Black Origami

Per il mio modo di vivere la musica, il suo elemento più potente è il ritmo. Il nuovo album della musicista elettronica Jlin, Black Origami, è la dimostrazione concreta di questa mia visione.
La fortissima producer, originaria di Gary, in Indiana, ma ben radicata nella scena footwork di Chicago, basa il suo lavoro sull’energia in tutte le sue forme. Come il potente esordio discografico, che non a caso s’intitolava Dark Energy (2015), anche Black Origami si rivela così coinvolgente a livello fisico e mentale da risultare quasi sfiancante. Ma in senso positivo, come la sensazione di raggiungere il traguardo di una maratona trascinata forsennatamente da ritmiche frenetiche senza mai una tregua.
Jlin racconta che questo album nasce dalla libertà di creare senza preoccuparsi di limiti e confini di genere. “L’origami è l’arte di piegare la carta per costruire strutture bellissime e complesse allo stesso tempo. Comporre musica per me è come l’origami, solo che sostituisco la carta con il suono. Ho scelto questo titolo perché sono abituata a creare dall’oscurità e dalle tenebre con la volontà di esplorare i luoghi più impervi e nascosti dentro di me, che considero come la possibilità di toccare l’infinito.”
Ricerca interiore e movimento sono i due elementi alla base dell’album, che è ampiamente ispirato dalla collaborazione con la ballerina e performer indiana Avril Stormy Unger. In particolare, la traccia “Carbon 7” si propone letteralmente di ricreare in musica il suo modo di muoversi e danzare.
Ma Black Origami comprende altri contributi altrettanto importanti, come quelli del compositore minimalista William Basinski in “Holy Child” e della musicista Holly Herndon in “1%”. Inoltre, la voce in “Calcination” è quella di Fawkes dell’etichetta Halcyon Veil, mentre quella in “Never Created, Never Destroyed” è della rapper sudafricana Dope Saint Jude.
Ad aprire il disco è un synth solitario totalmente fuorviante, poiché nei quaranta minuti successivi la melodia è quasi assente. La tensione poliritmica aumenta progressivamente, bombardandoci con raffiche di tamburi e percussioni che nemmeno gli inserimenti di incorporee voci angeliche possono placare. In generale, Jlin preferisce le sonorità digitali degli anni Novanta a quelle analogiche degli anni Ottanta e delle loro mutazioni revivalistiche recenti, che invece oggi dominano la scena elettronica urbana. Anche se apparentemente questa scelta potrebbe disorientarci, ci aiuta a individuare una certa grazia in questo brodo ritmico primordiale. Infatti, Black Origami ricompone contraddizioni e contrasti attraverso perfette costruzioni ritmiche: l’originario valore sociale della musica è riflesso attraverso la mente introversa della sua creatrice, la fisicità è trasformata in impulsi digitali e viceversa, il passato ancestrale è filtrato da una musica postmoderna. Tutto ci parla del potere del ritmo, proprio come si diceva all’inizio.

Jlin, Black Origami (Planet Mu)

Black Origami (Planet Mu)

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Blob On A Grid

I clown sono figure strane e spesso contraddittorie: ci fanno ridere a crepapelle, ma ci spaventano e rappresentano una delle forme più comuni del terrore collettivo. Il musicista Brian Esser, già nelle band newyorchesi Yip-Yip e Moon Jelly sembra essere affascinato proprio da questa doppia natura dei pagliacci, così nel suo progetto di elettronica sperimentale Cabo Boing riversa tutte le loro caratteristiche più assurde, come la comicità surreale, i colori sgargianti e le vocine modificate.
Nel suo nuovo album, Blob On A Grid, condensa questa fascinazione per l’arte della clowneria in dodici tracce per venti minuti scarsi, senza sprecare nemmeno un secondo. Lo scherzo comincia subito, dall’apertura di “Asleep In The Saddle”, che sarebbe la colonna sonora perfetta per una puntata dei Simpson nella quale Homer si aggira ubriaco, goffo e molesto su una nave da crociera, mentre soffre il mal di mare e tenta malamente di restare in piedi senza vomitare. Una scena divertentissima per chi la osserva da fuori, ma altrettanto spaventosa per il povero protagonista.
Tutti i pezzi, in particolare la title-track e “Nitwit Of Gizmo” mostrano una chiara predilezione per la scrittura pop, ma è come se l’autore fosse sotto l’effetto allucinatorio di qualche sostanza sintetica. È una musica leggera e multicolore, eppure mai facile e scontata, che risulta coinvolgente e accattivante ma contemporaneamente disturbante, strana e originale.
Complessivamente Blob On A Grid è una sequenza di scherzi ad alta energia, fatti di sintetizzatori che s’intrecciano e si piegano gli uni sugli altri, suoni che lasciano frastornati e incuriositi, voci surreali e frasi non-sense. È per questo che Cabo Boing risolve tutto in un arco di tempo così breve: ha imparato fin da bambino che uno scherzo è bello, quando dura poco.
Per i veri intenditori, l’album è disponibile anche su cassetta gialla con libretto dei testi.

Cabo Boing, Blob On A Grid (Haord Records)

Blob On A Grid (Haord Records)

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Compassion

In questi giorni di finta primavera succedono cose orribili, mentre si levano così tante parole di odio e ignoranza da rendere quasi impossibile la conservazione di una minima e residuale fiducia nel mondo che verrà. Il sentimento della compassione, lontano da significati religiosi ma inteso come tentativo di “patire con” l’altro, provare a mettersi nei suoi panni, sembra ormai scomparso nella maggior parte di noi.
Il produttore Matthew Barnes aka Forest Swords prova a rappresentare questa difficile situazione nel suo nuovo album, intitolato Compassion e pubblicato dall’etichetta Ninja Tune, che segue l’acclamato debutto del 2013, Engravings,
Compassion parla proprio del mondo incerto e problematico che stiamo sperimentando in questi tempi folli e assurdi, distillandoli in un originale territorio sonoro ed esplorando la macchia confusa di un presente sospeso tra esaltazione e frustrazione, umano e artificiale. Così Barnes riesce a legare passato e futuro, concretezza e astrazione, fatti e incertezze, in una serie di composizioni cupe e appassionate. Tessiture e stratificazioni digitali, field recording, beat compulsivi o movimenti lenti, distorsioni, digressioni jazzistiche e arrangiamenti orchestrali, tutto si tiene nella complessità inquieta del contesto attuale.
L’album passa dalla struttura essenziale di “The Highest Flood” alla paranoia claustrofobica di “Panic”, dalla lentezza ipnotica della ballata postmoderna “Arm Out” all’apertura cinematica di “Knife Edge”, passando per il glitch orchestrale di “War It” e il decadimento jazz di “Raw Language”. È un disco ugualmente disorientante e coinvolgente,  capace di creare un equilibrio estetico tra gesti sonori audaci e talvolta grezzi e tessiture frammentate, come se le tracce tentassero di sgretolarsi e riassemblarsi continuamente.
Mescolando elementi digitali e parti suonate dal vivo, soprattutto fiati, archi e voci, Barnes confonde le categorie di nuovo e vecchio, ripetizione e unicità, giocando sulla linea di confine tra acustico ed elettronico.
Insieme ai suoi tantissimi progetti multidisciplinari di questi ultimi anni, comprese la collaborazione con i Massive Attack e la colonna sonora del film In The Robot Skies, il primo realizzato interamente con droni, Compassion fa di Forest Swords uno dei compositori e degli artisti più interessanti della scena elettronica britannica.

Forest Swords, Compassion (Ninja Tune)

Compassion (Ninja Tune)

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Soul Run

Ci sono giornate che sembrano infinite, nottate nere che passano insonni e periodi bui che ci vedono arrancare fra mille ostacoli e tribolazioni. Quello che occorre, di solito, per uscirne sani di mente e più forti di prima, è una motivazione.
Ecco, Soul Run di Tanika Charles è un disco motivazionale, che nella musica e nelle parole racconta proprio di come si può passare indenni da una fase estremamente dolorosa della propria vita e ritrovare se stessi. L’album, infatti, nasce dopo la fine di una tormentata storia d’amore e la successiva fuga solitaria di Tanika dalla campagna di Edmonton verso la vivace e cosmopolita Toronto. Eppure non si tratta di un lavoro concettuale sulla rottura: da quella rottura trae soltanto la spinta iniziale per parlare invece di come sia possibile recuperare se stessi dopo aver finalmente resettato la propria esistenza.
Quello che fa tanto bene al cuore è il suono caldo della Motown, qui sapientemente miscelato con il soul contemporaneo e qualche leggera contaminazione hip hop, esaltato dalla voce potente e magnetica di Tanika, oggi stella luminosissima della scena black di Toronto. La cantante emergente di qualche anno fa si è trasformata in performer carismatica e bandleader grintosa, disposta comunque a svelare il proprio lato vulnerabile con onestà e schiettezza fra le pieghe delle canzoni.
Le undici tracce di Soul Run sono state scritte quasi tutte insieme al cantautore locale Ian James Jones, tranne l’ultima e più significativa, “Darkness And The Dawn”, che racconta la fine di quella relazione sentimentale e l’inizio della nuova vita. La produzione è affidata prevalentemente a Slakah The Beatchild, già al lavoro con Drake e molti altri, ed esalta quella perfetta combinazione di vintage e modernità, che rende Soul Run un disco dal fascino senza tempo.

Tanika Charles, Soul Run (Record Kicks/Audioglobe)

Soul Run (Record Kicks/Audioglobe)

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The Great Springtime Mixtape

Mentre dalle vostre bacheche e dai vostri profili social rimbalzano decine di foto di spiagge paradisiache, metropoli assolate, festival internazionali, cocktail multicolore e frutta esotica (vi odio, sappiatelo), noi sfigati – che per qualche ragione non possiamo muoverci da dove siamo – ci accontentiamo di poco. Quattro giorni di vacanza senza pensare al lavoro, alla routine, alle cose da fare e disfare, ci sembrano un regalo straordinario piovuto dal cielo, un dono di quella divinità del calendario che ogni tanto ne imbrocca una.

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E, visto che la primavera quest’anno si diverte a giocarci qualche scherzetto, dobbiamo inventarci qualche danza propiziatoria per chiedere temperature più elevate, un sole più caldo e, soprattutto, la fine di tutte le allergie. In fondo, vogliamo solo stenderci al parco con un buon libro, una bibita fresca e bella musica nelle orecchie.

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Per entrare più facilmente nel mood primaverile del non c’ho voglia di fare un ca**o, ho preparato una playlist tematica piuttosto varia per accontentare tutti (o quasi) e abbastanza morbida per conciliare il nostro meritato relax.

Godiamoci il lungo weekend e… Buon 25 aprile!

 

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Silver Haze

La materia degli Aye Nako, estemporaneo collettivo di Brooklyn, è sempre stata costituita da “tristi canzoni punk sull’essere queer, trans e neri”. Roba difficile da maneggiare, azzardata soltanto da chi è costretto a fare della propria identità un atto politico in sé.
Rispetto a The Blackest Eye Ep, uscito nel 2015, il nuovo album mostra un notevole cambiamento: la band è maturata, si è evoluta, perché la sua condizione naturale è di perenne transizione.
Nonostante l’essenza punk, il linguaggio musicale degli Aye Nako è denso, molto personale, ricco di sfumature, basato su ritmi e melodie che s’inseguono proprio come il botta e risposta tra Mars Dixon e Jade Payne, che si scambiano continuamente i rispettivi ruoli a voce e chitarra.
Per tutta la durata di Silver Haze, pubblicato ancora dalla Don Giovanni Records, tracce dure e dolorose si alternano ad altre più distese e tranquille. I sentimenti cupi e difficili lasciano spazio a una forte volontà di confronto con il resto del mondo, anche con chi non ha voglia di capire. Distorsioni energiche seguono tratti di felice stordimento e tenerezza, mentre le esperienze personali sono passate sotto la lente d’ingrandimento della scrittura musicale.
A dimostrare la mutazione artistica e umana, la traccia di apertura s’intitola “We’re Different Now”: il collage tra una registrazione su nastro risalente all’infanzia di Dixon e una struttura ritmica, il gioco innocente di un bambino congelato per conservare  quella spensieratezza ormai perduta. A chiudere il disco, invece, è “Maybe She’s Bored With It”, caratterizzata da uno spirito totalmente diverso, cinico e tagliente, in una sorta di report giornalistico del primo giorno di lavoro del cantante in una ditta di cosmetici, proprio nel turno di mattina presto.
Nata come passatempo ed evasione dalla realtà, la band ora è davvero attiva e cerca il proprio posto in un mondo ideale, nel quale tutti gli esseri umani, anche quelli emarginati, possano sentirsi a casa.

Aye Nako, Silver Haze (Don Giovanni Records)

Silver Haze (Don Giovanni Records)

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You Only Live 2wice

Come ci insegna l’Agente 007, Si vive solo due volte. Il rapper Freddie Gibbs, dopo aver passato due o tre anni un po’ burrascosi, sembra aver fatto propria questa lezione: ha combattuto contro parecchi fantasmi, si è giocato tutto, ma alla fine ne è uscito più forte, consapevole e deciso che mai.
Nel 2014 è sopravvissuto a una sparatoria a Brooklyn, nella quale sono rimasti uccisi due uomini del suo entourage, poi è stato impegnato per gran parte del 2016 in un processo per tentata violenza sessuale. D’altronde, il gangsta rap è sempre stato più che un modello di vita per lui.
Scampato alle pallottole e uscito innocente dalle vicende giudiziarie, ha deciso di tornare finalmente alla musica, pubblicando quello che è forse più un ep che un album vero e proprio, intitolato You Only Live 2wice proprio come un episodio della saga di James Bond.
Come un nuovo Gesù contemporaneo, la copertina del disco lo vede elevarsi sulla folla e sugli incubi del recente passato, celebrando l’inizio della sua seconda vita. In mezz’ora circa s’interroga sulla prima, che evidentemente considera conclusa, e si prepara alla seconda, che è già cominciata, riflettendo sulle opportunità da cogliere e sulla forza interiore necessaria a uscire dalle avversità senza farsi abbattere. In “Crushed Glass” chiarisce la sua versione dei fatti rispetto alle accuse di tentato stupro con parole dure, piene di rammarico e voglia di rivincita.
Nell’altro singolo, “Alexys”, prodotto con Kaytranada e BadBadNotGood, si lascia alle spalle i vecchi “amici”, che non hanno mai meritato la sua fiducia, mentre in “Homesick” si dice pronto ad abbandonare quella condotta per stare insieme alla figlia piccola. Non sappiamo se c’è da fidarsi, visto che in “Phone Lit” e “Amnesia” si sfoga e se la prende con il peso delle responsabilità e le troppe pressioni quotidiane.
La voce di Freddie Gibbs si conferma uno strumento potente: ruvida e flessibile, dimostra tutta la forza del personaggio, ma svela anche le fragilità dell’uomo. Il rapper, originario dell’Indiana, è capace di sputare rime come se fossero pugni in faccia, ma sa essere anche morbido e introspettivo. È una scelta significativa anche quella di non aver voluto altri contributi vocali, nessun ospite che s’intromettesse nel suo flusso di coscienza.
Persino le basi sono piuttosto scarne, essenziali, con parecchie concessioni alla trap, ma non concepite per essere protagoniste del disco, che invece serve per far sapere in giro che Gangster Gibbs è tornato e ha una nuova vita davanti. You Only Live 2wice è un lavoro interlocutorio, che segna un passaggio importante nel suo percorso umano e professionale, e lui è deciso a farsi trovare pronto.

Freddie Gibbs, You Only Live 2wice (Empire/ESGN)

You Only Live 2wice (Empire/ESGN)

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