The Things I Can’t Take With Me

“Le cose che non posso portare con me” è una frase piena di dolore, che solitamente non si riferisce a oggetti o beni materiali, ma richiama una dimensione più profonda e tormentata. The Things I Can’t Take With Me è il titolo del nuovo ep, uscito a sorpresa, dell’artista e cantautrice newyorchese Yaya Bey, che qui esplora diverse declinazioni dell’essere donna e afroamericana, ma soprattutto dell’essere persona con la volontà di amare ed essere amata.
Nella splendida traccia di apertura, “The roof of a thing”, basato su un ipnotico loop di chitarra soul, Bey canta di giovanissimi genitori incapaci di allevare il loro bambino e se stessi. E della consapevolezza che antiche ferite mai rimarginate completamente possano lasciare un enorme peso sulle spalle, rendendo complicate tutte le relazioni future.
L’amore si porta sempre dietro una scia di contraddizioni, così la sintetica e potente “You up?” mette sul piatto la continua e apparentemente inevitabile alternanza tra passione e rabbia, armonia e litigi: “This is hell, but I’ve been waiting all my life for this / Oh, the lips that tell me lies, but I can’t wait to kiss”
La necessità di un vero empowerment femminile, soprattutto all’interno della comunità afroamericana, emerge in “September 13th” attraverso le vicende di una giovane donna che non riesce ad accogliere il meritato successo – un rapporto appagante e un lavoro soddisfacente – per un’inesorabile mancanza di autostima. Qui la voce si ispira alle atmosfere del jazz, regalando eleganza a musica e parole.
Scritto e registrato durante l’isolamento forzato dovuto alla pandemia, The Things I Can’t Take With Me rivela un’intenzione solitaria e malinconica, ma Bey si guarda dentro per ritrovare sicurezza e voglia di rivalsa, chiudendo il disco con una denuncia esplicita contro un tizio dell’industria discografica in “Industry love / A protection spell”: “No weapon form against me / Not even you baby / Not even you”. Come in una sorta di manifesto, l’artista afferma chiaramente che non svende se stessa, né il proprio talento, in cambio di favori.
Per Yaya Bey, che ha recentemente concluso la sua seconda residenza artistica presso il MoCADA di Brooklyn e ha realizzato anche copertina e merchandising dell’ep, questo è un nuovo inizio, l’eccitante premessa all’album completo che arriverà tra qualche mese. Restiamo in trepidante attesa, mentre diamo uno sguardo anche dentro noi stessi con la colonna sonora ideale.

artwork by Yaya Bey
The Things I Can’t Take With Me
(Big Dada Records)
Posted in Music | Tagged , , , , , , , | Leave a comment

Fine Away

L’etichetta berlinese Habibi Funk Records si occupa ormai da tempo di ristampare dischi jazz e funk (e ampi dintorni) degli anni Settanta e Ottanta, provenienti dall’area mediorientale e arabofona.
Per il sedicesimo volume della serie, la label guidata da Jannis Stürtz ha recuperato una vera e propria perla della musica libanese, l’album Fine Away del chitarrista e cantautore Rogér Fakhr. Registrato a Beirut intorno alla metà dei Settanta, all’epoca fu siglato a mano e distribuito in sole duecento copie dall’artista stesso, prima di scappare a Parigi nel 1976 a causa della guerra civile e dell’occupazione siriana del Libano, insieme all’amico musicista Issam Hajali.
Il sodalizio musicale fu breve ma intenso e lasciò un segno profondo su Hajali, così come su chiunque collaborò con Fakhr, che però si trasferì negli Stati Uniti dopo poco tempo. Fu proprio grazie a Hajali che Stürtz scoprì la musica di Fahkr e riuscì a contattarlo, convincendolo a ripubblicare Fine Away.
L’ascolto di questa raccolta di morbide ballate e struggenti melodie blues difficilmente porterebbe a individuarne il luogo di nascita. Pochi indizi condurrebbero alla Beirut della crisi, ma non è anche questa la magia della musica, lasciarsi guidare altrove?
La voce suadente e l’accompagnamento di flauto della canzone di apertura, “Lady Rain”, evocano la polaroid di un piacevole picnic all’aperto, mentre in “Sitting in the Sun” Fahkr sfoggia le proprie doti tecniche su un groove di basso super funk, pescando una meravigliosa melodia in pieno stile maqam. Altrettanto coinvolgente è “Had To Come Back Wet”, mentre “Keep Going” offre un fugace sguardo sugli stravolgimenti politici dell’epoca. Si nasconde qui l’unico verso in arabo, prima che la traccia sfumi verso le sirene e gli spari.
Una rivelazione, una carezza sul cuore.

artwork
Fine Away (Habibi Funk Records)
Posted in Music | Tagged , , , , | Leave a comment

Vexillology

Spesso mi sveglio nel cuore della notte, mentre sogno di viaggiare. Apro gli occhi con la sensazione di essere altrove, in luoghi lontani che non conoscono pandemia né quarantene. Seduta in riva al mare con le onde che mi accarezzano i piedi, in cammino su un sentiero di montagna all’ombra degli alberi, sotto i portici di un centro storico in mezzo a turisti sconosciuti. Invece no, in un istante torna la crudele consapevolezza del confinamento e dell’immobilità.
Per fortuna, però, esistono la musica e i dischi – i concerti, no, quelli non esistono più – che ci danno conforto e ci aiutano a viaggiare almeno con la mente, senza necessità di prendere voli o fare tamponi.
Per esempio, oggi scappo fra le dune del Sahara, sotto il sole che scotta e la sabbia che s’insinua fra le pieghe dei tessuti, insieme al produttore Abdellah M. Hassak. Di base a Casablanca, influenzato dalle atmosfere del grande deserto, crea musica elettronica contaminata da suoni e ritmi provenienti soprattutto da Marocco, Algeria, Mauritania, Mali e Senegal. Così nel nuovo album, Vexillology, realizzato con lo pseudonimo di Guedra Guedra كدرة كدرة, infila canti antichi, battiti di mani, percussioni, frammenti di conversazioni su basi costruite con drum machine, riff di tastiera e arpeggi di synth. I beat elettronici sembrano quasi esitanti di fronte alla potenza dei sample vocali e degli elementi acustici, ma poi esplodono in mille colori e sfumature, svelando trame complesse e stratificazioni affascinanti.
Un flauto irrompe sulla fittissima base di “Stampede Step”, “Archetype” è magica e misteriosa, mentre si resta invischiati nelle frequenze basse e nelle ritmiche ipnotiche di “Aura”. Ogni traccia è un mondo a sé, la formula di Guedra Guedra si mantiene originale per tutto il disco, mutando tasselli e sparigliando le carte grazie ad arrangiamenti sempre mutevoli e audaci in un intenso mix di tradizione e contemporaneità.
Per chi non conosce confini, almeno dove si può.

artwork
Vexillology (On the Corner)
Posted in Music | Tagged , , , | Leave a comment

Edo Funk Explosion Volume 1

Sono più di quindici anni che l’etichetta tedesca Analog Africa, fondata dal produttore di origine tunisina Samy Ben Redjeb, esplora e promuove la diversità musicale del continente africano. Con l’uscita di Edo Funk Explosion Volume 1 tocca finalmente al Paese più popoloso, la Nigeria, e a quel genere distintivo chiamato Edo Funk, esploso tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta a partire dalla vivace scena culturale di Benin City. Proprio nella capitale dello stato di Edo, un gruppo di musicisti sperimentatori cominciò a mescolare gli elementi principali della cultura tradizionale della zona con alcune innovazioni sonore provenienti dalla disco in voga nei club e nei locali dell’Africa occidentale, soprattutto dal Ghana.
Mentre le produzioni discografiche che si ballavano nella popolosissima Lagos erano molto influenzate dai singoli internazionali e fin troppo raffinate, la musica Edo Funk suonava ruvida e viscerale, conservando caratteri distintivi e originali. Le melodie ripetitive e le complicate poliritmie delle musiche tradizionali Akan e Dagomba si sposavano perfettamente con suoni ed effetti della disco e con le sue vibranti atmosfere.
Deus ex-machina del nuovo genere Edo Funk fu Sir Victor Uwaifo, che all’interno del suo Joromi Studio sperimentò la fusione tra la struttura minimale del folk Edo e alcuni strumenti moderni, ovvero synth, chitarre elettriche ed effetti elettronici, esaltando l’andamento funk delle tracce e aggiungendo una nota psichedelica. Oltre a Uwaifo, gli altri pionieri del genere furono il flautista Osayomore Joseph, il primo a portare il flauto in una scena dominata dagli ottoni, e Akaba Man, una sorta di filosofo e teorico dell’Edo Funk, più devoto al groove che alla psichedelia. Ciò che univa queste tre differenti personalità artistiche era l’idea di base: liberare il funk della sua sovrastruttura occidentale, scoprire la sua essenza musicale per mescolarla con il cuore della tradizione Edo, probabilmente sua ancestrale e inconsapevole antenata.
Le dodici tracce di Edo Funk Explosion Volume 1, con i loro fiati brillanti, le chitarre trascinate dal groove e le tastiere fluorescenti, regalano un’esperienza funk sorprendente, insolita, assolutamente divertente. Una raccolta per appassionati e curiosi, ma non solo, perfetta per le giornate cupe.

artwork
Edo Funk Exposion Volume 1 (Analog Africa)
Posted in Music | Tagged , , , | Leave a comment

Tusciò

Più di un anno fa, in una Milano totalmente diversa e praticamente in un altro universo, nelle chiacchiere di una manciata di persone, forse un po’ matte e variamente assortite, cominciava a prendere forma il progetto di un’associazione di promozione sociale e culturale per la Barona: Tusciò.
Poche settimane dopo, una terribile pandemia aveva rallentato e complicato tutto, soprattutto la parte burocratica e le questioni amministrative, ma in questi lunghi mesi quel gruppetto di pazzi non si è fermato e ha continuato a immaginare, progettare, incontrare realtà diverse e fare rete.

Oggi la nuova creatura si presenta ufficialmente al mondo.

Tusciò è una giovane associazione di promozione sociale, nata con l’obiettivo di rendere più ricca e accogliente la zona Barona, Milano sud, e contribuire alla costruzione di un nuovo immaginario delle periferie. È un contenitore di persone e culture diverse, un laboratorio di relazioni e sinergie, un catalizzatore di idee ed eventi che si sviluppano in quartiere, ma non pongono limiti alle possibilità né tracciano confini di appartenenza. 
Musica e libri, teatro e autoproduzioni, arte e artigianato, sono soltanto alcuni degli strumenti che Tusciò utilizza per proporre un originale modello di promozione della cultura, che parte dal basso per diffondersi in spazi insoliti o in forme inedite, seguendo la traccia di poche ma chiare parole chiave, come sostenibilitàinclusioneintegrazione.

Tusciò (logo di Fabio Salvadori)

Ci crediamo molto, venite a conoscerci e a scoprire quello che facciamo, ma soprattutto quello che potremmo fare tutt* insieme per la Barona e per Milano (ma siamo pronti a raggiungervi ovunque vogliate).

Scriveteci: info@tuscio.com

Seguiteci su FB / su IG

Posted in Uncategorized | Tagged , , , | Leave a comment

Feelings

Sognare a occhi aperti, “Day Dreaming”, è l’invito e la manifestazione d’intenti che apre Feelings, il secondo album di Brijean, il progetto della percussionista Brijean Murphy (U.S. Girls, Poolside, Toro Y Moi) insieme al multistrumentista e produttore Doug Stuart. Trascinata dal groove di basso, dalle ritmiche ipnotiche dei bonghi e dalle sinuose tastiere, la prima traccia lascia subito intendere che lo scopo è far ballare e pensare, muovere corpo, mente e cuore con un fresco cocktail di tropicália, funk e chillwave.
Se “Day Dreaming” è una gioiosa celebrazione del nuovo come strumento di conoscenza dell’altro e di sé, il pop psichedelico ed esotico del singolo “Wi-fi Beach” racconta la vertigine provocata dal sentimento amoroso che, prima acerbo, diventa velocemente importante e maturo. Ma il romanticismo di Brijean è più rivolto alla psiche dell’autrice che a un’altra persona: è la consapevolezza di se stessi il vero oggetto della ricerca, la sottile e soffice vibrazione che lei definisce “romancing the psyche”.
Altro splendido momento è “Ocean”, con la sua atmosfera meditativa scandita dalla potenza dei tamburi, mentre “Hey Boy” è un brano suadente e lisergico dal messaggio essenziale: “When the vibe feels so right / Hold on tight”.
Rispetto all’esordio di Walkie Talkie (2018), Feelings segna un notevole passo in avanti nello sviluppo del progetto musicale Brijean. La cifra stilistica resta la stessa – uno scintillante dream pop tropicale fatto di suoni brillanti, ritmi irresistibili e voci dolcemente morbide – ma aumentano le sfumature, crescono l’energia e l’impatto delle canzoni, grazie all’inserimento di musicisti dal vivo per batterie, archi e synth. Allo stesso tempo, Murphy è cresciuta come autrice e presenza creativa, illuminando con il suo variopinto mondo interiore le strutture ritmiche e sonore di Stuart.
La gioia che pervade l’intero album, anche dove lentezza e riflessione sembrano prendere il sopravvento, è una sorta di medicamento, il principio che dovrebbe ispirarci nella vita di tutti i giorni e specialmente in questo tempo strano e maledetto che non concede tregua.

artwork
Feelings (Ghostly International)
Posted in Music | Tagged , , , | Leave a comment

Cheetah Bend

Se fosse un animale, Jimmy Edgar sarebbe certamente un camaleonte. Uno speciale, però, che non solo cambia se stesso per adattarsi all’ambiente circostante, ma a sua volta lo influenza e lascia un segno profondo del proprio passaggio. È stato sempre così nei suoi spostamenti da Detroit a Berlino a Los Angeles, dalla house all’electro all’hip hop all’R&B, e nelle collaborazioni con tanti artisti di provenienza geografica e musicale diversa.
A quasi nove anni di distanza dall’ultimo, Majenta, che era un viaggio notturno a colpi di bass music e techno scurissima, arriva oggi il nuovo album solista di Edgar, Cheetah Bend, che invece espande le possibilità sonore della materia maggiormente esplorata nell’ultimo lungo periodo, l’hip hop.
Registrato nel corso di qualche anno tra Atlanta, Detroit e Los Angeles, questo disco attinge al repertorio vario e multiforme del produttore, ma prende ispirazione soprattutto dalla capacità del rap contemporaneo di adattarsi a ogni contesto e a ogni genere musicale. Come un camaleonte. Avvicinando stili diversi, atmosfere lontane fra loro e personalità forti – come Hudson Mohawke, Danny Brown, B La B e la visionaria SOPHIE, recentemente scomparsa – Cheetah Bend si trasforma di traccia in traccia in un viaggio avvincente e imprevedibile.
Se il pezzo migliore è proprio quello con SOPHIE, “Metal”, la chiusura di “Curves” è quasi la sintesi di una carriera, dove Berlino e Los Angeles s’incontrano per volare sempre più alto e lasciare intendere che forse no, il percorso non è ancora finito.

artwork
Cheetah Bend (Innovative Leisure)

Posted in Music | Tagged , , , , , , | Leave a comment

Tidibàbide / Turn

Ci vuole coraggio nel mercato musicale di oggi a pubblicare un disco di oltre tre ore e mezza, ma il coraggio a Kìzis non è mai mancato e ha sempre utilizzato la pratica creativa per esprimere se stessa e la propria essenza, anche quando le insicurezze e i dubbi, suoi e degli altri, pretendevano di farla vacillare.
Già nei lavori precedenti, a nome Mich Cota, l’artista canadese plasmava suoni e vocalità per esplorare il passato, portatore di traumi anche profondi, e orientarsi nella propria identità queer con sincerità e schiettezza, a viso aperto. Attraverso la musica, ma anche la performance, ha sempre cercato di costruire comprensione ed empatia collettiva, impegnandosi continuamente per rovesciare stereotipi e barriere ed esaltare la comunità come soggetto vivo e pensante prima dell’individuo come atomo.
Non è un caso che alla base del nuovo progetto, Tidibàbide / Turn, Kìzis ponga la collaborazione con altri artisti (la lista è lunghissima). La sua voce, manipolata, pitchata, plasmata da loop ed effetti, è sempre al centro di un universo sonoro fatto di canzoni magicamente pop e frammenti di pura sperimentazione, dove si intreccia con altre voci e lingue diverse, strumenti acustici e sintetizzatori, esaltata da meravigliosi arrangiamenti.
Da artista donna transgender, Kìzis prova su se stessa a trovare la via per una pacificazione interiore che possa essere trasmessa ad altre persone, affinché tutte possano essere felici nella propria essenza e intimità. Vive l’esuberanza o la trattiene, muovendosi fluidamente in una collettività a volte aperta e ricettiva, altre volte reticente e non preparata. Alcuni brani sono memorie dolorose del passato, altri sono sguardi ottimisti verso il futuro. Bella e liberatoria è la dance super pop di “In Our House”, trascinante il ritmo di “Kiss for the Valley”, malinconico e suadente il ritornello di “Side of the Road”, che scivola come velluto sugli archi.
Il cuore di questo lungo Tidibàbide / Turn corrisponde a una questione universale: il processo di creazione del sé, con le sue fasi di costruzione e distruzione, gioia e angoscia, riguarda tutti gli esseri umani. E, alla fine, tutti quanti desideriamo solo entrare in connessione con gli altri, mostrandoci per quello che siamo.

artwork
Tidibàbide / Turn (Tin Angel Records)

Posted in Music | Tagged , , , | Leave a comment

Sound Ancestors

Il solo pensare a Madlib e Four Tet che lavorano insieme è emozionante, figuriamoci che cosa può essere sentire davvero il frutto di questa collaborazione. Eppure è successo: i due musicisti e produttori così diversamente geniali – e a quanto pare amici di lunga data – hanno unito le forze per realizzare un album di circa quaranta minuti, che mescola hip hop raffinato, soul oscuro, beat elettrizzanti, rock psichedelico, loop e campioni ricercati.
Sound Ancestors – questo è il titolo del progetto – nasce dalla tonnellata di beat incompiuti e inediti realizzata negli ultimi anni da Madlib e da tutte quelle sessioni da lui registrate con vari musicisti, che però non hanno mai trovato la giusta collocazione in altre produzioni. A un certo punto Kieran Hebden aka Four Tet ha raccolto questa enorme mole di musica e si è messo a selezionare, editare e arrangiare la preziosa materia prima, senza snaturare lo stile inconfondibile di Madlib, ma esaltandone le caratteristiche. Non ha cercato di mettere ordine a un caos creativo già funzionale ed eccitante, bensì è riuscito a mettere a fuoco gli elementi più efficaci, quelli più ricercati e insoliti, rendendo ancora più evidente il marchio di fabbrica Madlib. E, magicamente, si sente anche la mano di Four Tet, la sua eleganza discreta.
Sound Ancestors mostra le diverse facce che Madlib solitamente declina in più progetti, dal colto studioso di jazz fino al beatmaker hip hop con la passione per i suoni afrobrasiliani. Qui si sovrappongono senza contraddirsi e, anzi, trovano coesione e rinnovata energia grazie allo sguardo illuminato di Four Tet. Insieme, i due produttori ci offrono una visione musicale ampia e senza confini, regalandoci delle tracce capolavoro come “Road Of The Lonely Ones”, “Sound Ancestors”, “Two For 2 – For Dilla” e “Duumbiyay”, che chiude un cerchio perfetto.

artwork
Sound Ancestors (Madlib Invazion)
Posted in Music | Tagged , , , | Leave a comment

Saturday Night – South African Disco Pop Hits – 1981 to 1987

Per il Sudafrica gli anni Ottanta sono stati un periodo di trasformazione, la fase di passaggio tra il tentativo da parte del governo di mantenere l’apartheid e la segregazione razziale istituzionalizzata del Paese e la liberazione di Nelson Mandela, invocata allora a livello globale e avvenuta finalmente nel 1990.
Un cambiamento parallelo avveniva anche nel mondo della musica. All’inizio degli anni Ottanta il genere più in voga fra i sudafricani neri era il jive jazzato del mbaqanga, uno stile di origine rurale, ancora fortemente legato alle tradizioni locali, mentre verso la fine del decennio le star del pop sudafricano erano capaci di brillanti incursioni nel panorama internazionale con la loro irresistibile miscela di Afro-techno-pop.
Così, l’etichetta Cultures of Soul (Boston), nata dalla passione per le molteplici declinazioni della black music, rende omaggio all’interessante contributo della scena sudafricana al panorama della musica dance proprio in quel periodo cruciale tra il 1981 e il 1987, prima dell’inevitabile svolta bubblegum.
La compilation Saturday Night – South African Disco Pop Hits – 1981 to 1987 fotografa con precisione e gusto lo sforzo di musicisti e produttori sudafricani nell’elaborazione di una musica disco-pop originale, che potesse competere con le hit internazionali senza perdere la propria identità.
L’album, che raccoglie dieci tracce, si apre con il groove riempipista di “Saturday Night Special” dei Varikweru e si chiude con l’elettro-boogie “Love Satisfaction” di Supa Frika. I pezzi della diva Margino non avrebbero certamente sfigurato nelle notti newyorchesi del Danceteria, così come Brenda and the Big Dudes avevano trovato l’equilibrio ideale tra influenze locali e internazionali nella ricerca di un vero pop sudafricano.
Il suono di queste tracce è inevitabilmente familiare, poiché pesca a piene mani da modelli europei e americani, ma rivela distintamente una personalità fortemente radicata nella cultura sudafricana: profonde e vibranti linee di basso, melodie ipnotiche e voci che ricordano canti tradizionali.
Forse il contributo della dance sudafricana è stato trascurato dai cultori della dance music di quegli anni così ricchi e intensi, ma non è mai troppo tardi per recuperare la conoscenza di una scena tanto interessante. E, per fortuna, (r)esistono etichette come la Cultures of Soul a fare questo lavoro per tutti noi.

artwork
Saturday Night – South African Disco Pop Hits 1981-1987 (Cultures of Soul Records)
Posted in Music | Tagged , , , , | Leave a comment