SHuSH

Bilbao è una città vivace e movimentata, in tanti sensi, perciò non è affatto strano che proprio dalla capitale basca provenga un’artista interessante e multiforme come la batterista e musicista elettronica RRUCCULLA. A questo simpatico nome d’arte, un gioco sulla parola spagnola “arugula” (sì, vuol dire “rucola”), corrisponde la giovanissima e iperattiva Izaskun González, che in tre anni ha già pubblicato sette dischi molto diversi fra loro.
L’ultimo in ordine di tempo, SHuSH (o SHo͝oSH) ci conduce in un mondo alieno, attraversando rotte sonore piene di sorprese, che mescolano il jazz d’avanguardia alla Kamasi Washington, l’elettronica sperimentale alla Four Tet, l’hip hop intellettuale alla Flying Lotus, il math rock alla Tortoise, ma anche la drum’n’bass, il footwork, la musica latina e altro ancora. Batterie acustiche e sintetizzatori acidi, suoni metallici ed effetti disumanizzanti, campioni disparati e stimoli emozionali, tutto si tiene insieme per vagare vorticosamente nella mente dell’ascoltatore.
La stessa RRUCCULLA, autrice anche della copertina, considera questo album “un grande acquario che raccoglie le storie di tanti pesci multicolore, rinchiusi e circondati da forme e ambienti diversi e malleabili”. Si passa da tinte pastello chiare e lucenti a sfumature scure e aggressive, che rendono l’atmosfera più claustrofobica e straniante, capace di sommergere e scuotere allo stesso tempo. A tratti ci si sente graffiati e sbattuti, ma poi si riprendere a respirare e i battiti si normalizzano in sincrono con i beat elettronici.
SHuSH è un progetto complesso e stratificato, un altro passo nel percorso creativo di un’artista piena di talento e pronta a esplorare continuamente nuovi generi. Qualità importanti, che la porteranno lontano, e noi la accompagneremo volentieri.

RRUCCULLA, SHuSH (Biip Biip)

SHuSH (Biip Biip)

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Overload

Musica soul d’avanguardia dall’anima classica, questa è la definizione che potremmo dare a quanto fatto nella sua prolifica carriera dalla splendida Georgia Anne Muldrow, mai abbastanza famosa presso il grande pubblico, ma giustamente amatissima da tanti suoi colleghi, come Ali Shaheed Muhammad di A Tribe Called Quest, Mos Def, Erykah Badu, Dev Hynes aka Blood Orange, Bilal, Robert Glaser e Flying Lotus, che ha prodotto il suo nuovo album, Overload, con la propria etichetta Brainfeeder.
Autrice originale e straordinaria cantante, ma anche notevole musicista e produttrice di talento, Georgia Anne Muldrow si muove tra jazz, soul e hip hop come una sirena tra i flutti.
Dopo anni di lavoro in solitaria – era da Seeds (2013), prodotto da MadLib, che faceva tutto da sé – l’artista californiana ha aperto Overload a molteplici collaborazioni, realizzando un album interessante e sperimentale come sempre, ma allo stesso tempo più pop. Per esempio, il duo Mike & Keys ha prodotto quattro tracce del disco, compresa la potente title-track insieme a Dj Khalil, mentre Dutchman Moods e Lustbass hanno messo le loro manone rispettivamente sul soul psichedelico di “Aerosol” e sul funk in slow-motion di “Vital Transformation”. Sentiamo anche altre voci: quella di Shana Jenson Muldrow su “You Can Always Count On Me”, cover di un classico della Gap Band, e quella di Dudley Perkins su “These Are The Things I Like About You”.
Anche in Overload, come in passato, Georgia Anne Muldrow ritorna su alcuni temi per lei fondamentali come amore, spiritualità e autodeterminazione, ma non ha paura di affrontare questioni politiche e sociali di stringente attualità, come le gravi discriminazioni subite dalle minoranze negli Stati Uniti. “Blam”, per esempio, è un pezzo potente sulla necessità della comunità afroamericana di difendersi sempre e comunque, dalla violenza fisica e verbale, dagli stereotipi, dalle disuguaglianze: “Before I’ll be a slave, I’ll be buried in my grave”.
Grazie a una scrittura efficace e diretta e a una sensibilità musicale unica, Georgia Anne Muldrow ci regala un altro capolavoro. Overload disegna la black music del futuro – soul d’avanguardia, si diceva all’inizio – senza perdere la forza delle radici e l’anima dei grandi classici del blues, del gospel e dell’R&B.

Georgia Anne Muldrow, Overload (Brainfeeder)

Overload (Brainfeeder)

 

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Stadium

Da oltre dieci anni la missione del percussionista, batterista e sound artist Eli Keszler sembra essere di rovesciare gli stereotipi su tamburi e batteria. E gli piace farlo in grande stile, per esempio trasformando l’edificio del Cyclorama di Boston o una torre dell’acqua in Louisiana in monolitici strumenti. Ma anche con una batteria “normale” Keszler riesce produrre un’incredibile varietà di suoni, come dimostrava l’album Last Signs of Speed (2016), che attraversava i confini tra techno, jazz e contemporanea con la sua infinita serie di colpi, colpetti, battiti, graffi, crepitii, scricchiolii, tonfi e tintinnii.
Il disco appena pubblicato, Stadium, è ispirato al suo recente trasferimento da South Brooklyn a Manhattan, ovvero un avvenimento piuttosto banale che diventa il pretesto creativo per espandere idee e possibilità musicali per tutta l’estensione del nuovo vicinato. Ogni traccia sembra trascinata dalla frenesia di quella caotica e affollatissima zona.
Le repentine e frequenti variazioni dinamiche corrispondono alla velocità imprevedibile di un quartiere denso di accadimenti, dove sorprese belle o brutte possono arrivare in qualsiasi momento. Il posto della serendipità per antonomasia – non avete visto quel film con John Cusack? – nel quale si è continuamente avvolti dalla sensazione che qualcosa di meraviglioso o tragico, divertente o frustrante possa indugiare a ogni angolo.
È dall’esperienza diretta delle nuove strade che nasce il suono di Stadium: geografie sovrapposte disegnano trame originali, che diventano le basi per composizioni tanto efficaci quanto ricercate. In queste ambientazioni trovano spazio percussioni, tastiere e strumenti acustici di vario tipo, i fili da seguire per districarsi in quello scompigliato labirinto metropolitano che è l’isola di Manhattan, così com’è interpretata da Keszler.
Stadium è una rete di suoni e corpi mobili, che oscillano continuamente tra jazz e avanguardia per rispondere alle leggi imponderabili della casualità, anche se in questo album di casuale non c’è nulla. La genialità di Eli Keszler sta proprio nella sua straordinaria capacità di lavorare così meticolosamente e precisamente da riportare in musica la natura sfuggente, imprevedibile e intricata di Manhattan, affidandosi ai concetti di spazio, memoria e impressione.
Sarebbe davvero interessante ascoltare le dodici tracce di Stadium in cuffia, camminando per le vie che le hanno ispirate. Per ora lo segno fra le cose da fare, prima o poi.

Eli Keszler, Stadium (Shelter Press)

Stadium (Shelter Press)

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Warp Speed Chic

Buon week-end dalla più grande rock band degli anni Duemila e oltre.

“Dopo aver trascorso un anno a documentare Tranquillity Base Hotel & Casino, ho voluto provare a mettere tutto insieme in un cortometraggio. Ho trascorso alcune settimane con la band in Francia a riprendere le sessioni di registrazione con la mia 16mm nel settembre 2017. In quella fase sentivo soltanto frammenti e pezzi di canzoni, così com’erano registrati. Quasi un anno dopo ero sul palco con la band per immortalare alcune di quelle stesse canzoni. Quando il film è uscito finalmente dal laboratorio di montaggio, ho ascoltato quei brani mentre guardavo le mie immagini e ho trovato che fosse tutto abbastanza bello.

Arctic Monkeys, Tranquillity Base Hotel & Casino (Domino)

Tranquillity Base Hotel & Casino (Domino)

A partire da questo materiale, ho usato i mix strumentali di James Ford, sovrapponendo a essi una selezione delle migliori immagini che avevamo realizzato per l’album, regalando uno sguardo d’insieme dell’ultimo anno di lavoro e dell’intero processo di lavorazione di Tranquillity Base Hotel & Casino.”  (Ben Chappel, regista)

Arctic Monkeys live

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Working Class Woman

Impossibile far finta di niente: per una donna, farsi strada nel duro mondo della musica elettronica, è molto difficile. Non solo devi essere brava, parecchio, ma anche bella, e devi anche sembrare un po’ stronza e irraggiungibile, così ti si può appiccicare addosso un personaggio – uno stereotipo – più facile da vendere e comunicare.
Insomma, una situazione stressante da gestire, fatta di aspettative alle quali corrispondere e pressioni di ogni tipo, mentre una produttrice vorrebbe semplicemente dedicarsi al proprio lavoro: fare musica.
Ecco perché, arrivata al quarto album, la dj e producer franco-canadese Marie Davidson ha deciso di guardarsi dentro e riflettere su se stessa, raccontando stress e tensioni che animano la scena elettronica e la club culture, soprattutto a Berlino, dove ha vissuto negli ultimi anni.
L’artista di Montreal ha imparato a difendersi attraverso l’elaborazione delle proprie esperienze e l’influenza di alcuni scrittori, intellettuali e registi, come la psicologa Alice Miller, il medico Gabor Maté e il film-maker Alejandro Jodorowsky, scoprendo che la via più semplice per superare i momenti difficili è affrontarli di petto e farsi una risata.
Working Class Woman, come lei stessa afferma, “è un disco egoistico, ma mi va bene che sia così”, perché dentro ci ha messo luci e ombre, “tutta la sofferenza e il senso dell’umorismo, il divertimento e l’oscurità che implica l’essere Marie Davidson.”
Il suono di questo album è diretto, immediato, guidato dalla pancia e non solo dalla mente. Anche se i riferimenti restano gli stessi del passato, dalla Italo Disco alla proto-industrial fino all’electro, il risultato è più viscerale e coinvolgente, fatto di paesaggi sonori scuri, tenebrosi, di stratificazioni pesanti e bassi gonfi. La durezza delle basi è bilanciata da alcune sinuose linee melodiche e da dosati interventi di sintetizzatori, ma soprattutto dall’umorismo dei caratteristici spoken text di Marie, che lei distingue umilmente dal genere spoken word, visto come una tradizione di tutt’altra portata. In modo del tutto distintivo, non solo si fa gioco dell’ambiente che la circonda, così intricato e legato a certi schemi, ma si concede anche di fare critiche trasversali alla società intera.
Il primo singolo, “So Right”, è un esempio perfetto: il sentimento di euforia espresso dalle parole, abbinate a una morbida linea di basso e a synth brillanti, contrasta con i beat duri ed essenziali della base.
In “Work It” e “Workaholic Paranoid Bitch” Marie Davidson prende in giro se stessa e la sua natura di drogata del lavoro, che la porta spesso a trascurare il resto ed è allo stesso tempo un’arma di difesa contro la continua sensazione di spaesamento che comporta la vita da dj: sempre in tour da un club all’altro del globo, talvolta senza nemmeno essere sicuri di dove ci si trova.
Traccia dopo traccia, dall’apertura con “Your Biggest Fan” alla chiusura con “La chambre intérieure”, Working Class Woman costruisce un processo di ricerca e analisi personale, ma lo sguardo interiore è una lente che supporta una visione più ampia, allargandosi prima alla scena musicale elettronica e poi al mondo intero.

Marie Davidson, Working Class Woman (Ninja Tune)

Working Class Woman (Ninja Tune)

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frozenthere

Benvenuto ottobre, con il tuo clima instabile portatore di influenza e malinconia. Ma non mi coglierai impreparata, stavolta saprò come affrontarti.
A cominciare dalla scelta degli album che mi accompagneranno verso il gelido e inesorabile inverno, come frozenthere, il debutto degli Altopalo, quartetto newyorchese composto da Rahm Silverglade, Mike Haldeman, Dillon Treacy e Jesse Bielenberg. A qualche tempo di distanza dal primo ep, noneofuscared, basato soprattutto su un mix di funk e indie rock, la band dimostra di essere cresciuta e di aver trovato una formula più completa, che parte dalla creazione di ambienti elettronici e li arricchisce di sonorità funk, soul e alt-rock.
frozenthere è un disco lento ed essenziale, che sfrutta la sua apparente immobilità per attirare l’ascoltatore nelle profondità del proprio universo sonoro e costringerlo a prestare tutta la sua attenzione. Il basso vibra, gonfio, ma s’interrompe all’istante, mentre gli accordi di chitarra restano in lontananza. Le voci, intense e confidenziali, intime e talvolta confuse, si nascondono dietro il suono lunatico dei sintetizzatori e fra le pieghe dei beat elettronici, minimali e dosati con cura.
A fare da manifesto all’intero album è proprio la title-track, magnetica e disorientante, ma altrettanto toccante è “Pulp”, viscerale e claustrofobica, con Silverglade che alterna gemiti sussurrati e grida primitive, svelando tutto il proprio tormento interiore.
Il tema principale del progetto sembra essere la perdita di umanità in un mondo dipendente dalla tecnologia. Per esempio, “Terra” parla dei sentimenti contrastanti e del disagio causati dall’utilizzo dei social media: “Scroll down to the picture lost in a feed / Scroll down, countin’ thumbs, still dreamin’ of the hearts you hold”.  Con efficacia e grande forza emotiva, la band cattura la disperazione di questi tempi post-moderni, puntando il dito contro la nostra incapacità di staccarci dallo schermo luminoso del telefono e sottolineando l’enorme bisogno di serenità, che invece resta sepolto sotto la nostra ossessione per Like e cuoricini.
frozenthere è un disco da ascoltare in cuffia, magari al buio di notte, quando il silenzio della città consente di concentrarsi sulle sue tracce rarefatte e, già che ci siamo, di riflettere su noi stessi.

Altopalo, frozenthere (Samedi)

frozenthere (Samedi)

 

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volve – numero due

Il 26 settembre è uscito il secondo numero di volve, una posterzine fotografica semestrale che sosteniamo con entusiasmo nella convinzione che sia necessario, oggi ancora più che in passato, promuovere cultura e bellezza intellettuale. Senza grida, senza violenza, con la forza congiunta di forma e sostanza, espressione e contenuto.

Il Numero Due è dedicato all’ardore.

«Non ci manca certo la comunicazione, anzi, ne abbiamo troppa: ci manca la creazione. Ci manca la resistenza al presente». Così Gilles Deleuze in Che cos’è la filosofia? (1991) marcava una linea, un solco, in seno ai concetti di creazione e resistenza, che oggi, qui, approssimiamo al sentimento di ardore.

Che cosa hanno in comune creazione, resistenza e ardore? Ognuna di queste nozioni corrisponde a una modalità, determinata ma plurale, di stare nel presente. Stare nel presente con un’intenzione, una tensione, una potenza specifica: credere soltanto nel mondo – in questo –, accendervi eventi all’interno, per impercettibili che siano; produrre circostanze e congiunture che riescano a sottrarsi al controllo, dare forma a inediti spazi d’espressione, di gioco, di libertà, d’amore.

(Dall’editoriale, Samir Galal Mohamed)

 

volve è la piega, l’avventura e il formato del molteplice.
Tutte le informazioni su come e dove trovarla, sono qui.

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