Your psyche’s rainbow panorama

È bello quando un artista ammette di aver trovato ispirazione dalla sensibilità e dall’opera di un collega, soprattutto se proviene da un ambito completamente diverso e apparentemente distante.
Tony Njoku, musicista, cantautore, produttore e performer anglo-nigeriano, ha raccontato che l’idea per il titolo del suo terzo album in studio, Your psyche’s rainbow panorama, gli è venuta mentre attraversava la passerella di vetro lunga 150 metri, realizzata dall’artista islandese Olafur Eliasson ad Aarhus e intitolata proprio Your rainbow panorama. Non è stato un caso, anzi, Njoku aveva già adottato il concept della mostra Feelings Are Facts (2010) dello stesso Eliasson come mantra durante la scrittura del disco, scegliendo di affidare a ciascuna delle quattordici tracce un’emozione diversa.
Il risultato è un viaggio caleidoscopio attraverso la varietà di sentimenti che l’animo umano è capace di provare, dal dolore all’esaltazione, dalla follia all’empatia, dalla rabbia alla rassegnazione. La straordinaria voce di Njoku, manipolata dagli effetti digitali, e l’attenta produzione delle basi rendono concrete e autentiche queste emozioni, consentendo all’ascoltatore di riportare tutto alla propria esperienza.
A inaugurare questo percorso, talvolta disorientante, è la drammatica ballad “Naive & Apprehensive”, nella quale la batteria è accompagnata dal contrabbasso e dalle crescenti incursioni dei sintetizzatori fino a trasformarsi in una versione elettronica del tradizionale Afrobeat. L’esaltazione euforica di “Glorious” passa attraverso l’incredibile falsetto del cantante, che crea un equilibrio magico con i momenti elettronici più abrasivi. A chiudere è la pacata chitarra di “Nostalgic & Apprehensive”, la proverbiale calma dopo una selvaggia – e catartica – tempesta emotiva.
Your psyche’s rainbow panorama è un’esperienza tumultuosa e intensa, che ci spinge all’autoanalisi e alla comprensione del nostro sentire, lasciando uno spiraglio aperto alla possibilità di cambiamento e alla redenzione di noi stessi.

album cover
Your psyche’s rainbow panorama
(Silent Kid Records)
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Reservoir 1

L’attrazione fatale per Reservoir 1, primo capitolo di una serie di tre album della percussionista e compositrice statunitense Sarah Hennies, è scattata dalla copertina – chi mi conosce, non stenterà a crederlo – ma poi l’ascolto ha svelato la corrispondenza tra quell’immagine, il titolo e la musica.
I progetti di Hennies esplorano sempre temi piuttosto delicato e complessi, sia sul piano artistico e musicale, come l’approccio alle percussioni e la psicoacustica, sia su quello socio-politico e psicologico, come l’identità queer, le discriminazioni nei confronti della comunità LGBT, l’amore e l’intimità nella società contemporanea.
In particolare, i tre Reservoirs affrontano la relazione tra conscio e inconscio nella mente umana. Jung e Freud descrivono la parte inconscia come un serbatoio (“reservoir” in inglese), nel quale si depositano i ricordi che non ci servono nella vita quotidiana e possono restare in attesa di essere ripescati. Secondo Freud, l’inconscio ha la funzione di immagazzinare gli eventi traumatici, archiviandoli in profondità affinché non si ripropongano dolorosamente ogni giorno. La nostra parte cosciente non ha accesso direttamente a quell’archivio (o serbatoio), eppure quel materiale resta misteriosamente presente nelle nostre vite.
Questo primo capitolo della serie, Preservation, scritto per pianoforte e percussioni, è stato eseguito dal pianista Philip Bush e dal trio Meridian, un gruppo sperimentale basato su improvvisazione e interplay, composto dai percussionisti Tim Feeney, Greg Stuart e la stessa Sarah Hennies.
Qui il piano rappresenta un sottofondo costante, un elemento pervasivo ma quasi subliminale, che prova a inserirsi nel dialogo fra le percussioni. Sono i tre percussionisti a proporre un’ampia varietà di timbri e gesti sonori, come ronzii delicati, graffi aggressivi o colpi violenti, senza mai cedere alle lusinghe del piano. Non interagiscono con il quarto incomodo, non gli rispondono mai, mentre questo si convince ad assorbire lentamente e inesorabilmente gli stimoli del trio.
E, allora, quel carrello smarrito nel verde di una radura si trasforma in un contenitore di memorie rimosse (e preservate nel tempo), accumulate apparentemente senza ordine in un posto lontano e nascosto, ma pronte per essere recuperate nel momento del bisogno: quando sarà necessario affrontarle per attraversare e superare un antico trauma.

album cover
Reservoir 1 (Black Truffle)
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#SisiOut

Finalmente, l’Egitto è sceso di nuovo in piazza contro il regime. Cambia nome e cambia faccia, ma resta immutata – anzi, peggiora – la brutalità del nemico da sconfiggere.
Da ormai una decina di giorni tutto il Paese è attraversato da proteste e manifestazioni, che il dittatore prontamente reprime con la violenza. Decine di arresti, decine di persone che spariscono, una situazione insostenibile che va fermata.

Da parte nostra non possiamo restare in silenzio. Chi desidera supportare la causa, può scaricare liberamente e stampare il manifesto realizzato da Ganzeer, artista egiziano ormai di fama internazionale, attivista dal primo minuto della Rivoluzione del 2011, praticamente costretto all’esilio.
A questo link trovate diverse versioni del poster: prendete e diffondete.

#SisiOut
ارحل_ياسيسي#

Ganzeer poster

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Jaime

Il tema della (dis)parità di genere ha – finalmente – acquistato un po’ di peso nel dibattito pubblico e politico, ma la strada da percorrere è ancora lunghissima e lastricata di ostacoli… Tipo che un giorno sì e l’altro pure ci pare di vivere nel Medio Evo. Il ruolo delle donne, in tutti i settori e ampiamente nel mondo della musica, soffre ancora di pregiudizi e stereotipi che si riproducono, si moltiplicano e abbondano nella bocca degli stolti. Come il riso, ma senza simpatia.
Per fortuna, esistono tantissime professioniste e artiste che, grazie alla fortunata combinazione di talento e carisma, rappresentano una continua fonte di ispirazione per le altre persone.
Poi ci sono quelle come Brittany Howard, un’artista meravigliosa che al talento straordinario e al carisma magnetico unisce una voce incredibile e la capacità di smuovere gli animi.
Già nota come frontwoman degli Alabama Shakes, la cantautrice ha appena pubblicato Jaime, debutto solista di rara intensità dedicato alla sorella maggiore, scomparsa a soli tredici anni per una malattia. Fu lei a insegnarle a suonare il piano e a spingerla per prima a scrivere canzoni, così sono per lei – e grazie a lei – quelle di oggi, così emozionanti e sincere.
Ci vuole coraggio per svelare la propria fragilità. Ci vuole forza per scoprirsi vulnerabili. Questo disco è audace, potente e delicato allo stesso tempo, diverso da quanto Howard ha realizzato in passato: chiusa in una serra nel canyon di Topanga, alla fine di un solitario viaggio – fisico e interiore – da Nashville, ha rimesso in ordine i tasselli di una vita spesso segnata dal dolore e dalle difficoltà e poi li ha trasformati in musica e parole. Per creare qualcosa di così personale, riuscendo persino a renderlo politico, è necessario scavare in profondità e raggiungere una grande consapevolezza di sé e del mondo. Crescere da donna, queer e afroamericana ad Athens, Alabama, che non è certo un baluardo di libertà e rispetto delle diversità, non deve essere stato facile.
L’universo musicale che circonda i brani è lo stesso degli Alabama Shakes, soul senza tempo con molte sfumature, ma qui la scrittura raggiunge altre vette e stupisce, attraversando generi e stili che ci ricordano la cangiante bellezza della musica black. Momenti rap, digressioni funkadeliche, ibridazioni jazz e rock intorno a una vocalità così eclettica da sfuggire a qualsiasi definizione.
Alcuni arrangiamenti sono ricchi, altri estremamente essenziali, come in “Short and Sweet”. Alcune canzoni sono ruvide, altre teneramente intime, come “Georgia”, ma tutto si tiene nella costruzione di una rinnovata identità artistica. Coinvolgente il blues del singolo “Stay High”, di grande impatto “13th Century Metal”.
Brittany Howard ha scritto e composto tutti i brani, ma ad accompagnarla nella loro realizzazione ha chiamato il bassista Zack Cockrell, il tastierista Dan Horton, il batterista Nate Smith e il magico Robert Glasper, pianista e stregone.
Abbattute le barriere del suono e dell’anima, Jaime non solo si appresta a vincere le classifiche di fine anno, ma si prepara anche a diventare un riferimento di forma e contenuto per il prossimo futuro.

Jaime (ATO Records)
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– Ugh, those feels again

I sentimenti sono importanti per ognuno di noi, anche per quelli che fanno finta di non averli o di non curarsene, ma per qualcuno sono il centro di tutto, la chiave di interpretazione del mondo. È il caso della cantante iraniana-svedese Snoh Aalegra, oggi di base nell’assolata Los Angeles, che proprio ai sentimenti ha già dedicato l’ep di debutto FEELS (2017) e ora anche il nuovo album, – Ugh, those feels again, appena pubblicato dall’etichetta ARTium Recordings del produttore hip hop e R&B No I.D.
Interprete raffinata dalla vocalità seducente, Snoh Aalegra descrive la propria musica come “soul cinematico”, una definizione assolutamente calzante per i moti dell’anima che racconta e provoca allo stesso tempo, soprattutto grazie all’incrocio di generi diversi – pop, soul, hip hop, R&B – e alla ricchezza degli arrangiamenti ispirati ai suoi idoli Stevie Wonder e Whitney Houston.
La costruzione della scaletta procede dall’alto al basso, disegnando una sorta di parabola discendente: i momenti di esaltazione della prima parte forse si rivelano troppo belli per essere veri, così la seconda parte conduce alla riflessione solitaria e al rimpianto del passato. Emozioni sempre forti, nel bene e nel male.
Sulle tracce della prima metà, brillanti ed energiche midtempo, Snoh Aalegra appare libera, naturale, positiva, alternando momenti di rap grintoso a melodie sinuose. Molleggia sulla linea di basso di “Whoa”, guida il coro di “Find Someone Like You” e dialoga a gemiti con la chitarra elettrica di “Toronto”.
Al giro di boa, invece, il mood si fa più cupo e solitario, pensieroso e triste. La cantante rimane quasi all’angolo dei propri brani, schiacciata dal peso di sentimenti negativi. La spiegazione arriva forse da una sequenza di tre canzoni, nelle quali Snoh Aalegra si rivolge direttamente all’ex partner, passando dal dolore per l’abbandono (“You”) alla delusione e l’amarezza nei suoi confronti (“Njoy”) fino al superamento della storia (“Nothing to Me”). La svolta non è positiva, il sentimento si è semplicemente trasformato in rifiuto e intolleranza per la persona che l’ha lasciata, eppure Snoh Aalegra restituisce candore e bellezza attraverso la voce, lasciando intravedere un nuovo corso oltre quelle emozioni soffocanti e nocive.
Mentre ci godiamo questo album, soul contemporaneo ma fatto per durare grazie alle ottime produzioni, noi sentimentali restiamo in attesa del prossimo – emozionante – episodio.

album cover
– Ugh, those feels again (ARTium Recordings/Awal)
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Whities 023 (The Act of Falling From the 8th Floor)

The Act of Falling From the 8th Floor, l’atto di cadere dall’ottavo piano, corrisponde a una sensazione che il giovane artista egiziano Abdullah Miniawy deve aver provato molte volte dalla rivoluzione del 2011 a oggi. Quel misto di frustrazione, rabbia e paura che avverti quando, dopo aver raggiunto una vetta, reale o figurata, cominci a precipitare senza rete, senza paracadute, senza vie di scampo da uno schianto che sembra imminente e inevitabile.
Ma il mio amico Abdullah – poeta, cantante, trombettista – ha dalla sua parte talento e determinazione, che gli permetteranno di non restare inchiodato a un Paese chiuso, rigido e avaro di speranze come l’Egitto di Al Sisi. Abdullah sta viaggiando per l’Europa grazie alla propria arte, con tutte le difficoltà che il suo passaporto comporta, e si sta costruendo una vita diversa da quella di tanti suoi coetanei, impantanati nei sogni infranti di un’intera generazione di egiziani.
The Act of Falling From the 8th Floor è anche il titolo del nuovo progetto di Abdullah Miniawy insieme al trio elettronico tedesco Carl Gari, evoluzione e perfezionamento della collaborazione intrapresa nel 2016 con l’ep Darraje, uscito per l’etichetta The Trilogy Tapes di Will Bankhead. Stavolta è la Whities di Nic Tasker a pubblicare il disco, confermando la coraggiosa attitudine a sconfinare dalle solite rotte della musica elettronica da club.
Le basi cupe e minimaliste, talvolta persino oppressive e claustrofobiche, esaltano la voce e l’interpretazione di Miniawy, che sussurra, grida, trema, vibra, esprime emozioni palpabili e comprensibili anche a chi non capisce l’arabo classico. Il cuore dell’album, composto di sei tracce, è il poema “B’aj بعاج”: il protagonista, Abdullah stesso, salta dall’ottavo piano di un edificio del Cairo e durante la caduta descrive le scene che intravede dai balconi dei singoli piani, restituendo un quadro drammatico della società egiziana attraverso nitide istantanee, che scorrono inesorabili su un tappeto di droni metallici.
Non è un ascolto facile, come non lo è mai la critica sociale, ma è importante. Perché racconta una condizione, il sentirsi senza speranza in un mondo alla deriva, che non è soltanto dei giovani egiziani, ma è di milioni di persone in ogni luogo. Oggi, e sicuramente domani più che mai.

cover album
Whites 023 – The Act of Falling from the 8th Floor (Whities)
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Jimmy Lee

I toni scuri si addicono alla fine dell’estate, all’ultimo giorno di agosto e allo stato d’animo da rientro. Pronti a ricominciare, forse, ma non senza aver prima ricevuto l’abbraccio rassicurante di nuova bellissima musica e la familiarità di una voce amica, che stavolta corrisponde a quella di Raphael Saadiq.
A otto anni di distanza da Stone Rollin’ (2011), il cantautore, politstrumentista e produttore di Oakland, già collaboratore di Prince e poi di D’Angelo, TLC, Mary J Blige, Whitney Houston, Solange ecc., pubblica un nuovo album, intitolato Jimmy Lee e dedicato al fratello maggiore, sieropositivo e scomparso anni fa per un’overdose di eroina.
Un disco cupo, ritenuto necessario dall’artista anche se doloroso, ispirato ai classici del soul e guidato dalla potenza delle emozioni. Le tredici canzoni, scritte e arrangiate con l’inconfondibile eleganza, riflettono con brutale onestà sui sentimenti di perdita e abbandono, ma anche di rabbia, che si provano quando una persona cara – un fratello – viene a mancare per una ragione così assurda come la dipendenza dalle droghe. Talvolta si apre lo spazio per intime ma lucide meditazioni su questo tema, oppure si lascia qualche breve e necessario spiraglio alla positività, superando dolore e cinismo. L’impotenza rispetto agli eventi è palpabile, forse ovvia, ma incantevole è la capacità di raccontarla e trasformarla in poesia.
Da maestro del neo-soul, Saadiq crea melodie orecchiabili e radiofoniche, che scivolano su ritmiche R&B, adattandosi sia a brani più riflessivi e spirituali come “Belongs to God”, sia a momenti morbidamente funk come “So Ready”. Oltre alla partecipazione del chitarrista Rob Bacon nel singolo “Something Keeps Calling”, all’album hanno contribuito altri nomi importanti, come Kendrick Lamar, Ali Shaheed Muhammad degli A Tribe Called Quest e Brook D’Leau.
Raphael Saadiq crea musica senza tempo per riconciliarsi con i traumi più forti della propria esistenza e per affrontare argomenti scottanti e sempre attuali nella società americana, come le ineguaglianze del sistema giudiziario e carcerario. Con Jimmy Lee ci offre la via della bellezza e dell’arte per oltrepassare l’oscurità e uscire dalla notte dell’animo.

album cover
Jimmy Lee (Columbia/Sony)





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