di un vecchio film western, suonata da una delle storiche formazioni cubane degli anni Cinquanta, mentre “Mambo Na’ Mà” esalta l’energia del mambo con una spruzzata di swing di New Orleans, ricordandoci che la città della Lousiana e L’Avana sono accomunate da molteplici affinità musicali e da mille affascinanti storie creole.

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Cubafonía (Brownswood)

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Man Vs. Sofa

Visto che la prima volta è andata alla grande, il super-duo di produttori Adrian Sherwood e Rob Ellis aka Pinch ha deciso di lavorare ancora insieme per diffondere il santissimo verbo delle basse frequenze.
Dopo Late Night Endless (2015), amatissimo da pubblico e critica, la leggenda del dub inglese e il pioniere della dubstep di Bristol hanno appena pubblicato il secondo disco insieme, intitolato e pubblicato congiuntamente dalle due rispettive etichette, On-U Sound e Tectonic, entrambe di culto nella scena della bass music.
Se le basse frequenze restano protagoniste, è anche vero che le undici tracce toccano tantissimi generi diversi, talvolta pure distanti fra loro, senza intaccare mai la coesione dell’album, imprevedibile e intrigante come un viaggio avventuroso lungo strade sconosciute. Forse meno accessibile del precedente, ma sicuramente più audace e complesso.
Dal movimentato funk di “Roll Call”, la traccia di apertura, fino al furioso synth-grime di “Gun Law”, che chiude il disco con la voce di Taz (artista Def Jam), passando per l’atmosfera cosmica di “Lies” con l’highlander Lee “Scratch” Perry, le bordate industrial di “Charger”, l’energia percussiva di “Juggling Act” e addirittura la languida cover di “Merry Christmas Mr. Lawrence” di Ryuichi Sakamoto, la grandezza dei due produttori consiste proprio nella capacità di mescolare e sovvertire le caratteristiche sonore distintive l’uno dell’altro. Così nasce un nuovo suono, un nuovo marchio di fabbrica targato proprio Sherwood & Pinch.
Man Vs. Sofa sembra costruito per soddisfare contemporaneamente il richiamo del dancefloor e l’esigenza di un ascolto solitario, la potenza del sound system e l’intimità delle cuffie. Insomma, come preferite, ma non perdetelo.

Sherwood & Pinch, Man Vs. Sofa (On-U Sound/Tectonic Recordings)

Man Vs. Sofa (On-U Sound/Tectonic Recordings)

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The Iceberg

Alcuni artisti vivono periodi particolarmente ispirati e prolifici, come il rapper, produttore e musicista afroamericano (di origini sudanesi) Oddisee, che torna con un nuovo album, dopo averne pubblicati tre nel giro di un anno. Così, dopo The Good Fight (2015), The Odd Tape (2016) e Alwasta Ep (2016), esce in questi giorni The Iceberg, sempre per l’etichetta Mello Music Group.
Queste nuove dodici tracce, suonate in studio con una band stratosferica, rappresentano apparentemente un’antologia di stereotipi e luoghi comuni dell’universo hip hop. In superficie appaiono i soliti temi, come soldi, sesso, problemi sociali e politici legati a razza e religione, ma i testi nascondono significati multidimensionali che cercano di indagare la complessità di concetti fondamentali come individualità e identità. Come ci vediamo noi stessi? Come ci vedono gli altri? Uno, nessuno e centomila, insomma.
Attraverso The Iceberg, che già di per sé è un elemento fortemente metaforico, Oddisee chiede a tutti noi ascoltatori, o forse all’umanità intera, di scavare in profondità – “Digging Deep” è la traccia di apertura – per cercare una base comune che ci aiuti a comprenderci. Ci deve pur essere un livello, magari sotterraneo e quasi irraggiungibile, nel quale siamo tutti diversi e ci amiamo reciprocamente proprio per tale diversità.
Definirlo un disco hip hop è riduttivo: fortemente soul e contaminato da jazz, gospel e R&B, The Iceberg ha l’aura del classico senza tempo. Il primo singolo estratto, “Things”, è una sorta di manifestazione d’intenti per l’intero album, una traccia da ballare, piena di groove, che ci racconta tutte le “cose”, nel senso di problemi e tribolazioni, attraversate da Oddisee. Sono le stesse difficoltà che affrontiamo tutti nella vita, ma la nostra tendenza a individualizzarle ce le fa apparire più gravi. Se solo riuscissimo a vedere che anche gli altri soffrono allo stesso modo e condividono le stesse esperienze dolorose, forse le affronteremmo meglio e proveremmo quell’empatia verso il prossimo, che spesso ci manca.
Il messaggio complessivo dell’album è semplice: bisogna smettere di reagire agli eventi in maniera superficiale e cominciare ad analizzarne le cause. Questo è l’unico modo per cambiare le cose, al contrario si finisce per votare Trump alla Presidenza degli Stati Uniti.

Oddisee, The Iceberg (Mello Music Group)

The Iceberg (Mello Music Group)

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