Keleketla!

La Keleketla! Library di Johannesburg – biblioteca, centro per le arti e mediateca – è uno spazio indipendente, avviato nel 2008 grazie a libri e oggetti donati dalla comunità e gestito dagli artisti e musicisti Rangoato Hlasane e Malose Malahlela. Qui comincia una storia interessante e fortunata, che ci regala un meraviglioso album intitolato proprio Kelektla! e appena uscito per la Ninja Tune.
Questa parola, così piena di consonanti dure, ha invece il morbido significato di “risposta (a una chiamata)” e non potrebbe essere più azzeccata: Ra e Malose, chiamati a collaborare con altri musicisti sudafricani per supportare l’ente benefico In Place of War, al quale sarà devoluta una parte dei proventi, rispondono positivamente e, a loro volta, chiamano i Coldcut.
E così la rete si allarga, da Johannesburg a Londra, fino a Lagos, Los Angeles e addirittura alla Papua Occidentale, per trasformarsi in un incontro globale di musiche tradizionali e contemporanee, suoni acustici, elettrici ed elettronici, artisti di generazioni e provenienze diverse.
Il risultato complessivo è un caleidoscopico viaggio in una futuribile galassia jazz, dove l’Afrobeat di Tony Allen, che manca terribilmente, incrocia i beat gonfi del gqom sudafricano e del nuovo hip hop elettronico. Dove le rime taglienti del rap e della spoken poetry si sovrappongono a canti di rivolta e cori tradizionali lungo il filo che lega musica e politica, libertà di espressione ed emancipazione.

Sarebbe un peccato non citare tutti i musicisti che hanno risposto alla chiamata.

South Africa sessions: Yugen Blakrok, Nono Nkoane, Thabang Tabane, Tubatsi Moloi, Gally Ngoveni, Sibusile Xaba, Soundz of the South Collective, DJ Mabheko.

London sessions: Tony Allen, Shabaka Hutchings, Dele Sosimi, Ed ‘Tenderlonious’ Cawthorne, Tamar Osborn, Miles James, Joe Armon-Jones, Afla Sackey, Benny Wenda, The Lani Singers, Eska Mtungwazi, Jungle Drummer, DeeJay Random.

In più, i contributi a distanza di The Watts Prophets (Los Angeles) e Antibalas (New York).

Da non perdere “Future Toyi Toyi”, “Freedom Groove” e “Papua Merdeka”, né la bellissima copertina di Lisolomzi Pikoli.

artwork by Lisolomzi Pikoli
Keleketla! (Ninja Tune)
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To Be Surrounded By Beautiful, Curious, Breathing, Laughing Flesh Is Enough

Un verso poetico di Walt Whitman non rischia di passare inosservato, soprattutto se diventa il titolo – tanto bello quanto lungo – di un disco dei Deerhoof.
Tratta dal poema I Sing The Body Electric del grande autore statunitense, questa meravigliosa stringa corrisponde pienamente allo spirito del nuovo album live della band californiana, che si muove sempre con disinvolto approccio punk entro i bordi piuttosto sfumati del rock alternativo più sperimentale.
Qui Satomi Matsuzaki (voce e basso), Ed Rodriguez (chitarra e basso), John Dieterich (chitarra) e Greg Sagnier (batteria) si dimostrano al massimo della forma, ma la performance arriva al suo culmine con la straordinaria partecipazione negli ultimi cinque brani del leggendario trombettista e compositore Wadada Leo Smith, figura di riferimento nella scena jazz d’avanguardia.
Un’esibizione avvincente e piena di energia, ripresa durante il Winter Jazzfest a Le Poisson Rouge di New York, che diventa anche il pretesto per parlare di democrazia e diritti umani, dato che il ricavato del disco sarà completamente devoluto all’organizzazione Black Lives Matter.
Come sottolinea Wadada Leo Smith, “i veri principi democratici esigono che tutti gli esseri umani rispettino i diritti degli altri e sviluppino la capacità di condividere la ricchezza, il potere, la terra e il cielo, con la condizione che tutti lavoriamo collettivamente per costruire un mondo pacifico”. Ricordiamolo, anche mentre ci lasciamo trascinare dal suono potente e grintoso di To Be Surrounded By Beautiful, Curious, Breathing, Laughing Flesh Is Enough (Joyful Noise Recordings).

artwork
To Be Surrounded By Beautiful, Curious, Breathing, Laughing Flesh Is Enough (Joyful Noise Recordings)
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Mente

“Mente” in portoghese ha più di un significato, esattamente come in italiano. Può essere il sostantivo che indica il complesso delle facoltà intellettive e psichiche dell’essere umano – la mente, appunto – oppure la terza persona singolare del verbo mentire, dire bugie. Ecco perché Mente è anche il titolo del nuovo album del musicista, compositore e produttore brasiliano Thiago Nassif: questa parola esprime quella che lui definisce la post-verità di Stato dell’attuale regime politico del suo Paese, un mix di falsità e manipolazione.
Co-prodotto insieme all’icona no wave Arto Lindsay, brasiliano nel cuore, da tempo estimatore di Nassif, il disco alterna portoghese e inglese e mescola stili, generi e linguaggi. Elettronica sperimentale e tropicalismo, no wave e bossa nova, rock, jazz e baile funk: tutto si tiene in un mondo musicale variopinto e distorto, che i due produttori hanno creato anche grazie ai contributi di tanti altri artisti della scena underground di Rio De Janeiro, molto vivace e in continua evoluzione.
Almeno un paio di tracce, come “Plástico” e “Feral Fox”, pura Tropicália, ricordano il lavoro di Lindsay con Caetano Veloso fra gli anni Ottanta e Novanta, ma altrettanto suadente è “Vóz Única Foto Sem Calçinha”, con la dolce voce pop della cantante Ana Frango Elettrico che dialoga con la cuíca, la percussione tipica del samba. Perfetta la chiusura dell’album con “Santa”, un funk carioca super coinvolgente che invita a muoversi e riprendere coscienza. Un risveglio fisico, del corpo, che sferza e attiva anche la mente.

artwork
Mente (Gearbox Records)



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UNTITLED (Black Is)

We present our first ‘Untitled’ album to mark a moment in time where we as Black People, and of Black Origin are fighting for our lives. RIP George Floyd and all those who have suffered from police brutality and systemic racism. Change is happening… We are focused. SAULT x

Con queste parole, sull’immancabile – e più che mai significativo – sfondo nero, il gruppo britannico SAULT presenta il nuovo album, Untitled (Black Is), sul proprio sito (è possibile scaricarlo qui fino ad agosto 2021).
Di questo collettivo di musicisti con base a Londra sappiamo poco o nulla e, anche stavolta, pubblicano senza troppa pubblicità un’opera bella e importante. Untitled, senza titolo, ma con un sottotitolo esplicito e pieno di senso: Black Is. In venti tracce, passando dall’hip hop al funk, dal soul alla spoken poetry, dal folk africano ai canti di protesta, dal jazz all’R&B, questo disco prova a rappresenta l’intero spettro della Blackness proprio nel momento in cui le proteste dei cittadini afroamericani sembrano aver raggiunto un punto di non ritorno e trovano supporto nel resto del mondo. Il limite di sopportazione per il razzismo sistemico e la brutalità della polizia nei confronti della comunità afrodiscendente è stato superato da un pezzo: è necessario non tornare indietro, continuare a lottare perché Black Lives Matter.
Ogni traccia contiene domande pesanti come macigni, a partire da una fondamentale: perché la violenza della polizia e del sistema contro le black people è ampiamente accettata? “The bloodshed on your hands, an other man. / Take off your badge, we all know it was murder”, canta un’intensa voce femminile in “Wildfires”, rivolgendosi direttamente a un poliziotto.
Emozionanti sono anche “Bow”, con il cantautore Michael Kiwanuka, e “This Generation”, con la poetessa Laurette Josiah, ma uno dei momenti chiave è “Miracles”, che ipnotizza con un loop di batteria e tiene all’ascolto con una voce soul senza tempo: “You are the miracle… / You might be down, but you ain’t out”. È tutto qui il senso dell’album, delle proteste, del movimento: il sistema razzista si accanisce contro un’intera comunità, ma la comunità resiste.

artcover
UNTITLED (Black Is) (self-release)
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Não Fales Nela Que A Mentes

Tre anni fa l’album d’esordio della giovane musicista e produttrice portoghese Nídia, intitolato Nídia é Má, Nídia é Fudida, mi aveva conquistata al primo ascolto con il suo irresistibile incrocio di suoni mediterranei e ritmi africani. Oggi, la mia reazione a Não Fales Nela Que A Mentes, appena uscito per l’etichetta di Lisbona Príncipe, è lo stesso stupore innamorato, anche se per certi versi il nuovo disco rappresenta un cambio di direzione rispetto al precedente lavoro di Nídia.
I primi due minuti e mezzo di “Intro” ci proiettano subito in una zona d’ombra, cupa e inquietante. L’atmosfera più lunare – e lunatica – richiede maggiore attenzione, movimenti cauti, e incute rispetto fin dall’inizio.
È quello che si dice un album maturo, riflessivo, introspettivo, più intimo del debutto, nonostante i contenuti già estremamente personali di allora, eppure generazionale.
Le tracce sono essenziali ed efficaci, tanto che ogni elemento è riconoscibile, materico, quasi tangibile, e sempre perfettamente a fuoco. Resta la mescolanza di suoni, ritmi e stili provenienti dalle periferie dell’Africa e del Mediterraneo, ma la cifra complessiva è più emozionale che fisica, nella continua e incerta alternanza tra passione e nostalgia, espressa splendidamente nel finale di “Emotions”.
Nídia è una stella che brilla del respiro dei corpi urbani, una voce che racconta se stessa e, insieme, restituisce i tratti di una giovane e cangiante identità globale. Esseri umani in movimento ed esseri umani che accolgono, esseri umani che si mischiano senza paura.

Artwork
Não Fales Nela Que A Mentes (Príncipe)

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Lagos Pepper Soup

La musica e la cucina sono due mondi per certi versi simili. In entrambi troviamo appagamento per corpo e mente, ci rinfranchiamo, affiniamo i nostri sensi e godiamo del piacere della sorpresa e della scoperta. Entrambi si offrono spesso come fertile terreno di contaminazione. Culturale, prima di tutto.
Ecco perché il nuovo album del jazzista Michael Olatuja, che è cresciuto a Lagos, ha studiato a Londra e si è spostato a New York, s’intitola felicemente Lagos Pepper Soup: è un piatto – o meglio, un intero menu – nato dall’incontro tra la scena jazz newyorchese e la musica popolare dell’Africa occidentale, senza dimenticare le influenze della scuola londinese.
L’intento del bassista, creare un’opera jazz della diaspora africana, è ambizioso, ma non pretenzioso o arrogante. Il jazz di matrice afroamericana, con le sue evoluzioni contemporanee, non guarda con supponenza alle molteplici declinazioni del folk africano, ma si presta con gioiosa freschezza ai suoi colori accesi e alle sue vibrazioni. Il groove di Olatuja si appoggia con facilità alle ritmiche Afrobeat, lasciandosi ispirare dai grandi artisti che partecipano a questo fruttuoso scambio.
Insieme a Michael Olatuja suonano quasi in tutti i pezzi anche il batterista Terreon Gully, il pianista Aaron Parks e il tastierista Etienne Stadwijk, ma Lagos Pepper Soup ospita anche i favolosi contributi di Angelique Kidjo (splendida voce della title-track), Dianne Reeves, Regina Carter, Joe Lovano, Laura Mvula, Lionel Loueke, Grégoire Maret, Becca Stevens, Brandee Younger, Robert Mitchell e Onaje Jefferson. Un viaggio musicale a tratti epico, a tratti intimo e familiare, sempre stimolante.

artwork
Lagos Pepper Soup (Whirlwind)
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God Has Nothing To Do With This Leave Him Out Of It

In questo momento storico, durissimo e difficile soprattutto per le minoranze e per le persone più vulnerabili della società, prendere la parola e far sentire la propria voce è assolutamente fondamentale. Chiunque sia vittima di discriminazioni e soprusi, deve esprimersi con ogni mezzo a disposizione, in ogni modo e in ogni luogo.
La rapper e producer transfemminile Backxwash, canadese di Montreal originaria dello Zambia, utilizza la musica per manifestare il proprio dissenso e muovere le proprie ineccepibili critiche alla società contemporanea.
Il precedente album, Deviancy (2019), si scagliava contro bigottismo, patriarcato, retorica conservatrice e stereotipi, rifiutando rabbiosamente l’imposizione di una normalità preconfezionata e limitante. Il nuovissimo lavoro, dal titolo lungo ma efficace, God Has Nothing To Do With This Leave Him Out Of It, approfondisce ulteriormente gli stessi temi, intrecciando la dimensione sociale e individuale di alcuni concetti chiave come blackness e queerness, subiti e provati in prima persona. Ci sono una maggiore profondità e, se possibile, ancora più rabbia, ma a un livello così intimo da amplificare i tumulti e gli scossoni del cuore.
Ispirata da riferimenti anche diversi fra loro, da Missy Elliot a Redman, Backxwash produce basi strumentali cupe e potenti, sempre originali, sulle quali scatena rime abrasive, rivoltose, incazzate con la società ma anche con se stessa, mentre lotta con i propri demoni interiori e con l’idea di Dio che dovrebbe appartenerle.
Un’opera di grande forza comunicativa, importante oggi più che mai.

artwork
God Has Nothing To Do With This Leave Him Out Of It (Grimalkin Records)

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Vodou Alé

Succede spesso che la contaminazione – di generi, stili, linguaggi, strumenti – produca in musica risultati inaspettati e sorprendenti.
È il caso del cortocircuito scatenato dall’incontro tra la band haitiana Chouk Bwa, che propone la tipica mizik rasin (o roots music) del Paese caraibico, e il duo belga di producer The Ångströmers, che invece fa dub e bass music. Il risultato di questa fortunata collaborazione è l’album Vodou Alé, appena pubblicato per l’etichetta svizzera Bongo Joe Records e, appunto, fantastico esempio di contaminazione.
Nelle nove tracce tradizione e contemporaneità si (con)fondono, creando la colonna sonora di un rituale post-moderno che possiamo celebrare a distanza, toccandoci solo attraverso le basse frequenze e le ritmiche cicliche dei tamburi. Le percussioni afro-haitiane s’intrecciano alle basi elettroniche scure e minimaliste, infondono energia eppure ipnotizzano, catturando l’ascoltatore per sottrargli il controllo del suo corpo.
Vodou Alé è un disco pieno di vita, fisico e terreno, eppure denso di quella religiosità ancestrale e pagana capace ancora di amplificare le percezioni e trasportarci altrove.
È il frutto prezioso di un’originale mescolanza di passato e presente, di suoni e culture musicali, ma anche la dimostrazione che nell’altro da sé ci si può riconoscere o, ancora meglio, trovare qualcosa che ci manca e magari ci completa.

Artwork
Vodou Alé (Bongo Joe Records)
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Float Back to You

Questa primavera così calda prepara l’arrivo di un’estate tanto attesa quanto imprevedibile. Mentre mi dedico a uno dei miei passatempi preferiti, sognare e organizzare viaggi e vacanze in amene località marittime, dentro di me so benissimo che quest’anno i miei piani rimarranno sulla carta e mi preparo psicologicamente ad affrontare una lunga estate in città. Piscinetta gonfiabile e via, pronti per l’abbronzatura tossica da balcone.
Ora sono ironica, ma per molte persone saranno mesi ancora più duri di quelli appena trascorsi e io posso già considerarmi fortunata per molti aspetti, nonostante le difficoltà e i momenti di crisi.
Di sicuro bisogna scegliere la colonna sonora giusta per mantenere uno stato d’animo positivo e sentire comunque l’estate sulla pelle. Primo suggerimento della stagione: l’esordio discografico degli Holy Hive, Float Back to You, che ci conduce – soffice e leggero come le nuvole estive – in quella zona della musica dove soul e folk s’incontrano.
Il gruppo, di base a New York, è una creatura del batterista Homer Steinweiss, già al lavoro anche con Sharon Jones, Charles Bradley, Bruno Mars, Amy Winehouse, e del chitarrista Paul Spring, giovane studioso dotato di un gentile falsetto. L’energia percussiva dell’uno e la delicatezza melodica dell’altro trovano una combinazione ideale con le morbide linee di basso di Joe Harrison.
Sembra un disco di canzoni facili, eppure si apre a diversi livelli di lettura, anche grazie alla passione di Spring per la mitologia greca e le tradizioni antiche. Per esempio, il brano “Embers to Ash” è l’adattamento in musica dell’Ode alla gelosia di Saffo, mentre “Red is the Rose” è la rivisitazione dell’omonimo canto irlandese.
Il sentimento prevalente è il desiderio amoroso, ma quello del romanticismo e della dolcezza, non quello del possesso e della gelosia. È la gioia di vivere e scoprire il mondo insieme, non l’ansia di chiudersi agli altri. La title-track e quella di apertura, “Broom”, rendono perfettamente il senso del groove a combustione lenta del trio, che riempie di soul melodie orecchiabili ed efficaci, esaltandole senza fronzoli né banalità.
Float Back to You è una brezza estiva che scompiglia i capelli ed entra nelle narici, piacevole e rinfrescante. Magari è solo una folata, ma lascia una sensazione di benessere ben più duratura.

artwork
Float Back to You (self-released)

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W

Una copertina di grande potenza comunicativa, firmata dall’illustratore Nicola Napoli (italiano di base a Berlino), è l’identità visiva di W, il nuovo album di Populous aka Andrea Mangia. Leccese di nascita e cosmopolita per vocazione, il produttore e dj è un artista internazionale nel vero senso del termine: non solo è conosciuto e apprezzato all’estero, ma concepisce la musica come una materia globale e contaminata – anzi, da contaminare – che può superare barriere fisiche, confini di genere e stile, stereotipi culturali e luoghi comuni.
Ma ripartiamo dalla copertina-manifesto di W (come women), da quello che potrebbe essere l’invito a un party affollato da figure femminili tutte diverse fra loro e tutte speciali. Una festa utopica alla quale vorremmo partecipare, perché saremmo sicur* di essere a nostro agio, oltre le definizioni e le categorizzazioni, senza timore di essere noi stess*. Ecco, le tracce del disco rispecchiano quest’atmosfera e questo stato d’animo, la bellezza di mescolarsi con altre identità, talvolta affini e talvolta distanti, pur mantenendo la propria originalità.
Populous racconta un immaginario femminile libero ed eterogeneo, cercando complicità nelle donne – artiste, icone, modelli – che più lo hanno ispirato nel suo percorso musicale. Per loro costruisce un universo parallelo fatto di beat elettronici coinvolgenti, giravolte psichedeliche, melodie dream pop e ritmiche afro-latine. E in questo viaggio elettronico intorno al mondo, che passa soprattutto dal Sudamerica e dall’Europa, si fa accompagnare da alcune delle artiste indipendenti che maggiormente stima nel panorama attuale: Sobrenadar, Kaleema, Sotomayor, Emmanuelle, Barda, Weste, Cuushe e le italiane M¥SS KETA, L I M, Matilde Davoli e Lucia Manca.
La sensuale simbiosi tra corpo e natura è il tema di “Desierto”, cantata dalla voce sospirata dell’argentina Sobrenadar, che apre l’album e anticipa la trascinante “So Lo Que Soy”, con il duo messicano Sotomayor a celebrare il rituale pagano della pista da ballo. In “Flores No Mar”, avvolgente e profumata di afrosamba, la performer brasiliana Emmanuelle rende omaggio alla dea Lemanjá, che secondo la religione Candomblé è regina del mare e protettrice di tutte le donne. Tutte le radio passeranno la sfacciata “HOUSE OF KETA” (rigorosamente in capslock), ma la vera perla è “Getting Lost”, un invito a perdersi per potersi finalmente ritrovare, dolce e sognante come L I M, che ne è la protagonista.
È una dichiarazione in musica quella di Populous, un appello al rovesciamento del sistema eteronormato ormai incrostato al quale siamo sottoposti. Il suono della libertà che vorremmo ballare a ogni angolo delle nostre strade. Un nuovo passo in avanti, per una scena musicale che non è poi così priva di pregiudizi come vorrebbe credersi.

artwork
W (La Tempesta International / Wonderwheel Recordings)
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