Disambiguation

Cruel Diagonals è il misterioso nome dell’ultimo progetto musicale della cantante, musicista e ricercatrice Megan Mitchell, originaria di Oakland e impegnata su diversi fronti, dalla sperimentazione sonora all’archivistica audio fino all’etnomusicologia.
Eppure il termine Disambiguation, il titolo del suo primo album, indica il concetto di chiarificazione, di dissolvenza del dubbio, perché le linee che lo guidano sono effettivamente molto precise.
La base di questo disco è costituita da una selezione di campioni estratti dall’archivio di etnomusicologia dell’Università di Washington, per la quale Megan lavora, e di field recordings da lei stessa raccolte in siti industriali abbandonati della regione del Nord-ovest Pacifico e della California. A questo materiale si sovrappongono esplorazioni vocali, bordoni elettronici e manipolazioni sonore, che lo trasformano in musica ambient fortemente espressiva e capace di entrare in empatia con il mondo intero, nonostante l’atmosfera scura e malinconica.
Sembra che il ritmo salga dalle profondità della Terra e, allo stesso tempo, che la dimensione cosmica sia a portata di mano, come se l’intenzione di Cruel Diagonals fosse l’equilibrio degli opposti, l’idea filosofica di sciogliere le contraddizioni. Nella traccia “Render Arcane”, per esempio, le linee vocali eteree e leggiadre si espandono intorno a ritmiche estremamente dinamiche.
Non è proprio un disco per l’estate, ma può essere la colonna sonora per un momento di riflessione intima, di indagine di se stessi e della propria relazione con gli altri. Mi pare che ce ne sia davvero bisogno.

Cruel Diagonals, Disambiguation (Drawing Room Records)

Disambiguation (Drawing Room Records)

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Heaven’s Only Wishful EP

In un periodo così ricco di uscite illustri, dai Carters ai Gorillaz, da Nas a Drake, passando per Kanye West in solo e in coppia con Kid Cudi, è difficile che un esordio discografico possa catturare l’attenzione di pubblico e critica. Eppure, nonostante il formato ridotto di Heaven’s Only Wishful, il canadese Seth Nyquist aka MorMor riesce a farsi notare grazie a una voce magica, che in soli cinque pezzi abbraccia una sorprendente gamma di generi e stili e svela inattese capacità tecniche.
Oltre che su una vocalità versatile, il giovane artista di Toronto può contare su una scrittura efficace – cinque canzoni degne di questo nome – e su un invidiabile istinto pop. Sono tracce raffinate e prodotte con attenzione maniacale per i dettagli, ma non prive di elementi che inchiodano l’orecchio dell’ascoltatore, come i ritornelli accattivanti, che comunque sono sempre innestati su trame sonore eleganti ed essenziali.
La title-track, che apre questo ep, mostra subito la voce di MorMor al massimo della forma, un vero e proprio strumento che dialoga con sintetizzatori ariosi, linee di chitarra avvolgenti e ritmiche serrate, ma resta sempre al centro della scena. Le tessiture vocali della ballad “Whatever Comes To Mind”, sostenute da un’estensione molto ampia, sono quelle dell’R&B, mentre in “Waiting On The Warmth” alterna il quasi parlato delle strofe con il quasi urlato dell’energico ritornello.
I testi, frutto di associazioni di idee piuttosto libere, si adattano perfettamente alla dimensione onirica ed evocativa della musica, che lascia aperti ampi spazi da riempire con emozioni, pensieri e impressioni. E tante aspettative per quello che sarà il primo lp di MorMor, atteso impazientemente sulla lunga distanza.

MorMor, Heaven's Only Wishful EP (Don't Guess)

Heaven’s Only Wishful EP (Don’t Guess)

 

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Sink Ya Teeth

L’estate è finalmente esplosa, portando con sé distrazioni e pensieri vacanzieri, voglia di svago e libertà. Arrivati a questo punto dell’anno, chi c’ha voglia più di lavorare?
La colonna sonora ideale per il fatidico count-down verso le agognate ferie estive deve includere almeno un disco da ballare, come l’omonimo debutto del duo britannico Sink Ya Teeth, consigliato ai nostalgici del punk-funk à la LCD Soundsystem prima maniera.
Maria Uzor e Gemma Cullingford sono note nella scena musicale della loro città, Norwich, da diverso tempo: la prima grazie allo scuro progetto Girl In A Thunderbolt, la seconda suonando il basso nella band art-rock KaitO.
Le rispettive esperienze delle due musiciste convergono in questo album e si mescolano a tante altre influenze, che abbracciano le gonfie linee di basso di Liquid Liquid, la dance-punk di ESG, il gusto sintetico di New Order, la house di Chicago e i suoni del filone electroclash, tanto in voga nei primi Duemila. Le Sink Ya Teeth si lasciano ispirare, ma oltrepassano le banali definizioni di genere, rielaborando gli stimoli con originalità e rivelando uno stile unico.
Alla base del loro lavoro c’è la necessità di esplorare la fragilità dell’essere umano e la sua capacità di superare gli ostacoli nel corso dell’esistenza, un tema complesso eppure affrontato senza pesantezza. Se “Pushin'” torna a indagare il rapporto tra sessualità e colpa, impossibile da estirpare nella nostra cultura e già ampiamente affrontato dalla musica dance fin dai tempi di Donna Summer, “If You See Me” è una sorta di confessione: “I feel a little depressed/A little melancholy at best”.
Il groove è spesso protagonista delle tracce, come dimostrano “Glass” e “Petrol Blue”, così la catarsi si compie senza dolore, semplicemente ballando fino allo sfinimento a piedi scalzi sotto la luna, sulla sabbia del bagnasciuga o sull’asfalto caldo della città deserta.

Synk Ya Teeth (Hey Buffalo)

Sink Ya Teeth (Hey Buffalo)

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soil

L’amore queer ai tempi del populismo conservatore non è facile da vivere, né da cantare in un disco, ma Josiah Wise aka serpentwithfeet se ne frega ed esordisce sul lungo formato proprio con un’opera incentrata su questo tema e sulle sue sfumature, intitolata soil.
Chi ha avuto il piacere di vedere una performance dal vivo dell’artista newyorchese, di base a Brooklyn, ha probabilmente già constatato la sua capacità di coinvolgimento del pubblico. Da un palco-santuario, circondato di bambole e statuette, invita le persone a entrare nel proprio universo, un ambiente barocco ma intimo, abbondante eppure non esagerato.
Come nell’ep di debutto, Blisters (2016), anche nel nuovo album serpentwithfeet propone un pop lussureggiante, influenzato dall’R&B e costruito su basi elettroacustiche, che alcuni fra i migliori produttori attualmente in circolazione – Clams Casino, Paul Epworth, mmph e Katie Gately – hanno trasformato in opportunità di sperimentazione sonora.
Fra i due estremi dell’innamoramento gioioso e della rottura drammatica, il tema amoroso nella declinazione queer apre inquietudini e interrogativi che talvolta restano senza risposta e sottolineano come le questioni sentimentali non siano mai semplici né banali, nemmeno quando lo sembrano.
“mourning song” e “slow syrup” parlano di storie che finiscono, mentre “bless ur heart” è una ballad sull’innamoramento. “wrong tree” è il pezzo più movimentato del disco, ma il momento più alto arriva con “cherubim”, quando Wise sfoggia una potente voce da tenore. La complessità emozionale di soil corrisponde alla vocalità versatile e alla capacità espressiva dell’artista, che attraversa registri e stati d’animo con naturalezza e intensità.
Il messaggio complessivo è quasi politico, nel senso più alto del termine, così come lo è la scelta di rappresentare tutte le facce dell’amore queer: è un invito ad aprirsi – anima, corpo e mente – e a non isolarsi dal resto del mondo, perché la chiave è la condivisione, la cura del prossimo, anche quando non ci assomiglia.

serpentwithfeet, soil (Secretly Canadian/Tri Angle)

soil (Secretly Canadian/Tri Angle)

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Lost & Found

Avere vent’anni. È quello il periodo più bello nella vita di ciascuno, altro che la consapevolezza dei trenta, la maturità dei quaranta, l’appagamento dei cinquanta… Non prendiamoci in giro: la testa piena di sogni e gli occhi puntati al futuro, i vent’anni sono i più belli.
Lo racconta efficacemente Lost & Found, l’album d’esordio della giovanissima cantante britannica Jorja Smith, una splendida voce che mescola R&B, soul e trip hop nella propria ricerca interiore alla scoperta di se stessa.
Se nel primo ep, Project 11 (2016), l’ancora adolescente Jorja cadeva spesso nell’imitazione della Amy Winehouse di Frank, in questo primo disco full-lenght trova finalmente una propria identità musicale, incorporando elementi jazz, folk e dancehall alle basi R&B e, soprattutto, ispirandosi ampiamente al trip hop di Massive Attack e Portishead degli anni Novanta per i brani downtempo come “Lost & Found”, “Where Did I Go” e “Teenage Fantasy”.
I testi, scritti nel corso di qualche anno, sono pieni di quelle domande – spesso senza risposta – che tutti ci facciamo nel passaggio all’età adulta. “Why do we fall down with innocence?”, si chiede Jorja nella title-track, mentre in “Teenage Fantasy” ammette: “I need to grow and find myself before I let somebody love me / Because at the moment I don’t know me”. Eppure non appare spaventata dalla propria ricerca interiore, semplicemente la accoglie come necessaria per diventare se stessa.
C’è spazio anche per uno sguardo all’esterno: il rap di “Lifeboats (Freestyle)” parla di privilegi e disparità sociali e denuncia il vuoto politico su welfare, sostegno alle fasce deboli e crisi dei rifugiati. Non è poco per una ventenne, che in questo brano ricorda tantissimo la Lauryn Hill arrabbiata degli esordi.
Lost & Found dimostra tutto il talento di Jorja Smith e, allo stesso tempo, un grande potenziale di crescita. L’intensità e l’eleganza di questo disco non tradiscono l’età della giovane artista, ma soltanto la possibilità che diventi ancora più brava di così.

Jorja Smith, Lost & Found (FAMM)

Lost & Found (FAMM)

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Lush Life

Si dice che fare le cose per bene richieda il giusto tempo e di questa idea deve essere il duo canadese Bonjay, che presenta solo oggi l’album di debutto, Lush Life, a ben otto anni di distanza dal promettente ep che l’aveva presentato al mondo, Broughtuspy (2010).
Alanna Stuart e Ian Swain, rispettivamente cantautrice e produttore, avevano già masterizzato una prima versione del disco alcuni anni fa, ma sono poi stati risucchiati dall’inevitabile processo di correzione, tra minuscole modifiche, tagli chirurgici e limature, con l’intento di raggiungere l’impossibile perfezione. Questa ricerca si avverte durante l’ascolto dei brani, che sono più elaborati rispetto alle produzioni del passato e molto più vari: la dancehall degli esordi si rinnova, alimentandosi di stimoli urbani attuali e sconfinando in altri generi di bass music. Tenendo un orecchio al soul e all’R&B e l’altro alle nuove tendenze dell’indie e dell’elettronica, i Bonjay propongono un suono originale, che attraversa a ogni pezzo emozioni diverse e profonde.
La voce di Alanna Stuart, allenata da una lunga esperienza giovanile in un coro pentecostale, non cede mai sotto il peso delle parole che canta, anzi, infonde intensità a ogni sillaba, ispirandosi tanto a Feist quanto a Yolanda Adams.
Ad aprire e chiudere Lush Life sono due canzoni drammatiche, “Ingenue” e “Night Bus Blues”, dedicata ai sentimenti di sollievo e rimpianto che provano i passeggeri degli autobus notturni di Toronto, tanti viaggiatori solitari, lavoratori, immigrati, ubriachi, che incrociano le loro storie lungo le rotte ripetitive dei mezzi pubblici.
Lush Life è un album crudo, fatto di contrasti e di picchi emotivi. Richiede attenzione, non un ascolto distratto, pretende il suo giusto tempo e se lo merita.

Lush Life (Mysteries Of Trade)

Lush Life (Mysteries Of Trade)

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The Return

In molti ci siamo innamorati di Black Focus (2016), il primo – e ultimo – disco del duo jazz britannico Yussef Kamaal, composto dal tastierista e produttore Kamaal Williams (aka Henry Wu) e dal batterista Yussef Dayes, e in molti ci siamo rammaricati alla notizia della precoce chiusura del progetto.
A consolarci, arriva oggi l’album solista di Kamaal: The Return. Nonostante l’assenza di Dayes, titolo e copertina chiariscono subito che si tratta della naturale evoluzione del precedente lavoro, ovvero la stessa base di raffinato jazz cosmico e visionario, sporcato dalle sonorità urbane e cosmopolite della South London. Una tessitura coinvolgente, che impiglia l’ascoltatore nella sua trama di suoni e colori provenienti dall’underground della capitale inglese, crocevia di culture e laboratorio di contaminazione musicale.
Il brano di apertura, “Salaam”, con le sue delicate tastiere e l’andamento morbido, conferma che non ci sono stati grandi cambiamenti. Restano la fascinazione per l’R&B degli anni Settanta e la passione per il funk, evidente nel groove irresistibile di “Broken Theme”, “High Roller” e “Rhythm Commission”, mentre “LDN Shuffle” incrocia l’improvvisazione jazz con la graffiante energia della chitarra elettrica di Mansur Brown.
Ad accompagnare Kamaal Williams in questo viaggio di ritorno sono Pete Martin al basso e MckNasty alla batteria, capaci di interpretare al meglio la filosofia del produttore e tastierista, che qui si dimostra una volta di più anche meraviglioso arrangiatore.
Se vi stavate chiedendo quale atmosfera si respiri nella Londra del 2018, questo album fotografa perfettamente il momento attuale: una giovane comunità musicale, disposta a lasciarsi influenzare da stimoli di ogni genere, si sta compattando intorno alle nuove tendenze globali, senza dimenticare la grande eredità jazz europea. Per fortuna, nella musica non ci sono confini.

Kamaal Williams – The Return (Black Focus)

The Return (Black Focus)

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