Black Love and War

Da quando è stato coniato da Mark Dery nel 1993, il termine Afrofuturismo ha aperto ad artisti, scrittori e intellettuali afrodiscendenti un nuovo spazio di espressione ed elaborazione concettuale, nonché un importante strumento per la creazione di una narrativa alternativa a quella dominante, totalmente bianca.

Il nuovo album, il terzo insieme, della coppia Georgia Anne Muldrow e Dudley Perkins, semplicemente G&D, prosegue proprio in direzione afrofuturista e segna un ulteriore progresso in termini di black empowerment. Infatti, Black Love and War è allo stesso tempo manifesto di questa crescente consapevolezza dei figli della diaspora africana e critica dell’attuale società, in particolare statunitense, nella quale la dimensione del potere mostra l’assoluta volontà di schiacciare le minoranze non bianche.

Dal punto di vista dei contenuti l’album è totalmente agganciato al presente e all’attualità, mentre il mondo sonoro è quello della West Coast degli anni Settanta, con Parliament-Funkadelic a fare da riferimento e ispirazione. Il G-Funk diventa più soul, ricco e psichedelico, prendendo nuove sfumature e conservando l’irresistibile groove. Se l’elemento “war” domina il disco, è nei pezzi dedicati al “black love” che G&D regalano il meglio, spostandosi sul versante soul e R&B per diventare più morbidi e sexy, come in “Again”, “P.A.L.” e “Fruitful”, che insieme a “Big Mel” chiude il cerchio di questa paradossale condizione di africanità senza Africa.

Un progetto musicalmente speciale ed emotivamente importante, che sprona vecchi e giovani afrodiscendenti a lottare ancora e ancora, finché finalmente non ce ne sarà più bisogno.

Art cover

Black Love and War (SomeOthaShip Connect / Entertainment One)

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Ann Arbor Blues Festival 1969

Quale momento migliore, se non le vacanze, per ripassare le basi della black music che tanto amiamo? Così approfittiamo dell’uscita di una bellissima raccolta che celebra il cinquantesimo anniversario dell’Ann Arbor Blues Festival, appena pubblicata dalla Third Man Records.
Nel 1969 un gruppo di studenti dell’Università del Michigan organizzò il primo festival musicale degli Stati Uniti interamente dedicato al blues – la quintessenza della musica afroamericana – in tutte le sue forme.
Ann Arbor Blues Festival 1969, un lp in due volumi (disponibile solo in vinile), restituisce attraverso le registrazioni di quei giorni le emozioni della musica, la grandezza degli artisti, ma anche l’entusiasmo del pubblico e l’atmosfera gioiosa e conviviale dell’intero evento, ospitato dal campus universitario. Quei nastri, che si pensavano perduti, sono stati ritrovati e restaurati con cura, senza alterarne la forza e la natura.
Un doppio album imperdibile per gli appassionati del genere, consigliato a chiunque ami la musica.

Ann Arbor Blues Festival 1969
(Third Man Records)

Ecco la track-list con i nomi dei musicisti, praticamente solo leggende.

1) “Dirty Mother for You”, Roosevelt Sykes
2) “So Glad You’re Mine”, Arthur “Big Boy” Crudup
3) “Too Much Alcohol”, J.B. Hutto & His Hawks
4) “I Wonder Why”, Jimmy “Fast Fingers” Dawkins
5) “Help Me (A Tribute to Sonny Boy Williamson)”, Junior Wells
6) “I’ve Got a Mind to Give Up Living”, B.B. King with Sonny Freeman & the Unusuals
7) “John Henry”, Mississippi Fred McDowell
8) “Pinetop’s Boogie Woogie”, Pinetop Perkins
9) “Introduction”, Big Bill Hill
10) “Everybody Must Suffer/Stone Crazy”, Luther Allison & the Blue Nebulae
11) “Tu m’as promis l’amour (You Promised Me Love)”, Clifton Chewier
12) “Hard Luck”, The Original Howlin’ Wolf & His Orchestra
13) “So Many Roads, So Many Trains”, Otis Rush

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The Great Summer Mixtape 2019

L’estate è arrivata da un pezzo, ma le mie vacanze ancora no. L’irreversibile declino culturale, politico e morale del Paese non mi aiuta ad affrontare la routine quotidiana, così come l’impossibilità di sfuggire alle istantanee delle vostre ferie non fa sembrare le mie più vicine. Paradisi esotici, tour enogastronomici, festival musicali… Sto invidiando chiunque abbia potuto staccare la spina, che fosse al mare o in montagna, alla sagra della zucchina tonda o al Loolapalooza, a Malibu o a Cesenatico.

Ora, siccome sono buona, ho deciso di regalarvi comunque la tanto attesa e meritata playlist estiva, un’abbondante selezione del meglio che il 2019 ci ha generosamente offerto in campo musicale. Gli altri campi lasciamoli perdere, ché il 2019 finora è stato proprio un anno di merda.

Nel frattempo mi consolo a botte di anguria, allenandomi a sputare semini e sognando che, alla fine di questa calda stagione, avremo ritrovato un minimo di buon senso e dignità per fermare questa corsa senza freni verso il baratro. L’umanità – è evidente – l’abbiamo persa definitivamente, ormai per legge.

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Resavoir

Negli ultimi anni dall’intersezione tra jazz sperimentale e hip hop sono sbucati alcuni fra gli artisti più interessanti del panorama internazionale, da Kamasi Washington a Thundercat, e questo periodo felice – per fortuna – non sembra volersi esaurire tanto presto.
Nella stessa scia s’inserisce anche il collettivo jazz di Chicago Resavoir, che propone nell’omonimo album di debutto una sontuosa serie di brani (quasi tutti) strumentali, finemente orchestrati e registrati dal trombettista, tastierista e produttore Will Miller.
L’impronta volutamente lo-fi della registrazione e l’approccio basato su loop e campionamenti svelano le precedenti esperienze di Miller nell’hip hop e l’influenza della scena alternativa locale (vedi Tortoise), ma non intaccano l’eleganza delle composizioni e degli arrangiamenti, probabilmente risultato degli studi allo storico e prestigioso conservatorio di Oberlin.
Le basi realizzate in casa da Miller sono state sottoposte al gruppo al completo per lo sviluppo corale e la registrazione collettiva dei pezzi, ai quali successivamente sono state aggiunte anche parti suonate da altri musicisti e riprese separatamente.
Dallo spirito di ricerca di Miller è nato così un album raffinato e audace allo stesso tempo, che alterna momenti d’intimità ad aperture cinematiche, richiamando il soul jazz psichedelico di David Axelrod, d’altronde amatissimo e ampiamente campionato nell’hip hop, e di Charles Stepney, massimo riferimento del genere soprattutto grazie al suo lavoro con Earth, Wind & Fire (anche loro di Chicago). Non mancano le affinità con i già citati Kamasi Washington e Thundercat, così come con Yesterdays New Quintet, la jazz band guidata e prodotta da Madlib, ma si avverte anche un certo lirismo minimalista alla Jon Hassell.
Tutto il disco è avvolto da un’aura di poesia ed esalta l’idea dell’interconnessione fra diverse dimensioni, nella convinzione che la pesantezza della terra e la leggerezza delle nuvole siano elementi dello stesso mondo.
Il primo singolo estratto, “Escalator”, è super.

artwork
Resavoir (International Anthem)
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EGOLI

Ci sono dischi che vale la pena comprare in vinile soltanto per la copertina: EGOLI, il nuovo album del collettivo Africa Express, è uno di questi. I colori, le geometrie, l’energia e la visione dell’Afrofuturismo esplodono sulla superficie dell’artwork, faticando a stare entro i bordi.
La stessa forza comunicativa si ritrova anche nelle 18 tracce, che rappresentano le tappe di un viaggio avventuroso nei suoni e nei ritmi del continente africano. Artisti diversi fra loro per provenienza, genere, cultura e generazione, si uniscono per superare confini e abbattere barriere, offrendo una nuova prospettiva dell’Africa e della sua ricchezza musicale.
L’approccio di Africa Express cambia di volta in volta – che si tratti di un album in studio o di un concerto – in base agli artisti coinvolti, così ogni progetto risulta unico e originale, spesso persino ammantato di un alone magico e misterioso. Ideatore e animatore del collettivo è Damon Albarn, che da anni lavora per facilitare la collaborazione cross-culturale tra musicisti e produttori provenienti da Medio Oriente, Africa e Occidente.
Lo scorso gennaio il gruppo allargato è volato a Johannesburg per una full immersion di sette giorni alla scoperta di stimoli e nuove musiche che contaminassero quelle tradizionali. Così è nato EGOLI, un disco elettronico che combina diversi stili di musica sudafricana, elettro-Acholi dall’Uganda settentrionale, Afrobeats dalla Nigeria, elettronica britannica e pop globale. Tutta la freschezza e la vitalità dell’Afrofuturismo con qualche pennellata di malinconia europea.
Oltre a Damon Albarn, qui troviamo Blue May, Gruff Rhys, Georgia, Ghetts, Mr Jukes, Nick Zinner (chitarrista degli Yeah Yeah Yeahs’), Remi Kabaka, Otim Alpha (pioniere ugandese dell’electro-Acholi) e Poté, insieme a nomi noti ed emergenti della vivace scena sudafricana come BCUC, Blk Jks, Dominowe, Faka, Infamous Boiz, DJ Spoko, il trio di musica Mbaqanga Mahotella Queens, Moonchild Sanelly, Muzi, Morena Leraba, Nonku Phiri, Radio 123, Sibot, Sho Madjozi, Zola 7, Zolani Mahoma (già cantante dei Freshly Ground) e il chitarrista Phuzekhemisi, leggenda del folk Maskandi di origine Zulu.
Fortemente consigliato agli esploratori.

artwork
EGOLI (Africa Express)

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Deviancy

Il concetto di “devianza”, nella sua accezione comune e al di fuori dalla letteratura sociologica specialistica, nella quale non trova comunque una definizione universalmente condivisa, risulta a me odioso e inaccettabile, perché sottintende sempre che la “normalità” sia quella stabilita dalla maggioranza, dalla convenzione, dall’opinione comune di quella porzione di società ancorata a tradizioni superate e stereotipi.
Così deve pensarla anche Backxwash, rapper e producer transfemminile di Montreal (con origini zambiane) che nel suo nuovo album, Deviancy, dice le stesse cose con incredibile potenza.
L’energia del singolo “Devil in a Mosh Pit” è confermata dalle altre tracce: rime intricate e complesse per idee chiare e dirette, beat prorompenti e linee di basso viscerali, suoni ed effetti capaci di disorientare.
C’è uno spirito rivoluzionario, ma c’è anche una certa – giustissima – rabbia contro bigottismo e patriarcato, contro discriminazioni e retorica conservatrice, contro chiunque ci voglia tutti uguali e corrispondenti a una supposta idea di “normalità”. “Fuck everybody, fuck patriarchy, fuck evil standards of beauty we’re supposed to live in, fuck society” dice Backxwash in “Bad Juju”.
Eppure, nel quadro di un’esistenza probabilmente complicata e passata a lottare contro le etichette, non mancano momenti di riflessione e magia, di quiete e bellezza. Come “You Like My Body the Way It Is”, che racconta l’appagamento del sentirsi amati per quello che si è, o “Burn Me at the Stake”, un incitamento poetico alla determinazione e alla resistenza nei periodi bui.
E ne abbiamo davvero bisogno.

artwork by Chachi Revah
Deviancy (Grimalkin Records)

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Bandana

Le collaborazioni fra artisti seguono talvolta dei percorsi inaspettati, regalando spesso bellissime sorprese. Nel mondo hip hop, per esempio, non c’è abbinamento apparentemente più insolito di quello tra Madlib e Freddie Gibbs: il primo è un produttore e beatmaker colto e raffinato, l’altro un gangsta rapper che fatica a mettere la testa a posto. Eppure i due hanno già dimostrato con il loro primo album insieme, Piñata (2014), di essere una coppia artistica fortissima che trae stimoli ed energia creativa dalle evidenti differenze.
Ecco perché, a qualche anno di distanza, sono tornati a lavorare insieme, riuscendo persino a migliorare una formula già vicina alla perfezione. In Bandana – questo il titolo del nuovo disco – le due personalità mantengono le distanze e, anzi, sottolineano la reciproca alterità, eppure la collaborazione appare più stretta, il legame più profondo.
Il processo di produzione non è cambiato molto: Madlib ha realizzato i soliti beat geniali, campionando e rimescolando, e li ha mandati a Freddie Gibbs per rapparci sopra da fuoriclasse. Stavolta, però, si sono seduti in studio gomito a gomito per correggere e modificare i mix, scambiandosi idee e spunti, regalando alle tracce un caldo senso di umana complicità.
Il filo rosso che unisce le tracce è lotta per la libertà della comunità afroamericana, tema che entrambi hanno affrontato spesso nelle rispettive carriere. Dalla tratta degli schiavi lungo la rotta transatlantica in “Flat Tommy Flea” alla Baltimora del boss dell’eroina Melvin Williams in “Education”, dalle imprese della star NBA Allen Iverson in “Practice” alla strage di poliziotti a Dallas per mano dell’ex soldato Micah Jonhson in “Soul Right” fino all’aggressione di Tupac ai danni degli Hughes Brothers in “Massage Seats”, l’album unisce i puntini di una storia ancora in corso e fitta di colpi di scena. Gesti eroici e tentativi sbagliati, salti altissimi e cadute rovinose, alti e bassi di un percorso storico-sociale difficile e forse senza fine.
Le straordinarie doti da mc di Freddie Gibbs risaltano sulla produzione robusta, quasi barocca, di Madlib, che qui abbandona l’amato suono lo-fi per gonfiare le basi e sostenere il carattere esuberante del partner.
Ad arricchire un progetto già notevole interviene una serie di ospiti più che speciali, come Pusha T e Killer Mike in “Palmolive”, Anderson .Paak in “Giannis”, Yasiin Bey e Black Thought in “Education”.
Bandana tiene unite le due anime dell’hip hop, quella conscious e intellettuale di Madlib con quella gangsta e ribelle di Freddie Gibbs, mettendo insieme la forza delle radici black e la potenza della trasgressione, ma soprattutto la genialità di un produttore e il talento di un rapper che sembrano non preoccuparsi dei limiti.

artwork
Bandana
(Keep Cool / RCA / Madlib Invazion / ESGN)
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