Asakusa Light

Si può anche invecchiare bene, lo dimostra il produttore giapponese Soichi Terada, pioniere della deep house nella scena elettronica dell’Estremo Oriente, che è tornato in studio per realizzare nuova musica a oltre vent’anni di distanza dai suoi maggiori successi. Qualcuno ricorderà la sua fortunata colonna sonora per il videogame Ape Escape della PlayStation.
L’album appena uscito, Asakusa Light, è il frutto di circa diciotto mesi di lavoro, durante i quali Terada ha tentato di rivivere i processi mentali e fisici che lo avevano portato a creare i suoi pezzi più riusciti. Mantenendo uno sguardo fresco e lucido, è riuscito a esaltare la formula consolidata della sua deep house degli anni Novanta, caratterizzata da un’atmosfera vibrante e coinvolgente, trascinata da un’originale combinazione di groove e melodia. Ritmo ed emozione in magico equilibrio.
Le tracce di Asakusa Light sono state prodotte con gli stessi sintetizzatori e drum machine utilizzati nei lavori precedenti, confermando una sorta di marchio di fabbrica sonoro per una raccolta di musica house senza tempo, vivace e colorata, gioiosa e ricca di sfumature.
Irresistibile il beat funk di “Marimbau”, inconfondibile e ipnotica la struttura a 8-bit di “Takusambient”, brillanti e un po’ nostalgici i contrasti di “Blinker”, perfetta la chiusura di “Epoxy Lamp”. Non è un disco per chi cerca la sperimentazione, ma chi ama la house anni Novanta e le musiche da videogame troverà un tesoro.

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Asakusa Light (Rush Hour Music)
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Antidawn Ep

L’anno nuovo è appena cominciato e la Befana ci ha già portato una calza gonfia di angoscia, cattivi presentimenti, pessimismo e fastidio. Se penso ai prossimi due mesi – e temo che sia un sentimento condiviso – mi viene voglia solo di rimettermi a letto ed entrare in letargo, augurandomi di svegliarmi in un mondo pieno di sole, senza tante varianti e con un Mattarella bis.
Anche se non è da me, invece di esorcizzare le ombre con musica uptempo e frizzantina, oggi assecondo questo mood cupo e tenebroso, immergendomi nel nuovo disco del musicista elettronico Burial, che ormai sappiamo essere William Emmanuel Bevan.
In Antidawn – questo è il titolo dell’ep, contenente cinque lunghe tracce – il produttore britannico destruttura la propria musica, basata su campionamenti ed effetti sonori, fino a trasformarla in pura atmosfera, come se fosse fatta di vapore, respiri, nuvole e polveri sottili. L’ambientazione è quella di una metropoli, avvolta in una notte scura e nebbiosa, oltre la quale filtra solo un timido raggio di luce. Cammini per raggiungerla, in bilico fra le sensazioni contrastanti di inquietudine e conforto.
Le parole – poche frasi frammentate – sono in primo piano, importantissimi punti di riferimento in una terra musicale che non offre molti appigli. Ma ti cattura, ugualmente, con il suo andamento rallentato e una palette sonora fatta di stridii, sibili, crepitii e umanità: una toccante forma di ambient post-industriale che richiama un futuro distopico, dove alienazione e solitudine ingoiano progressivamente la vita delle persone. Eppure, suggerisce che alla fine della notte arriva sempre l’alba.

Sleeve Painting: Maya Hewitt 
Sleeve Design: Optigram
Antidawn Ep (Hyperdub)
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The Great Mixtape Top Five #33

Finalmente anche il 2021 si avvia alla conclusione. Un anno fa eravamo stanchi, spaventati, arrabbiati e stremati dalla pandemia, ma iniziavamo gennaio con entusiasmo e ottimismo grazie alla possibilità di vaccinarsi che apriva orizzonti di speranza. Dopo dodici mesi possiamo dire che le aspettative non sono state del tutto rispettate – non è colpa del vaccino, che invece conferma la propria efficacia, ma della gestione che ne è stata fatta a livello nazionale e globale, della politica e della comunicazione – ma ormai siamo al conto alla rovescia e ci è concesso nuovamente di confidare in un futuro migliore (non positivo!).

Nel dubbio, io sono per festeggiare comunque almeno alla fine dell’anno. Per quello che ci si lascia alle spalle, per quello che si desidera trovare, per gli obiettivi, per dimenticare. Un motivo per alzare il bicchiere lo trovi sicuro, almeno a Capodanno, anche se sei a casa in quarantena solitaria e non togli il pigiama da dieci giorni. Anzi, soprattutto se sei a casa in quarantena solitaria.

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Ecco allora la tradizionale Top Five + Five di fine anno, per mettere in fila i dischi che ho amato di più nel 2021. I miei preferiti, quelli che ho ascoltato di più nelle lunghe giornate di lavoro in casa, che mi hanno accompagnata negli alti e bassi di questo periodo, che mi hanno confortata, consolata, ispirata, spronata e, perché no, divertita. Senza tanti spiegoni: in alto i calici e press play.

10. Qalaq, Jerusalem In My Heart (Constellation Records)

9. An Evening With Silk Sonic, Silk Sonic (Bruno Mars & Anderson .Paak) (Atlantic)

8. Sound Ancestors, Madlib & Four Tet (Madlib Invazion)

7. Vexillology, Guedra Guedra كدرة كدرة (On The Corner)

6. Collapsed in Sunbeams, Arlo Parks (Beatnik/Transgressive)

5. Call Me If You Get Lost, Tyler, The Creator (Columbia)

4. NINE, Sault (autoproduzione)

3. Vulture Prince, Arooj Aftab (New Amsterdam Records)

2. Sometimes I Might Be Introvert, Little Simz (Age 101)

1. The Nearer the Fountain, More Pure the Stream Flows, Damon Albarn (Transgressive)

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Live From Blackalachia

Per chiunque si trovi all’affannosa ricerca di un regalo speciale dell’ultimo minuto, non posso che consigliare Live From Blackalachia del cantautore Moses Sumney, un artista sensibile dalla voce straordinaria, capace di emozionare e scaldare anche il cuore più gelido.
Nell’estate dell’anno scorso, sconfortato dall’emergenza sanitaria globale, frustrato dall’impossibilità di salire su un palco e trovare sfogo nella dimensione del concerto, Sumney ha radunato una band di sette elementi e l’ha guidata in un luogo magico nelle Blue Ridge Mountains, nella parte occidentale del North Carolina, dove lui vive ormai dal 2017. È nella tranquillità di quel paesaggio che ha trovato un rifugio, lontano dalla confusione di Los Angeles e dalle dinamiche insane dell’industria musicale.
Live From Blackalachia è un album dal vivo, ma anche un film. In due giorni la band ha registrato live tredici canzoni dei due dischi precedenti, entrambi bellissimi, Aromanticism e græ, con un solo inedito, l’interludio “Space Nation Race Place”.
Proprio come la natura che li circonda, i brani prendono forme più lussureggianti, spesso dilatate e cangianti, con arrangiamenti ricchi e sofisticati che attraversano jazz, R&B, rock, soul. A volte sono micro cambiamenti – una nota più lunga, un’interpretazione più lenta, l’indugio su una coda strumentale – ma tutti contribuiscono all’impatto emozionale della performance. L’isolamento conferisce libertà e rinnovata bellezza a qualcosa che era già meraviglioso e commovente.
Anche in uno scenario poco consueto, e soprattutto attraverso le immagini del film – un concept di circa mezz’ora ideato dall’artista stesso – Sumney continua a esplorare alcuni temi cruciali per la nostra società iperveloce e iperconnessa, che va in tilt al contatto con i tentacoli viscosi di una cultura ancora arretrata su molte questioni: mascolinità tossica, discriminazioni di genere e razza, salute mentale. L’identità di ogni persona – come si sente, come desidera essere vista – è sempre in discussione, sotto esame, criticata da altre che non si fanno scrupoli a colpire e dare in pasto sensibilità ferite a un pubblico incattivito. La voce di Sumney, anche quando rinuncia alle armonie e ai virtuosismi, e il suo mondo sonoro così avvolgente, sono un balsamo per chiunque cerchi conforto e stupore.
È il regalo giusto, da fare soprattutto a se stessə, se si ha bisogno di riappacificarsi con l’universo in vista delle feste e della fine di un altro anno che non è andato come avremmo voluto.

Tracklist:
1. Insula
2. Virile
3. Conveyor
4. Quarrel
5. In Bloom (In the Woods)
6. Space Nation Race Place
7. Colouour

8. Plastic
9. Bless Me
10. Bystanders (In Space)
11. Me in 20 Years
12. Doomed
13. Polly

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Live From Blackalachia (Tuntum Records)

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Samba in Seattle – Live at the Penthouse 1966​-​1968

Devo la scoperta del favoloso e leggendario chitarrista acustico brasiliano Bola Sete (1923-1987) al mio produttore hip hop preferito, J Dilla, che nascose un frammento campionato da “Bettina” nel suo pezzo “Carvel’s Milkshakes”. In effetti, Bola Sete è considerato uno dei più influenti chitarristi brasiliani – come dice Carlos Santana, “c’è stato uno e un solo Bola” – e nella sua carriera esplorò generi diversi, dalla bossa nova al jazz, dal pop fino alla new age, con eccellenti risultati. Suonò con Dizzy Gillespie, Lalo Schifrin, Vince Guaraldi, tanto per citarne qualcuno.
Per chi volesse approfondire la conoscenza della sua eredità musicale, l’etichetta Tompkins Square ha appena pubblicato il triplo album Samba in Seattle – Live at the Penthouse 1966-1968, raccogliendo una lunga serie di registrazioni dal vivo ancora inedite, alle quali parteciparono anche il bassista Sebastião Neto e il batterista Paulinho Magalhães. A produrre le tracce per la pubblicazione è stato Zev Feldman, ampiamente celebrato nella scena jazz internazionale.
Il cofanetto, soprattutto per chi ama ancora regalare un bell’oggetto musicale, è arricchito da un sostanzioso libretto che contiene rare fotografie scattate proprio al Penthouse jazz club di Seattle in quel periodo, un saggio critico del giornalista Greg Caz e alcune interviste e contributi di Carlos Santana, del pianista e compositore Lalo Schifrin, del produttore George Winston – tutti collaboratori e amici di Bola Sete – e della moglie Anne Sete, oltre a uno speciale omaggio del chitarrista ed etnomusicologo John Fahey, anch’egli scomparso, che fu suo grande ammiratore.

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Samba in Seattle – Live at the Penthouse 1966-1968 (Tompkins Square)
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Open Arms To Open Us

Collocare il compositore, multistrumentista e cantante Ben LaMar Gay nell’ampia categoria dell’improvvisazione jazz, soprattutto considerando che vive e lavora a Chicago, è facile e quasi scontato. Tuttavia, la definizione di jazzista potrebbe stare stretta a un artista che, pubblicando oggi il suo secondo album, attinge invece da territori diversi e talvolta apparentemente lontani fra loro.
Open Arms To Open Us, che esce per l’etichetta International Anthem, riporta alle nostre orecchie una grande varietà di generi e suoni, partendo dal jazz estremo alla Bitches Brew per arrivare all’hip hop e all’R&B, passando per la poliritmia africana, il math-rock sperimentale (tipo Battles), il samba, l’elettronica da rave, il raga indiano, l’indie pop e altri stimoli inediti. Nella sua eterogeneità stilistica, questo disco non assomiglia davvero a nient’altro e risulta assolutamente originale.
Il solo possibile filo conduttore di Open Arms To Open Us è il ritmo, “l’unica verità che percorre grandi distanze” e sopravvive – potente e intatta – allo scorrere del tempo e al degrado di tutto quello che ci circonda. Fisicamente e idealmente. Il ritmo è la chiave di lettura di quest’opera, ma è anche l’attrezzo che scardina pregiudizi e resistenze alla sua sperimentazione spinta: il ritmo cattura, il ritmo parla al corpo prima che alla mente.
La traccia di apertura, “Sometimes I Forget How Summer Looks on You”, per esempio, si comporta superficialmente come una canzone pop, ma appena sotto è un complicato intreccio poliritmico, più contagioso della melodia cantata. Le percussioni di “Oh Great Be the Lake” ricordano i tamburi rituali dei nativi americani, “Nyuzura” conduce in Africa orientale con la voce di Dorothée Munyaneza, mentre “Lean Back. Try Igbo” si sposta dalla parte opposta del continente con un’altra voce, quella igbo di Onye Ozuzu. Altri brani, come “Aunt Lola and the Quail”, abbracciano orizzonti sonori amplissimi: percussioni tradizionali, archi e fiati, elettronica, spoken poetry e campioni.
Open Arms To Open Us, come in certe pratiche meditative, chiede fiducia. Nel ritmo, nella possibilità che la musica possa abbattere barriere e confini, nella capacità umana di aprirsi e accogliere la varietà circostante. Un album che guarda contemporaneamente al passato e al futuro, perfetto per questo presente.

Artwork by Ayanah Moor
Open Arms To Open Us
(International Anthem Recording Co.)


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Garbology

Intrappolata nell’ennesima quarantena, trovo spunti di riflessione in una sorta di emergente sociologia urbana elaborata dal rapper statunitense Aesop Rock durante uno dei recenti periodi di lockdown. Infatti, Garbology – questo è il titolo del nuovo album, realizzato in tandem con il produttore e amico di una vita Blockhead – prende come riferimento lo studio del materiale scartato dalla nostra società – la spazzatura – per capire ed elaborare quanto questo rivela sui nostri modelli sociali o culturali.
Aesop Rock premette che la scrittura e la realizzazione del disco non sono coincisi con un periodo particolarmente felice della sua vita. Non solo la pandemia e tutte le relative difficoltà – isolamento, incertezza, ansia – ma anche il dolore per la perdita di una persona cara, lo avevano gettato in un baratro di non creatività. Imponendosi di scrivere per provare a tirarsi fuori da quel buio interiore, Aesop Rock ha cominciato a mandare qualche testo a Blockhead, che in poco tempo gli ha restituito beat e sporadici spunti che pian piano sono diventati idee per canzoni e poi tracce complete. Infine, dopo lunghi mesi di collaborazione a distanza, ne avevano abbastanza per farne un album.
Il risultato è Garbology: vario, emotivamente intenso e influenzato dal jazz. Non è un caso che il primo vero pezzo, dopo l’intro, s’intitoli proprio “Jazz Hands” e si sviluppi su una trama di synth e archi, quasi senza batteria. A fuoco è anche il contrabbasso che introduce “Oh Fudge”, mentre suona perfetta la chiusura con “Abandoned Malls”.
Il duo creativo Aesop Rock x Blockhead funziona: speriamo che la collaborazione continui.

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Garbology (Rhymesayers Entertainment)
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Glass Lit Dream

A novembre 2020, nel momento più grave della pandemia da Covid-19 per la città di New York e quindi in pieno lockdown, il cantautore e produttore R&B Ian Mugerwa aka Dawuna faceva uscire l’album di debutto, Glass Lit Dream, interamente scritto, interpretato, registrato e mixato in completa autonomia e solitudine nel suo appartamento di Brooklyn.
Avendo raggiunto una certa notorietà nel circuito underground, grazie alla magica fusione tra soul, elettronica e R&B, il disco si è fatto presto notare anche in Europa e la label londinese O____o? ha deciso di masterizzarlo e pubblicarlo ufficialmente.
L’atmosfera è cupa, fatta di sintetizzatori liquidi e di suoni ambientali cupi e misteriosi, ed evoca paesaggi immaginari, onirici, dove emozioni, pensieri e realtà si confondono. Si percepisce un bisogno di libertà e di autodeterminazione, ma anche la consapevolezza di un legame indissolubile tra individuo e società. Dove non siamo liberi tutti, non è libero nessuno.
Basso e percussioni della traccia di apertura, la lunga “The Ape Prince”, sembrano quasi registrati sott’acqua, ma suonano in contrasto con la voce malinconica e piena di Dawuna. Da qui inizia un viaggio emotivamente intenso, durante il quale le cose non sono mai come appaiono alla prima impressione: mutano, si trasformano, prendono direzioni inaspettate.
La poesia di Glass Lit Dream è nel coraggio di scavare nel buio dell’introspezione notturna, lasciando un profondo spiraglio per il sogno e la ricerca di una nuova luce. È bravo Dawuna a dare espressione a questo contrasto, mischiando gospel lo-fi e R&B, soul e sperimentazione elettronica, e pure osando un po’ con le parole.

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Glass Lit Dream (O____o?)

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Lee “Scratch” Perry’s Guide to the Universe

Alla fine di agosto il mondo della musica è stato colpito dalla perdita di Lee “Scratch” Perry, cantante inconfondibile e vulcanico produttore, icona reggae, inventore del dub e mago del remix. Prima di andarsene, però, Scratch Perry aveva fatto in tempo a collaborare con altri artisti, che poco alla volta stanno pubblicando i risultati di quei fortunati incontri con lo sciamano del suono.
Come il duo canadese New Age Doom, composto dal chitarrista Greg Valou e dal batterista Eric J. Breitenbach, che ha appena presentato la lisergica Lee “Scratch” Perry’s Guide to the Universe attraverso l’etichetta We Are Busy Bodies di Toronto. Un viaggio sonoro basato sui temi chiave di sogno e sperimentazione – fondamentali nel lavoro del produttore giamaicano – e sul crossover di generi diversi come drone music, jazz, stoner rock, noise e, naturalmente, dub.
Con il suo modo di cantare – tra la benedizione e l’avvertimento profetico – e la sua carica mistica ma ironica e sorniona, Lee “Scratch” Perry è perfettamente a suo agio nelle tessiture sonore create dal duo con il supporto di formidabili musicisti provenienti dalle scene jazz e post-rock.
“Be pure, be clean, listen to your dreams” ammonisce la voce del maestro in “Life Is An Experiment”, avvolta da raffiche di feedback, maestosi squilli di tromba e strati di fruscii sintetici: l’apertura perfetta per una guida spirituale dell’universo o semplicemente per un bel disco free jazz (da ascoltare in stato di alterazione). Da Lee “Scratch” Perry ci si lascia sempre condurre in posti interessanti.

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Lee “Scratch” Perry’s Guide to the Universe
(We Are Busy Bodies)
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The Clearing

Che cosa dicono di noi il discorso parlato e l’articolazione delle parole? Chi ha il potere di plasmare le regole della comunicazione orale e decidere quali forme di articolazione e pronuncia sono considerate standard, tradizionali e accettabili? Come influenza le persone l’esercizio di questo potere?
Tutti questi interrogativi sociolinguistici sono aperti e indagati da decenni nella letteratura scientifica della materia, dove negli ultimi anni hanno trovato spazio anche interpretazioni meno ortodosse di alcuni fenomeni.
Nel 2020 il compositore, produttore e multistrumentista JJJJJerome Ellis ha pubblicato nel Journal of Interdisciplinary Voice Studies il saggio The clearing: Music, dysfluency, Blackness and time, sostenendo che la disfluenza verbale, la musica e la blackness stessa abbiano distinte relazioni con il tempo e la temporalità e quindi abbiano anche la capacità di creare dimensioni temporali alternative. Vie di fuga dalla realtà, dall’obbligo di sottomissione al tempo e al suo scorrere ineluttabile con le regole stabilite da altri. “La mia tesi – scrive Ellis – è che blackness, disfluenza e musica siano forze capaci di aprire varchi nel tempo. L’apertura porta possibilità: rifiuto temporale, fuga temporale, dissenso temporale.”
Ellis presenta il concetto di “clearing” (pausa, interruzione, apertura) come una sfida a re-immaginare la disfluenza per interrogarsi su come il linguaggio e la sua articolazione influenzino il nostro modo di esistere nell’ambiente sociale. Ellis stesso parla con una balbuzie, che si manifesta a intervalli di silenzio nella sua enunciazione. Procedendo con le sue tesi, sostiene che ci sia un’analogia tra le discriminazioni e le colpevolizzazioni subite dalle persone affette da disabilità verbale e dalle persone nere, poiché entrambi i gruppi subiscono continuamente la regolazione del tempo decisa da altri, sono spesso “patologizzati” e criminalizzati.
Da musicista, JJJJJerome Ellis allarga l’orizzonte delle proprie indagini e lo sposta sulla musica: The Clearing, il suo nuovo album, approfondisce una serie di riflessioni sul discorso parlato e sulla sua articolazione, ma soprattutto sulle questioni di potere che comportano. Tutto scritto, suonato, registrato in camera e prodotto dallo stesso Ellis (a parte qualche altro contributo), il disco è una sorta di viaggio concettuale e musicale, talvolta inquietante e faticoso, che mescola jazz e racconti della schiavitù, hip hop e attivismo black, elettronica sperimentale, fatti storici e quotidianità.
Attraverso la similitudine tra alcune manifestazioni di disfluenza (balbuzie, interruzioni, ripetizioni o prolungamento di sillabe ecc.) e alcuni elementi musicali, ampiamente utilizzati nella black music (loop, ripetizioni, break ecc.), Ellis affronta il tema del discorso su piani differenti e lo prende come punto di partenza per depatologizzare la disfluenza, costruire nuovi strumenti di critica e lotta al razzismo, decostruire la linearità del tempo, ribaltare gli equilibri tra cultura e potere nella società.
“Spero che questo album restituisca a chi lo ascolta almeno un po’ di quello che la mia balbuzie ha offerto a me: un’opportunità di immaginare nuovi modi di essere in tempo.”
L’album è disponibile anche insieme a un libro, che fa parte di una serie interdisciplinare di progetti di ricerca artistica sul concetto di tempo.

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The Clearing (Northern Spy/NNA Tapes/Poetry Project)

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