Fabio Petani | Urban artist

Gli elementi chimici e il loro aspetto molecolare, le piante e la nomenclatura scientifica, tutto questo si tiene dentro il perimetro creativo di Fabio Petani, artista torinese, che attraverso le proprie opere costruisce un nuovo erbario urbano. Occupando superfici di grandi dimensioni, come facciate di palazzi o ampi muri, le linee eleganti di piante e fiori si sovrappongono a figure geometriche su livelli di colori tenui, che contengono sempre anche un elemento di rottura, di contrapposizione, per riaffermare il rapporto fondamentale dell’essere umano con la natura e la fisica degli elementi.

SILICON & ARUM ITALICUM | ‘O sciore cchiù felice Parco dei Murales. Ponticelli, Napoli (IT)

Qual è stato il percorso formativo e culturale che ti ha portato alla street art?
Fabio Petani – Mi sono diplomato al Liceo Scientifico con indirizzo linguistico, poi ho scelto il corso di laurea in Scienze dei Beni Culturali alla Facoltà di Lettere e Filosofia di Torino. Al momento di scegliere l’argomento di tesi, fase cruciale per tutti, mi sono trovato a dovermi districare fra malloppi di testi sulla storiografia medievale dei comuni del cuneese e, ahimè, ho capito che proprio non faceva per me. Dopo l’iniziale spaesamento ho avuto la fortuna di chiedere aiuto alla Prof.ssa Laura Bonato, la quale mi ha proposto una tesi antropologica sull’arte urbana e la sua visione. Un’idea molto affascinante e una bella sfida: da lì ho intrapreso un percorso di ricerca, che mi ha portato a intervistare diversi artisti, entrando così in contatto con loro. L’entusiasmo per quel mondo e la predisposizione per l’arte mi hanno finalmente permesso di trovare la mia strada in maniera più concreta e determinata.

Chimica ed elementi naturali: soggetti originali per la scena della street art. Come sei arrivato a delimitare il tuo campo tematico?
Fabio Petani – Nel mio percorso ho lavorato con tanti writer diversi fra loro, ai quali devo moltissima della mia esperienza. Tuttavia, dato che io non nasco come writer, ho sentito da subito l’esigenza di costruire un linguaggio personale, che rendesse omaggio al movimento, ma che allo stesso tempo non mi facesse arrogare un titolo che non mi appartiene. Ho cercato di creare uno stile molto riconoscibile e costante attraverso la ricorrenza di alcuni elementi, proprio come se fossero una tag rivisitata a modo mio. Con il tempo questo mio modo di esprimermi ha trovato una forma sempre più definita, che attinge forme, colori e linea dal mondo della chimica e della natura.

METHANOL & ANEMONE CORONARIA | Upeart Festival Salo (FL)

Ultimamente hai sviluppato soprattutto la linea “naturalistica” e i soggetti delle tue opere sono vegetali, piante e fiori realizzati prevalentemente su superfici di grandi dimensioni, sempre intitolati con il nome scientifico in latino della pianta. Come mai questa scelta?
Fabio Petani – La scelta è legata all’idea di ordine che mi piace dare ai miei lavori, come se costituissero un erbario o un testo di scienza, ma ricollocati su un muro. È un modo per riprendere vecchie suggestioni arrivate da antichi erbari e libri di scienze, oltre che un modo per arricchire le città di quei tratti naturalistici spesso troppo ridotti, sacrificati. Le mie opere mirano a far riscoprire la forza, la bellezza e l’importanza nella natura per l’uomo.

Come scegli quale pianta raffigurare? Le motivazioni dietro la tua scelta sono prettamente estetiche e pratiche o ci sono anche ragioni di contenuto?
Fabio Petani – Scelgo la pianta per ragioni legate al suo significato, che ovviamente cambia di volta in volta, ma quasi sempre vuole svelare un legame con il territorio circostante, con la situazione o con qualche evento. Così, il murale è unito emotivamente alla circostanza e al contesto, consentendo alle persone che vivono o visitano quel luogo di sentirsi più coinvolte.
Ora, per rafforzare questo duplice concetto di legame, insieme alle componenti botanica e chimica, ho deciso di inserire una parte paesaggistica, che miscela i primi elementi in uno sfondo quasi surreale, rafforzando ulteriormente l’imprinting naturale dei miei murales.
Alcuni dei lavori dei quali sono più soddisfatto, come quelli di Napoli, Atene e Rognan, in Norvegia, sono anche quelli per i quali ho apprezzato maggiormente la situazione e il contorno.

UNUNPENTIUM & CITRUS LIMON | Athens Street Art Festival. 15° Δημοτικό Σχολείο Κερατσίνι. Athens (GR)

Qual è il ruolo della street art, oggi, che sta sempre più dentro luoghi istituzionali, gallerie, musei, ed è sempre più sfruttata da brand commerciali? La componente dell’illegalità ha ancora un valore e un peso?
Fabio Petani – Non so bene quale sia il limite della legalità, parlando di street art. I graffiti sono nati come un’arte spontanea, mentre la street art, per come la gente la intende oggi, ha bisogno di autorizzazioni e permessi, entrando quasi sempre in un piano di legalità. Il fatto che da diversi anni sia molto di moda fa sì che spesso la gente dia per scontata la sua legalità. L’opinione comune ormai slega la street art dal concetto di vandalismo di qualche decennio fa.
È un argomento piuttosto scottante, per il quale non si può individuare una sola verità, ma ci sono mille punti diversi e spesso tutti veritieri seppur discordanti. Per il periodo nel quale viviamo, la considero un’avanguardia, ormai molto affermata, ma pure sempre un movimento artistico giudicato in maniera tendenzialmente soggettiva anche di chi ne è dentro.

Fabio Petani, PINENE & SORBUS AUCUPARIA UpNorth Festival Rognan (N)

PINENE & SORBUS AUCUPARIA | UpNorth Festival Rognan (N)

Quali sono i tuoi ultimi lavori?
Fabio Petani – Ho da poco terminato un lavoro a Murcia e una mostra personale a Roma con lavori che mi piacciono molto.

ACIDUM CITRICUM & SALVIA OFFICINALIS | #streetartprimavera Festival, Murcia (E)

(Immagini su gentile concessione dell’artista)

L'artista Fabio Petani

Fabio Petani (Pinerolo, TO, 1987)

Advertisements
Posted in Art | Tagged , | Leave a comment

English Rose

La canzone “English Rose” dei Jam (1978) è un’eredità di suo padre, che gliela faceva ascoltare a ripetizione quand’era bambina, ma la giovane Connie Constance ha capito solo adesso quanto sia bella e importante soprattutto oggi.
L’album di debutto della ventitreenne britannica s’intitola proprio come quel brano, English Rose, qui reinterpretato in una versione minimalista e molto intensa, che mostra un approccio quasi sfrontato alla scrittura e alla materia musicale e, allo stesso tempo, racconta non solo uno stato d’animo personale, ma anche la condizione di un’intera generazione.
Dopo quest’apertura, un esplicito e azzeccato biglietto da visita, la voce di Connie Constance ci guida nel suo viaggio di esplorazione della società contemporanea. La sua analisi si sofferma sui dettagli, come se guardasse attraverso la lente di un microscopio per puntare l’attenzione su determinati aspetti. Rivolge delle domande a se stessa e agli altri, soprattutto alle persone che le stanno intorno. Connie Constance è giovane e arrabbiata, ma anche sicura e disinvolta, così la vellutata lucentezza neo-soul delle sue canzoni rivela un’anima grintosa e ribelle. Nel fortunato dna di afrodiscendente e britannica si mescolano il meglio dalla musica black e l’attitudine punk.
Cresciuta nella consapevolezza che “Our British blood ain’t all the same”,  costruisce un’ideale colonna sonora per la quotidianità di chi, come lei, è sempre stato etichettato come britannico-ma-non-del-tutto, con la parola “meticcio” a ricorrere continuamente nel corso dell’esistenza. Elementi di jazz, pop, R&B, indie e tanto altro si rincorrono lungo le undici tracce grazie alle vincenti collaborazioni in fase di scrittura con alcuni preziosi talenti della nuova scena, come Mura Masa, Kwesi Darko, Dave Okumu e Alfa Mist, mentre a curare parte della produzione è Jim Abbiss, già al lavoro con Arctic Monkeys, Adele, Kasabian e altre decine di importantissimi nomi.
La voce versatile di Connie, insieme alle intuizioni poetiche, è il valore aggiunto di English Rose, che riesce a essere un album personale e politico allo stesso tempo, passando da feroci attacchi a un sistema che troppo spesso tratta diversamente bianchi e non bianchi, come in “Bloody British Me”, a intime e delicate confessioni, come in “Yesterday”.
Un bel debutto per una cantautrice notevole e un efficace contributo alle ragioni di una generazione frustrata e incazzata per la società nella quale si ritrova a vivere, insieme a quelli di altre figure emergenti, ma già importanti, come lo scrittore Reni Eddo-Lodge e altri britannici-ma-non-del-tutto.

Connie Constance, English Rose (AMF Records)

English Rose (AMF Records)

 

Posted in Music | Tagged , , , , | Leave a comment

A Guide To Being A Partying Freshman

A volte capita di sentirsi vecchi, soprattutto se si sono già superate alcune soglie fatidiche o se ne vedono altre in veloce avvicinamento. Capita di ripensare alla spensieratezza del passato, quando si avevano infinite possibilità e un sacco di tempo davanti.
Non è detto che si voglia tornare indietro, ma un po’ di nostalgia può essere concessa.
L’album di debutto del rapper e ballerino texano TisaKorean, A Guide To Being A Partying Freshman, riesce nell’incredibile impresa di riportarci indietro di almeno dieci anni, a quando eravamo giovani e belli, e di farci sentire terribilmente vecchi.
I suoi suoni metallici da Fruity Loops sembrano arrivare dall’antichità di MySpace, ricostruendo a grandi pixel l’immagine di un liceale americano nascosto dietro l’ingombrante schermo a tubo catodico del suo pc. La voce, che non dice niente di particolare ma è solo uno strumento in più nel tessuto elettronico, sembra registrata in cameretta, tra poster di supereroi e cumuli di vestiti sporchi.
Eppure, nonostante quel mondo sonoro ormai da retromaniaci, TisaKorean è perfettamente calato nella contemporaneità fluida dei social media grazie alla predisposizione – forse innata in quelli della sua generazione – per la viralità, la capacità di attirare in pochissimi istanti l’attenzione labile di un pubblico iperstimolato nella Rete ormai sovraffollata.
Il suo repertorio è fatto di tracce brevissime, nelle quali parla dell’andare male a scuola o poco altro, e di video divertenti, che lo vedono ballare un nuovo stile già di tendenza. È un personaggio efficace, nato per YouTube e le Instagram Stories: funziona perché il suo senso dell’umorismo non è mai forzato, ma appare sempre naturale e “innocente” e, soprattutto, pretende di comunicare solamente a quella “nicchia” che può comprenderlo.
Il debutto sulla lunga distanza, con questo titolo accattivante e la copertina che richiama l’immaginario del liceo, dello sfigato e dell’annuario di fine anno, funziona per gli stessi motivi. La giocosità, la rapidità dello scherzo, l’autoironia e la voglia di trasformare tutto in festa attraggono un pubblico giovane con le stesse aspirazioni da webstar, mentre noi scuotiamo la testa, ripensando ai nostri tempi e ai nostri sogni adolescenziali.
Se vogliamo provare come ci si sente ad avere quindici, diciassette, vent’anni oggi, invece di ripetere che la nuova musica fa schifoebbasta – premesso che moltissime cose sono pessime davvero – dobbiamo scendere dalla cattedra ed essere pronti a mandare in loop una clip di trenta secondi, ballando senza freni davanti allo schermo del telefono. Magari non facciamoci vedere da nessuno, così poi possiamo tornare a essere vecchi fuori e dentro.

TisaKorean, A Guide To Being A Partying Freshman (8Jency/Astroknot Sounds)

A Guide To Being A Partying Freshman (8Jency/Astroknot Sounds)

Posted in Music | Tagged , , , | Leave a comment

Significant Changes

“Vorrei solo che le persone non si sentissero così disperate… Accadono un sacco di cose davvero deprimenti, ma molti stanno facendo un buon lavoro là fuori e stanno scoprendo cose davvero interessanti, perciò voglio solo che gli altri ne siano informati, così da sentirsi ispirati in qualsiasi lavoro facciano.”
Parola di scienziata, specializzata in tossicologia ambientale e impegnata in una complessa ricerca sugli effetti dell’attività umana nella vita delle orche del Salish Sea, nei pressi di Vancouver, in British Columbia, Canada. La scienziata in questione è Jayda Guy, più nota come dj e producer elettronica semplicemente come Jayda G, super attiva nell’ultimo anno nei club più infiammati di Londra.
Come dimostra il suo album d’esordio, Significant Changes, la sua produzione musicale e la sua passione per scienza e natura, sviluppata fin da bambina a contatto con paesaggi meravigliosi, sono inestricabilmente intrecciate. Il titolo stesso è la frase più ricorrente nella sua tesi finale per il Master in Resource and Environmental Management ed esprime chiaramente il legame tra i due ambiti, oltre che una dichiarazione di intenti e di impegno: “Sto cercando di riunire i miei due mondi per colmare il divario comunicativo, coinvolgere le persone in un modo nuovo. Non so se gli appassionati di musica elettronica avranno intenzione di parlare di ambiente, ma penso che sia necessario provare! Credo che sia nostro dovere utilizzare una piattaforma come questa in modo positivo, è una nostra responsabilità sociale”.
Dal punto di vista musicale l’ingaggio di Jayda G nella causa ambientale si traduce in un funk elettronico, creato con drum machine dal suono vintage, che raccoglie l’eredità della migliore house di Chicago e assorbe l’influenza di soul, disco e R&B anni Novanta. Il singolo “Leave Room 2 Breathe”, che vede la partecipazione della vocalist Alexa Dash, amica e collaboratrice di lunga data, rappresenta una sorta di manifesto del disco.
Tra voci umane e animali, quella più importante è ovviamente quella della stessa Jayda G, che anima il dancefloor con lo spoken word coinvolgente di “Stanley’s Get Down (No Parking on the DF)” e “Move to the Front (Disco Mix)”. L’atmosfera prevalente resta scura, ma è bilanciata dagli immancabili momenti di cassa dritta, che si trasformano in irresistibili riempipista e diventano forse il collegamento più importante tra la voglia di ballare e certi temi che stanno a cuore alla musicista, ma soprattutto alla scienziata.

Jayda G, Significant Changes (Ninja Tune)

Significant Changes (Ninja Tune)

Posted in Music | Tagged , , , | Leave a comment

While We Wait

Che cosa fare nell’attesa di partorire la prima figlia e realizzare il secondo album? L’iperattiva Kehlani, 23 anni, non riusciva proprio a godersi il dolce far niente e ha pubblicato un nuovo mixtape, il terzo finora, intitolato appunto While We Wait.
Nonostante la giovane età, la cantante di Oakland, California, non si è lasciata abbindolare dall’attuale tendenza della musica pop a creare dischi che sono semplicemente sequenze di singoli, ma ha costruito un progetto coeso e coerente, perfettamente calzante nella scena contemporanea, senza rinunciare ai riferimenti tanto amati dell’R&B, del pop e del rap anni Novanta.
La traccia di apertura, “Footsteps”, con il contributo di Musiq Soulchild, è una perla neo-soul che racconta il dolore di dover lasciare la persona amata anche se non si vuole, prendendo la propria strada. Il singolo “Nunya”, con DOM KENNEDY, è irresistibile, così come il pezzo successivo, “Morning Glory”, che ricorda le migliori TLC. Nel mixtape compaiono anche Ty Dolla $ign in “Nights Like This” e 6LACK in “RPG”, ma il valore aggiunto è senza dubbio la personalità di Kehlani, capace di commuovere l’ascoltatore e apparire lucida, di lasciare trasparire un lato malinconico e svelare, al momento opportuno, una certa leggerezza. “Too Deep”, per esempio, è una canzone divertente, nonostante i sentimenti soffocanti che descrive.
Il tema centrale, un po’ alla Drake, è quello delle complicazioni amorose dovute ai mezzi e alle modalità di comunicazione in questa realtà iperconnessa. Persone che si allontanano per un fallito tentativo di comprensione o si avvicinano nella disperata ricerca di un sentimento condiviso: dalle nove tracce emerge il complesso quadro delle relazioni interpersonali nel mondo di oggi, una materia attuale e sempre urgente, come urgente è il bisogno di comunicare.
Eppure While We Wait avvolge e rinfranca, nonostante tutto, grazie alla voce calda e morbida di Kehlani. Matura e ricca di sfumature, luminosa e ammaliante, ci ricorda che la speranza va coltivata a ogni costo, bisogna solo saper aspettare.

Kehlani, While We Wait (TSNMI/Atlantic)

While We Wait (TSNMI/Atlantic)

Posted in Music | Tagged , , , , | Leave a comment

To Believe

A che cosa credere? Una domanda senza tempo, alla quale oggi sarebbe bello poter dare una risposta.
Proprio questo interrogativo è alla base del nuovo disco della Cinematic Orchestra, intitolato To Believe e pubblicato dall’etichetta londinese Ninja Tune a ben dodici anni di distanza dall’ultimo album in studio, Ma Fleur (2007).
In tutto questo tempo il modo di lavorare di Jason Swinscoe, fondatore del progetto, e del suo socio di lunga data Dominic Smith si è evoluto senza mai tradire la propria natura, anzi, ha rinvigorito quella vitale contaminazione tra jazz, elettronica e orchestrazioni, che da sempre caratterizza il sound originale della formazione.
Ad arricchire le sette tracce per quasi un’ora di musica sono i contributi di collaboratori vecchi e nuovi della Cinematic Orchestra, come il produttore Dorian Concept e Miguel Atwood-Ferguson agli archi. Nella title-track troviamo la meravigliosa e versatile voce di Moses Sumney, nel singolo “A Caged Bird/Imitations of Life” si sfoga l’urgenza espressiva di Roots Manuva, in “Wait For Now/Leave The World” esplode la vocalità soul di Tawiah, in “Zero One/This Fantasy” compare la ruvida e viscerale personalità di Grey Reverend, in “A Promise” si svela la morbida raffinatezza di Heidi Vogel.
E, dunque, a che cosa credere? Nemmeno la Cinematic Orchestra sa dare una risposta a questa domanda senza tempo, ma è capace di restituire tutta l’imprevedibilità e la ricchezza mutevole della vita attraverso la bellezza e la poesia dell’ennesimo capolavoro in musica.

The Cinematic Orchestra, To Believe (Ninja Tune)

To Believe (Ninja Tune)

Posted in Music | Tagged , , , | Leave a comment

Fantasy & Facts

Qualche volta i sogni si avverano. Anzi, siamo noi che li facciamo avverare, se ci crediamo davvero e ci impegniamo fino in fondo affinché si realizzino.
Lo sa bene la cantante Roses Gabor (nome d’arte di Rosemary Wilson), cresciuta nei sobborghi settentrionali di Londra in una famiglia originaria di Grenada, ascoltando soca, ma anche Stevie Wonder, Michael Jackson e Mary J Blige.
Incontrando per caso qualcuno del giro Gorillaz – e vabbè, ci vuole anche un po’ di culo – mentre svolgeva un normalissimo lavoro in banca, Roses ha potuto far conoscere e apprezzare la propria voce, piena di soul e molto espressiva, e muovere i primi passi nel mondo della musica.
Dopo alcune importanti collaborazioni con Gorillaz, SBTRKT, Machinedrum e Shy FX, è finalmente arrivato il momento del disco di debutto di Roses Gabor, intitolato Fantasy & Facts. Il sogno si è realizzato, dalle fantasie ai fatti.
L’album fotografa un giovane cuore di donna, gonfio di emozioni, forse perso in una dimensione malinconica, ma fortemente aggrappato alle illusioni. Sono i sentimenti, soprattutto l’amore, i protagonisti assoluti delle undici tracce, espressi con sincerità e senza inutile retorica.
Dal punto di vista musicale, Roses Gabor si rispecchia in un R&B abbastanza sperimentale, nel quale la voce diventa elemento fondamentale del paesaggio sonoro. Il primo singolo, “Illusions”, è un duetto struggente con Sampha, mentre in “I Could Be Yours”, prodotto dagli Stereotypes (già al lavoro su 24K Magic di Bruno Mars), l’esagerata dolcezza trova il giusto contrappeso nella base elettronica. Il pezzo più riuscito è “Interlude: Awkward Desire”, nel quale la struttura ritmica, così concreta e martellante, contrasta con la voce sognante di Roses Gabor, che sembra senza peso.
Fantasy & Facts è il disco che fa per voi, se siete pronti a lasciarvi ipnotizzare dalle emozioni.

Rose Gabor Fantasy & Facts (All Points)

Fantasy & Facts (All Points)

Posted in Music | Tagged , , , , | Leave a comment