Mura Masa

Da molte generazioni, almeno per noi giovani europei (e soprattutto italiani), Londra è la città che meglio rappresenta il desiderio di fuga e di cambiamento. “Mollo tutto e vado a vivere a Londra”: in tantissimi lo hanno fatto, tutti ci abbiamo pensato almeno una volta.
Ora lo scenario è un po’ mutato, non solo per la Brexit e la paura del terrorismo che hanno reso Londra un po’ meno accogliente di un tempo, ma anche perché nel frattempo si sono aperte altre traiettorie più interessanti.
Tuttavia, il richiamo della sua scena musicale è ancora fortissimo, lo scontro di culture che negli anni ha prodotto tanti generi e stili resta un incredibile motore creativo. Sarà per questo che il ventunenne dj, produttore e musicista Mura Masa aka Alex Crossan, originario dell’isola di Guernsey, ha scelto di dedicare il proprio album di debutto alla Londra multiculturale che lo ha accolto qualche anno fa. Una dichiarazione d’amore a quell’intrico di strade colorate e rumorose che trasudano musiche diverse e piene d’energia.
Il disco di Mura Masa, omonimo e autoprodotto, mantiene la cifra delle tracce che lo hanno portato alla ribalta in questi ultimi anni, mescolando la potenza delle nuove produzioni elettroniche alle sonorità più ruvide del beatmaking e del sampling hip hop.
Insomma, un ragazzino bianco emigrato dal Canale della Manica diventa la voce della Londra multiculturale, prendendo ispirazione da mille cose diverse per creare un suono fresco e originale.
La stessa rete della metropolitana della capitale britannica, attraverso la quale si sposta quell’ininterrotto flusso di stimoli creativi, diventa la base del lavoro produttivo di Crossan. L’album si apre con “Messy Love” e i suoni di un bus urbano che ci porta nei pressi di Brixton, un punto di partenza ideale per la scoperta della città e dei tanti generi musicali che riempiono i diversi quartieri. Si passa attraverso il big beat di “Nuggets” con Bonzai, il brillante calypso di “Love$ick” con A$AP Rocky, la dancehall pop di “1 Night” (che contiene anche un campione di “Tahiti” di Piero Piccioni) con Charli XCX e per il riuscito omaggio a Prince di “NOTHING ELSE!” con Jamie Liddell.
Ma gli ospiti illustri sono ancora tantissimi, da Desiigner a NAO, da Tom Tripp a Christine and the Queens, da A.K. Paul fino a Damon Albarn, che porta il suo contributo alla traccia più significativa, “Blu”, una canzone d’amore sul bisogno di comprensione e comunicazione che chiude l’album in bellezza.
Attenzione: ormai superato il giro di boa di metà anno, Mura Masa potrebbe davvero essere uno dei migliori dischi del 2017. Assolutamente consigliato per chi desidera viaggiare, anche soltanto con la mente, che ci fa bene.

Mura Masa (Anchor Point/ Downtown/Interscope)

Mura Masa (Anchor Point/ Downtown/Interscope)

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Nídia é má, Nídia é fudida

Con Lisbona è stato un colpo di fulmine, la città mi ha conquistata al primo istante con il suo fascino afro-europeo e la sua colorata decadenza, con le giornate piene di sole e le notti piene di vita. A renderla speciale sono le contaminazioni e gli incroci fra culture diverse, vera eredità positiva di un passato colonialista, ma anche frutto della globalizzazione e dei fenomeni migratori più recenti.
La musica della Lisbona contemporanea è proprio questo: un mix di suoni mediterranei e di ritmi africani nelle forme più diverse e potenti. La batida, per esempio, nasce dall’incontro fra alcuni stili angolani, come semba, kizomba e kuduro, e oggi si presenta in molteplici varianti grazie alla mescolanza con la house music e l’Afrobeat. Protagonista assoluto è il ritmo, che rimbalza dal Portogallo all’Angola, da São Tomé e Príncipe a Capo Verde, per toccare tutti i punti della diaspora afrolusofona e fare finalmente ritorno a Lisbona, dove crew rivali inventano nuove forme di questa musica da balli sfrenati.
La giovane producer Nídia, che si faceva chiamare Nídia Minaj, è la perfetta rappresentante di questo spaccato culturale globale, dal momento che è cresciuta a Lisbona nel sobborgo operaio di Vale da Amoreira, finché non si è trasferita a Bordeaux con la famiglia a quattordici anni. In Portogallo Nídia ballava la batida con le amiche del gruppo Kaninas Squad, mentre in Francia ha scoperto il proprio talento nella creazione musicale e si è fatta lo studio in cameretta, Estúdio da Mana.
Oggi esce il suo disco d’esordio, Nídia é Má, Nídia é Fudida, che non a caso è pubblicato dall’etichetta Príncipe, dedicata esclusivamente alla musica dance contemporanea che emerge delle periferie della capitale portoghese: non solo nuovi suoni e nuovi stili, ma anche nuove poetiche e nuove identità culturali.
L’album condensa esperienze positive e negative della giovane vita di Nídia, rispecchiando un grande senso di meraviglia e curiosità nei confronti dell’animo umano e di tutto ciò che appare misterioso o sconosciuto.
A imprimere una decisa spinta iniziale è l’energica traccia d’apertura, “Mulher Profissional”, manifesto dell’empowerment femminile e tuffo nell’Africa di domani. Tutte le canzoni sono piuttosto brevi, come se l’artista volesse assecondare la propria fretta di scoprire quello che succederà dopo. Lo stesso sentimento si prova ascoltando “I Miss My Ghetto”, che dietro un titolo apparentemente nostalgico rivela questa fame di futuro e la voglia di ricevere continui stimoli sempre diversi.
Quasi sul finale arriva il groove irresistibile di “Indian”, regalandomi un motivo in più per amare Lisbona e, in generale, la musica che nasce dalle periferie del mondo.

Nídia é Má, Nídia é Fudida (Príncipe Discos)

Nídia é Má, Nídia é Fudida (Príncipe Discos)

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Ennanga Vision

Il mal d’Africa ti resta appiccicato alla pelle come il sole, ti entra nell’anima e non ti abbandona più. Lo sa bene il produttore londinese Jesse Hackett, che nel corso del suo viaggio musicale nel cuore dell’Uganda ha concepito e realizzato un progetto bellissimo, una sorta di colonna sonora post-moderna di quella parte di Africa, così complicata e spesso tormentata.
Hackett, che fa parte della band keniana-britannica Owiny Sigoma e suona le tastiere sul palco dei Gorillaz, è tanto europeo quanto innamorato dei suoni del continente africano, ma in questa sua missione si è fatto accompagnare dal multistrumentista e cantante ugandese Albert Ssampeke, che gli ha aperto le porte del suo mondo musicale e ha coinvolto alcune leggende viventi della scena tradizionale. Infatti, Ssampeke è il figlio (uno dei venticinque) di un musicista famosissimo ai tempi dell’antico regno di Buganda e a sua volta è insegnante, performer e custode di quell’intricata e complessa tradizione culturale.
Il risultato della collaborazione tra Hackett e Ssampeke è il coloratissimo album Ennanga Vision, che mescola la sensibilità elettronica dell’uno con la strumentazione acustica dell’altro, intrecciando efficaci forme di pop contemporaneo a canzoni tradizionali ugandesi. La musica di corte di Buganda, i canti popolari dei matrimoni, il vivace pop africano, i martellanti beat elettronici, le drum machine a 8-bit e gli strumenti fatti a mano, come l’Amadinaba (un enorme xilofono), il Ngindidi (un violino), l’Endongo (un’arpa) e l’Ennanga (un flauto), sono gli elementi principali di questa colonna sonora, così originale e coinvolgente.
Fra gli ospiti speciali del progetto spiccano Otim Alpha, leggendario cantante della regione settentrionale del Paese, famosissimo nella comunità Acholi, e Twongweno, il vero re della musica dei matrimoni Acholi e pioniere del sound elettronico dell’Uganda.
Ennanga Vision è proprio una visione, un viaggio vero in un mondo musicale differente, il disco perfetto per chi, come me, quest’estate non potrà allontanarsi troppo da casa, almeno fisicamente.

Ennanga Vision (Soundway Records)

Ennanga Vision (Soundway Records)

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To Syria, With Love

Da sempre lo spirito del viaggiatore alberga nel cuore e nella mente di Omar Souleyman, cantante siriano costretto a lasciare la propria terra devastata dalla guerra, che si è costruito una seconda carriera in Occidente. Da celebrità locale dei matrimoni tradizionali a beniamino degli artisti e dei produttori più cool della scena elettronica, come Björk, Kieran Hebden e Modeselektor, il passo è stato più breve del previsto.
Il suo nomadismo si riflette anche nei passaggi di etichetta: mentre Wenu Wenu (2013) usciva per Ribbon Music/Domino e Bahdeni Nami (2015) per Monkeytown, il nuovo To Syria, With Love è pubblicato da Mad Decent. Chissà che cosa pensano Major Lazer e RiFF RAFF del loro nuovo compagno di scuderia in abiti tradizionali.
Come il titolo lascia intuire, il disco è un’ode di Souleyman per il suo Paese, ormai ridotto a un enorme campo di battaglia dal lungo e sanguinoso conflitto che ha distrutto le città, ucciso centinaia di migliaia di persone innocenti e costretto altri milioni di famiglie ad abbandonare le loro case. Tuttavia, nonostante l’inevitabile significato politico, implicito in un omaggio così appassionato alla Siria, Omar Souleyman resta un cantante sentimentale, che difficilmente sceglie di toccare temi di stringente attualità, ma preferisce dedicarsi al racconto dell’amore e delle sue tribolazioni, trasformandolo in una splendida metafora.
Le canzoni, con i testi scritti dall’amico e collaboratore di lunga data Shawah Al Ahmad, sono storie sentimentali, spesso anch’esse conflittuali e magari con significati nascosti, ma non diventano mai esplicitamente impegnate. Persino sulla dance movimentata di “Ya Boul Habari”, che apre il disco con un beat compulsivo, Souleyman canta il dolore di un cuore spezzato.
Musicalmente si sente la mancanza del tastierista e produttore Rizan Said, che in passato si era sempre occupato dei sintetizzatori e della programmazione e qui è stato sostituito da Hasan Alo, più orientato alla velocità ma anche più monotono.
La traccia più ipnotica e coinvolgente dell’album è “Ya Bnayya”, basata su una struttura vertiginosamente poliritmica guidata dal suono di un mijwiz sintetico, che con un movimento circolare alterna accelerazioni spinte a momenti di quasi abbandono.
Ma la vera forza di To Syria, With Love è l’interpretazione dello stesso Souleyman, perfettamente calato nella parte dell’artista in esilio che invia il proprio messaggio d’amore a una patria ormai irraggiungibile, incarnando così un sentimento comune a milioni di siriani che oggi sono sfollati, migranti e rifugiati.

Omar Souleyman, To Syria, With Love (Mad Decent)

To Syria, With Love (Mad Decent)

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Witness

Il movimento Black Lives Matters ha avuto la forza di risvegliare la coscienza politica di tanti giovani afroamericani, che si sono scoperti sfiniti e arrabbiati da un sistema che li ha sempre considerati come cittadini di seconda categoria.
Il cantautore Benjamin Booker, anch’egli giovane e afroamericano, si è sentito profondamente coinvolto da quella spinta all’attivismo, ma in un momento creativo per lui non troppo felice. Sentendo di aver perso le proprie canzoni, nel 2016 è partito alla volta del Messico per lavorare come barista e cercare alcune risposte alle proprie domande di uomo e di artista. Di ritorno a New Orleans dopo qualche mese, Booker aveva in mano le dieci canzoni originali per il suo secondo album, Witness, che in poco più di mezz’ora riesce a comunicare con grande forza tutti i sentimenti, le frustrazioni, la rabbia e le speranze dei suoi coetanei afroamericani. Per esempio, “The Slow Drag Under” tocca il tema dell’isolamento in una società assente per tanti, mentre “All Was Well”, che chiude il disco, racconta il risveglio di quella consapevolezza politica capace di portare alla partecipazione attiva e al desiderio di cambiamento.
Benjamin Booker, con la sua voce ruvida ed emozionante, è un bluesman consumato del nostro tempo, che mescola con naturalezza ed efficacia retro soul, garage rock e gospel, svelandoci nuove sfumature e possibilità espressive della black music. Il filo conduttore è la sua chitarra elettrica, grezza ed essenziale, che funziona al meglio proprio quando suona con semplicità.
“Right On You” potrebbe essere lo sfogo punk di Otis Redding, mentre “Believe” è una ballata dolcissima e romantica. Ma il pezzo forte di Witness è proprio la title-track, un gospel appassionato e potente, cantato con la grandissima Mavis Staples. Il testimone è lo stesso Benjamin Booker, che ha assistito all’epifania politica della sua generazione e si presenta al banco per riportarla a quella società che deve essere rovesciata, con la ferma volontà di essere parte attiva del cambiamento.

Benjamin Booker, Witness (ATO Records)

Witness (ATO Records)

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CTRL

La First Lady della Top Dawg Entertainment, Miss Solána Rowe aka SZA, si è finalmente presentata al mondo dell’R&B con un vero e proprio disco, intitolato CTRL, che sembra sfidare continuamente i confini del genere. Dopo i precedenti ep, S (2013) e Z (2014), quello che doveva essere il terzo capitolo della trilogia, A, si è trasformato in qualcosa di più, un album dalla forma matura e consapevole, capace di fare storia a sé e lasciare il segno nel pianeta della musica urban contemporanea.
Il titolo, CTRL, è già una manifestazione di intenti: SZA è pronta per prendere il controllo della propria vita come donna e come artista, senza scendere a compromessi, ma sempre con estrema onestà. Solána è se stessa, sempre, anche in quelle frasi volgari che esprimono i pensieri più dolci o in quelle espressioni da tastiera che diventano didascalie da social network.
Si tratta di un album languido e astuto, denso di sentimenti, che non può che trovare riferimento nel nuovo R&B di Frank Ocean e nel suo mondo profondamente emozionale. Le canzoni si sciolgono lente e delicate, morbide e avvolgenti, mostrando tutte le sfumature vocali di SZA, autrice e interprete versatile, capace di essere dolce e sensuale, ma anche potente e sicura, persino nell’affrontare temi intimamente femminili, come l’idea di donna alla quale vorrebbe corrispondere, l’autostima da costruire con il coltello fra i denti, la giovinezza e le sue qualità, destinate a passare inesorabilmente e quindi da vivere in pieno finché si può.
In “Normal Girl” Solána canta il tentativo di corrispondere ai desideri del suo ragazzo, quando scopre di non essere l’unica per lui, mentre “Love Galore” (con la partecipazione di Travis Scott) racconta la battaglia tra due amanti che non si vogliono davvero eppure non riescono a lasciarsi. La chitarra protagonista in “Drew Barrymore” e il beat di “Prom”, il pezzo più riuscito, confermano la varietà sonora di CTRL e l’intelligenza creativa di SZA, avvantaggiata da un team di produttori stellare e da alcuni contributi di primo piano, come  quelli di James Fauntleroy in “Wavy (Interlude)”, Isaiah Rashad in “Pretty Little Birds” e Kendrick Lamar in “Doves With The Wind”. Una vera e propria benedizione da parte di colui che oggi incarna l’essenza della musica nera.

SZA, CTRL (Top Dawg Entertainment/RCA)

CTRL (Top Dawg Entertainment/RCA)

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The Great Mixtape Top Five #25

Questi, per me, sono giorni di attesa. Lenta, calma e pensierosa.
Non avevo mai riflettuto su quanto bella e strana potesse essere la sensazione di aspettare qualcosa o qualcuno, ma finora l’avevo sempre associata a un sentimento di fastidio misto a insofferenza. Come quando non passa il tram o la pagina web non si carica o, peggio ancora, la coda per il bagno è infinita e tu stai per fartela addosso.
Invece, le attese sono tutte diverse fra loro e, certo, possono essere insopportabili ed estenuanti, ma possono anche diventare magiche e tonificanti, se sai che la tua vita sta per cambiare da un momento all’altro.

E allora la nuova Top Five è dedicata alla fenomenologia dell’attesa, questo sentimento cangiante e pieno di sfumature, che tutti viviamo continuamente.

5) “Waiting”, Green Day (2000). Quando si aspetta l’amore della vita, anche i punk diventano romantici.

4) “Waiting On A Friend”, The Rolling Stones (1981). Non sempre vale la pena aspettare una donna, anche se sei Mick Jagger, ma sicuramente vale la pena aspettare un amico. Soprattutto se in sottofondo c’è il sassofono di Sonny Rollins.

3) “Waiting In Vain”, Bob Marley & The Wailers (1977). Si sa, Mr. Marley non aveva una gran pazienza con le donne: ti aspetto, ma a un certo punto deciditi.

2) “I’m Waiting For The Man”, The Velvet Underground (1967). Un giovane studente sta a rota e rischia di impazzire in attesa del suo spacciatore di eroina ad Harlem.

1) “You Can’t Hurry Love”, The Supremes (1966). Come dice la mamma, che ha sempre ragione, non si può mettere fretta all’amore: “Love don’t come easy”.

Come sempre, vi lascio anche una bonus track per rendere più dolce l’attesa fino alla prossima classifica.

*) “Always Waiting”, Michael Kiwanuka (2012). Una struggente ballad acustica piena di poesia con un video altrettanto bello e commovente: nell’attesa ci si può anche perdere.

 

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