Fin

Per il proprio album di debutto come solista, la bravissima e carismatica Syd, già frontwoman della band The Internet, ha scelto un titolo contraddittorio e risolutivo: Fin. Eppure, questo disco suona esattamente come un nuovo inizio, un’altra fase di una carriera già lunga e di alto livello, nonostante i 24 anni. Syd (vero nome Sydney Bennett) appare estremamente concentrata e perfettamente a fuoco sulla propria musica, che si allontana dal nebbioso e fantasioso neo-soul di The Internet per raggiungere un essenziale spazio sonoro, costruito di sintetizzatori e beat minimali.
A parte il supporto su pochissime tracce di alcuni produttori “di grido”, come Hit-Boy, MeLo-X (collaboratore della regina Beyoncé) e Rakhi (al fianco di Kendrick Lamar), Syd ha fatto praticamente tutto da sola. Ha scritto, composto e prodotto le proprie canzoni, rendendole magnetiche e potenti come lei, che si accende come una stella ogni volta che apre bocca per rappare o cantare. Mescolando neo-soul, hip hop e R&B, le influenze musicali con le quali è cresciuta, riesce a essere grintosa e morbida allo stesso tempo, sensuale e vulnerabile, emozionante e determinata.
Syd riprende gli elementi caratteristici dell’R&B, ormai quasi archetipici di un certo tipo di rapporto amoroso, ribaltandoli e adattandoli a se stessa, alle proprie esperienze di vita e alle proprie fantasie, ora con introspettiva profondità, ora con disinibita sfrontatezza. È credibile e convincente in ogni frase, perché non tenta mai di atteggiarsi a quella che non è, ma punta tutto sull’essere se stessa, nelle scelte creative come in quelle umane e personali. Rappa e canta con naturalezza, non s’impone performance muscolari solo per dimostrare di saper prendere note altissime o di poterle tenere un’eternità, ma può sussurrare, esprimersi per sfumature, con la consapevolezza di avere una voce magica.
Il primo singolo, “All About Me”, manifesta le intenzioni di Syd, la sua volontà di auto-determinazione come artista e come persona, in un momento storico nel quale non è per niente facile essere donna, nera e gay, soprattutto contemporaneamente.

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Fin (Columbia/Sony)

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Culture

Dopo il debutto del 2013 con Young Rich Niggas e qualche singolo esplosivo, il secondo disco dei Migos si è fatto attendere parecchio. Nel frattempo, se avete familiarizzato con la dab dance, sappiate che probabilmente l’hanno inventata loro e sicuramente l’hanno resa un fenomeno virale.
Sempre avvolti nello sbrilluccichio dorato delle loro catenazze, duri e tamarri com’è giusto che siano tre grintosi rapper di Atlanta, acclamate star della trap, Quavo, Offset e Takeoff si sono presi tutto questo tempo perché probabilmente sapevano di avere per le mani un lavoro importante.
Come si addice al genere, Culture è piuttosto cupo, fatto di ritmiche aggressive e bassi potenti, suoni robotici e Auto-Tune in abbondanza, ma i diversi produttori si sono concessi anche qualche stranezza, elementi inattesi e più musicali. Oltre qualsiasi concetto di flow, lo stile dei Migos conferma e migliora le proprie caratteristiche vincenti, basandosi soprattutto su triplette micidiali e ripetizioni, nonché su un’incredibile capacità di dominare il ritmo. I tre sono capaci di virtuosismi linguistici, ma soprattutto si trascinano e si completano a vicenda, funzionando davvero nell’alternanza e nel sostegno reciproco. L’andamento ondeggiante di Quavo rende al massimo, se sottolineato dalla voce bassa di Takeoff e dalle rime serrate di Offset.
Ad aprire l’album è la title-track, che cala subito l’asso Dj Khaled, lasciando immaginare una successiva parata di celebrità. Sbagliato: i contributi degli ospiti sono pochi e ben misurati, sempre giustificati dalle esigenze dei pezzi e non tanto dalle richieste del mercato. Troviamo Lil Uzi Vert nel singolo “Bad and Boujee”, Gucci Mane in “Slippery”, 2 Chainz in “Deadz” e Travis Scott in “Kelly Price”.
Culture ritrae fedelmente il mondo dei Migos, l’Atlanta (e dintorni) nella quale sono cresciuti e poi sono diventati delle star, conservando tuttavia paure, speranze e paranoie. Childish Gambino magari ha esagerato, dicendo che sono “i Beatles di questa generazione”, ma almeno in un senso aveva ragione: i Migos hanno costretto la cultura popolare a incorporare una parte della cultura della strada, la loro strada. E quindi, se vi sembra che siano diventati improvvisamente commerciali – o pop – vi sbagliate. È il pop che insegue i Migos con la tendenza diffusa a trappizzare tutto, non sempre con degni risultati.

Migos – Culture (300 Entertainment/Quality Control)

Culture (300 Entertainment/Quality Control)

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Godfather

“Volevo una scena e me la sono creata.” Wiley, produttore e rapper londinese noto anche come Eskiboy, ha le idee chiare rispetto al proprio ruolo nella nascita e nell’evoluzione del genere grime. Il titolo non lascia spazio a dubbi, Wiley ne è il Godfather, il padrino, e questo undicesimo album rappresenta una sorta di auto-celebrazione, il riconoscimento di questo status e di tutti i risultati raggiunti in quasi vent’anni di carriera, dal sottobosco urbano della capitale inglese fino all’esplosione internazionale.
Per tracciare un bilancio e, soprattutto, per sottolineare come la sua figura sia stata importante anche per altri mc, spesso emersi grazie al suo lavoro di apripista o al suo appoggio diretto, Wiley ospita in questo disco tanti contributi di amici o vecchi rivali, come i compagni della crew Roll Deep o alcuni componenti della BBK. Ci sono Devlin, Ice Kid, Skepta, JME, Frisco & J2K, solo per citarne alcuni, ma mancano alcuni personaggi di primo piano, come Tinchy Stryder o Dizzee Rascal.
I momenti migliori di Godfather sono proprio quelli che mettono il veterano Wiley a confronto con altri mc a botte di sedici barre, per esempio con Devlin nella traccia “Holy Grime” o con Scratchy in “Bait Face”, ma il pezzo più riuscito è “Speakerbox”, nel quale un solitario Wiley dimostra davvero di meritarsi il titolo, dominando il beat con le sue rime più taglienti e cattive. L’accento giamaicano, un tempo caratteristico nel genere, compare prepotente in “Pattern Up Properly” con Flowdan e Jamakabi, mentre Skepta e Belly ammorbidiscono leggermente l’atmosfera con “U Were Always, Pt.2”.
L’auto-celebrazione è un luogo comune nel rap, ma da vero artista navigato Wiley riesce a mantenere un atteggiamento ironico e onesto, riconoscendo senza ipocrisie che la scena grime gli deve tanto e non c’è bisogno di nasconderlo. In fondo, considerando il notevole apporto che ha lasciato alla club culture britannica degli ultimi due decenni, un po’ di arroganza gli è giustamente concessa.

Godfather (self-released)

Godfather (self-released)

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Uprising

Essere definiti “il Jimi Hendrix del contrabbasso” è piuttosto impegnativo, ma il bassista, compositore e polistrumentista californiano Miles Mosley non è uno che si lascia intimorire. Il nome di Davis lo porta con la giusta convinzione e il talento adeguato.
Dopo aver suonato nei dischi di Kendrick Lamar, Kamasi Washington, Mos Def, Rihanna, Lauryn Hill, Chris Cornell, Christina Aguilera ecc., è arrivato finalmente il momento del suo debutto, Uprising, co-prodotto insieme a Barbara Sealy e Tony Austin, sound engineer ma anche batterista della West Coast Get Down.
Ed è proprio questa super band, della quale fa parte anche lo stesso Mosley, a suonare nell’album: Kamasi Washington al sax, Ryan Porter al trombone, Brandon Coleman alle tastiere, Cameron Graves al pianoforte e lo stesso Austin alla batteria.
Ogni traccia racconta un tratto del carattere umano e musicale di Mosley, spinto da una profonda determinazione e da una passione viscerale, ma soprattutto sorretto da un’abilità tecnica straordinaria. Sullo sfondo si riconoscono i maestri che lo hanno influenzato fin da ragazzino, come Otis Redding e Jimi Hendrix, con il quale si trova continuamente a fare i conti senza nemmeno sfigurare.
Dato che questo esordio arriva in età non giovanissima (finalmente uno più vecchio di me, anche se solo di un anno!), dentro ci troviamo condensate tutte le esperienze vissute da Mosley nella sua versatile carriera. Ci sono il jazz, il funk, il soul, il blues e il pop, e ci sono le mille sfaccettature della sua personalità musicale. Uprising mostra la visione di Miles, la portata del suo contributo artistico nella scena jazz contemporanea, ormai contaminata da altri generi, resa ibrida e ancora più interessante da questo nuovo respiro.
“Ho voluto creare un’opera che fosse naturale e intima, ma che allo stesso tempo sprigionasse un senso di grandezza. Come se l’ascoltatore potesse sentirsi il migliore amico di un gigante. La West Coast Get Down, gli archi, il coro… Con questi elementi ho cercato di creare qualcosa che avesse melodie memorabili e trasmettesse un messaggio per le persone: noi siamo qui per loro, noi siamo e vogliamo essere l’altoparlante per il loro cuore.” Sicuramente il cuore di Mosley suona amplificato da questo lavoro, ogni melodia, ogni ritmo scaturisce dal suo animo deciso e intrepido, che gli permette di affrontare con naturalezza performance vocali impegnative e lo induce a tentare arrangiamenti complessi, abbondanti, con sezioni di fiati potenti e brillanti, assoli di basso innovativi e audaci, mentre i testi provano a stimolare una riflessione.
La rivolta (“uprising”) di Miles Mosley non è solo nel senso letterale del termine, ma è soprattutto il suo contributo al riconoscimento internazionale che la West Coast Get Down e il suo sound stanno ottenendo, influenzando altri musicisti – oltre il jazz – in tutto il mondo.

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Uprising (World Galaxy / Alpha Pup Records)

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Run The Jewels 3

Il terzo episodio della saga Run The Jewels è uscito la vigilia di Natale, a classifiche già fatte, ma in questi giorni è arrivato ufficialmente nei negozi di tutto il  mondo, riuscendo così a essere contemporaneamente il miglior album del 2016 e, molto probabilmente, pure del 2017. El-P e Killer Mike si sono davvero superati, questo è un capolavoro, più complesso e articolato dei due precedenti, assolutamente a fuoco nello stile e nella produzione.
A loro favore gioca sicuramente l’affiatamento raggiunto in questi anni di stretta collaborazione, la coppia è super collaudata e funziona come una macchina da guerra. Due metà complementari – il beatmaker e il rapper , il bianco e il nero, la ragione e il sentimento – che s’incastrano al millimetro e insieme fanno scintille.
La squadra dei produttori, guidata da El-P, è formata dai fedelissimi Little Shalimar e Wilder Zoby, con BOOTS a mettere il proprio marchio su uno dei migliori pezzi dell’album.
L’evoluzione si avverte anche sul piano dei contenuti e dei testi, che restano tosti e arrabbiati, ma diventano meno immediati e talvolta persino enigmatici, senza perdere la loro potenza comunicativa ed efficacia.
In Run The Jewels 3 anche gli artisti ospiti sembrano più ispirati che mai, come il cantante soul Joi Gilliam in “Down”, il ruvido rapper Danny Brown in “Hey Kids (Bumaye)” e la sensuale Trina in “Panther Like a Panther (Miracle Mix)”, che da sola smorza il tasso di virilità dell’intero album con vera grinta femminea.
Restano i temi già familiari, come sesso, droghe e vendetta, ma c’è la volontà forte di sottolineare l’impegno socio-politico del progetto, schierandosi contro la violenza della polizia, la discriminazione delle minoranze e l’enorme divario sociale tra élite e persone comuni. Accade in “Thieves! (Screamed the Ghost)”, impreziosita dal contributo di Tunde Adebimpe dei Tv On The Radio e da alcuni frammenti dei discorsi di Martin Luther King, ma soprattutto nella traccia di chiusura, “A Report to Shareholders / Kill Your Masters”, una rabbiosa chiamata alle armi e alla rivolta sostenuta energicamente da Zach De La Rocha. Se questo pezzo rappresenta il centro politico del disco, il suo centro emozionale è “Thursday in the Danger Room”, dedicato a un amico scomparso e impreziosito dal sax di Kamasi Washington, che lo avvolge di calore e gravità.
Odio ripetermi, ma Run The Jewels 3 è davvero un capolavoro. L’oro e lo sbrilluccichio dell’artwork rappresentano degnamente il valore dell’opera, senza contare che si può anche scaricare la nuova app, ARTJ, che consente di scoprire nuovi contenuti in Realtà Aumentata. Di più non potevano fare!

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Run The Jewels 3 (self-released)

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Migration

Annunciato già qualche mese fa, da me attesissimo, è finalmente uscito il nuovo album di Bonobo, Migration, sempre per l’etichetta londinese Ninja Tune.
Spazi, luoghi, cambiamenti, sono tutti temi ricorrenti nella musica elettronica del dj e produttore britannico, ma stavolta si tratta di un passo ulteriore, una riflessione più profonda e complessa. Migration è “lo studio delle persone e degli spazi… È interessante come le persone si lascino influenzare da un posto nel mondo e poi spostino quell’influenza da un’altra parte. Nel corso del tempo le identità dei luoghi si evolvono”.
Il tema della migrazione, intesa in senso molto ampio e diversificato, è legato anche a una recente esperienza personale di Bonobo (Simon Green), cioè la perdita di una persona cara, che ha costretto tutta la sua famiglia a riunirsi da diversi punti del globo a Brighton per il funerale. Questo episodio lo ha spinto a ripensare la sua idea di identità e di casa: dov’è casa? Il luogo dal quale veniamo o quello in cui siamo arrivati?
Migration raccoglie e rielabora questa speculazione, intima e sociale allo stesso tempo, segnato anche dalle ultime esperienze artistiche del suo creatore, reduce da grandi performance live e monumentali dj set. Ma si avverte anche la tensione verso una profana dimensione spirituale, insieme al rinnovato interesse per i suoni trovati intorno al mondo, che regalano calore alle basi elettroniche. In questo disco ci sono tutta la bellezza, le difficoltà e la complessità di una vita in transito, condizione del singolo e, da sempre, dell’umanità. Una bellezza talvolta malinconica, dai tratti essenziali, e altre volte esplosiva e gioiosa, comunque ricca di sfumature.
L’abilità tecnica e la cura maniacale nella produzione non intaccano minimamente la potenza espressiva ed emozionale di queste dodici tracce, che catturano e illuminano le trame dell’esistenza umana in un lavoro ambizioso e bellissimo. “La vita ha alti e bassi, momenti rumorosi e quieti, belli e brutti. La musica riflette la vita.”
Se “No Reason”, con Nick Murphy aka Chet Faker, è struggente e trascinante, “Break Apart”, con Rhye, è più leggera e piena di soul. La voce sussurrata di Nicole Miglis in “Surface” ci trasporta verso le ombre notturne, al contrario la viscerale “Bambro Koyo Ganda”, con il marocchino Innov Gwava, risveglia i nostri istinti più energici. Coinvolgente, tutta da ballare nei suoi otto minuti, è “Outlier”, mentre i ritmi veloci, ma morbidi e ondulati di “Kerala” ci fanno chiudere gli occhi e immaginare di volare sul mondo. La migrazione è caratteristica dell’essere umano, a volte per scelta, a volte per necessità, ma prima o poi capita a tutti.

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Migration (Ninja Tune)

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#thegreatmixtegypt2017

Lo sapevo già prima di partire, una sola settimana non sarebbe bastata per fare le mille cose che avrei voluto. Non sono nemmeno riuscita a salutare tutte le persone che sono state così importanti negli ultimi anni e che, magari, qualcuno di voi ha conosciuto attraverso le pagine di Cairo Calling, ma con alcune ho passato anche stavolta dei momenti speciali.

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È stata una settimana importante, intensa, a tratti faticosa, con un paio di episodi veramente hardcore che non mi sarei mai immaginata, e nell’insieme bellissima. Mi sono riempita gli occhi di colori, volti, architetture sconnesse, paesaggi urbani e tramonti magici (il potere delle polveri sottili), e le narici di profumi speziati e odori non sempre piacevoli. Ogni elemento è inconfondibile e familiare, eppure emozionante come una sorpresa. Forse è il richiamo delle radici, o semplicemente autosuggestione dettata dal sentimento.

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Ho trovato una metropoli diversa dall’ultima volta, forse peggiorata, ancora più sporca, povera, disordinata e inquinata. Il Cairo ha così tanto potenziale non sfruttato e, anzi, malamente sciupato, che non posso fare a meno di arrabbiarmi, anche se non posso farci niente. L’atmosfera è apparentemente più tranquilla, nessun carrarmato in pieno centro, meno poliziotti e nessuna perquisizione, nonostante le centinaia di foto scattate. La spiegazione, purtroppo, è più semplice di quanto si pensi: i divieti agiscono a priori. Spazi per l’arte che chiudono o non aprono affatto, concessioni che non arrivano mai, burocrazia sempre più macchinosa. La scena culturale è meno vivace, si riducono le possibilità di fare rete e condividere esperienze, i giovani della Rivoluzione sono stanchi e frustrati, troppo impegnati a sopravvivere per pensare alla lotta. Non si respira aria di libertà né di cambiamento, ma di prudenza e sospetto. I controllori del regime fanno rispettare solo le regole più inutili, insensate e ingiuste. La sera dopo il mio rientro, uno dei miei più cari amici è stato arrestato insieme a un altro writer in Piazza Tahrir, per aver cercato di dipingere sul muro, quel poco rimasto, di Mohammed Mahmoud Street. Di quel museo rivoluzionario a cielo aperto non rimane quasi niente.

Vi lascio con queste riflessioni perplesse e dubbiose, e un sintetico racconto per immagini. Nel frattempo i due ragazzi sono stati rilasciati, per fortuna.

Last day of 2016, Cairo. #newyear #cairo #egypt #tea #cairocalling

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@nofal.one #streetart in #zamalek 👊🏽 #cairocalling #cairo #egypt

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#happynewyear #cairo #egypt #cairocalling

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#piramidi #giza #cairo #egypt #cairocalling #newyear

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@nofal.one #streetart #downtown #cairo #egypt #cairocalling #walls

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@nofal.one again! #streetart #downtown #cairo #egypt #cairocalling #walls

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Cairo by night #cairo #egypt #nightlife #lights #cairocalling

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#streetart #cairo #egypt #walls #cairocalling

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استطراد / Discursiveness #cairo #egypt #cairocalling #art

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I understand. Do you? #art #photography #signs #cairo #egypt #cairocalling

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Panorama #cairo #egypt #cairocalling #winter

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Look at the moon! #moon #cairo #egypt #cairocalling

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Textiles #cairo #egypt #cairocalling #colours

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