Wonderland

Nell’oscurità naturale dell’inverno che avanza, il duo britannico Demdike Stare sembra trovarsi a proprio agio. I due produttori Miles Whittaker e Sean Candy, insieme in questo progetto dal 2009, hanno sempre scavato nelle profondità dell’universo elettronico per esplorare traiettorie musicali originali e poco battute. Il loro progetto nasce dal collezionismo compulsivo e dalla curiosità artistica di vedere l’effetto che fa, a mischiare cose apparentemente distanti fra loro. I loro interessi si espandono nello spazio e nel tempo, a partire dall’elettronica pionieristica per arrivare al noise, passando per dance, dancehall, roots, jungle, techno, ambient, industrial e oltre.
Wonderland è il primo album full-lenght dal 2012, anno di Elemental, che è stato seguito dalla serie di singoli Testpressing con grande successo in tutto il mondo. È anche il loro disco più orientato al dancefloor: una selvaggia e frenetica odissea rave, che smonta le strutture consolidate di generi diversi per infilare sui beat suoni alieni e aprire nuovi mondi.
Il flusso delle tracce costruisce un percorso surreale e talvolta oscuro, cominciando dalla techno potente di “Curzon” per chiudere con la psichedelia schizofrenica e ipnotica di “Overstaying”. In mezzo troviamo le mutazioni dancehall di “Animal Style” e “FullEdge”, una sorta di epicentro dell’album, la house destrutturata di “Hardnoise” e la jungle fulminante di “Sourcer”.
Insomma, c’è di che divertirsi a Wonderland, che pare proprio il ritratto sonoro di questi tempi stravaganti e imprevedibili.

Demdike Stare, Wonderland (Modern Love)

Wonderland (Modern Love)

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The Great Mixtape Top Five #23

Chi mi conosce, lo sa, se c’è una cosa che non sopporto è il brutto tempo. Grazie, direte, come quasi tutti gli esseri umani e gli animali, a parte le lumache e quei lombrichi che escono solo quando piove.
Ma per me è proprio grave, quasi una malattia, mi ritrovo quotidianamente a controllare le previsioni meteorologiche a intervalli di poche ore, come se avessi novant’anni, e per andare in depressione mi basta vedere il simbolo della nuvoletta. Se poi mi dicono che pioverà presto, divento inconsolabile, irritabile, persino meno simpatica del solito.
Capirete che nelle ultime settimane ho sofferto tantissimo… Che posso farci, sarà il sangue nordafricano che mi scorre nelle vene?

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E allora, per esorcizzare la mia atavica avversione al grigio e al maltempo, dedico la nuova Top Five proprio a lei, la maledetta pioggia. La ringrazio almeno per essere una tanto preziosa fonte d’ispirazione per l’arte e gli artisti, come tutte le cose tristi.

5) “Into Each Life Some Rain Must Fall”, Ella Fitzgerald & The Inkspots (1944). “Into each life some rain must fall / But too much, too much is fallin’ in mine.” Eh sì, anche negli anni Quaranta pioveva assai.

4) “The Rain Song”, Led Zeppelin (1973). La ballatona rock sulle stagioni dell’amore: se la pioggia ci costringe a chiuderci in casa, speriamo almeno di essere in buona compagnia.

3) “Rain Dog”, Tom Waits (1985). Disagio, malessere e sconforto come un cane sotto la pioggia che cerca di tornare a casa, ma non ci riesce. Almeno datemi qualcosa da bere.

2) “The Rain”, Missy Elliott (1997). La regina al debutto (Supa Dupa Fly, prodotto da Timbaland) con un pezzo che vale doppio, perché dentro c’è la voce campionata di Ann Peebles in “I Can’t Stand The Rain” (1974).

1) “Purple Rain”, Prince (1984). Scontata, mi rendo conto, ma questa è veramente la canzone che rappresenta meglio di ogni altra il mood da pioggia, soprattuto adesso che Prince ci manca così tanto. “Purple Rain, Purple Rain / I only wanted to see you underneath the purple rain.”

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Come al solito aggiungo un bonus, che stavolta ci serve davvero.

*) “Umbrella”, Rihanna (2007). L’ombrello come simbolo della resistenza alle avversità e della capacità di affrontare eventi avversi. Non importa se piove, possiamo stare insieme sotto il mio ombrello.

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Love Songs: Part Two

In quest’epoca che ci vede perennemente vivere nell’attesa della nuova puntata della nostra serie preferita, persino in musica può succedere di aspettare l’episodio successivo di un progetto.
Per esempio, il produttore Archie Fairhurst aka Romare ha appena pubblicato per la Ninja Tune il seguito del suo ultimo lavoro, Love Songs: Part One. Siccome un ep di quattro tracce non mi era bastato, sono lieta che sia finalmente uscita la seconda parte dal titolo scontato di Love Songs: Part Two.
Il tema centrale è facilmente intuibile, l’amore nelle sue molteplici e svariate forme. In dieci tracce Romare esplora scrupolosamente ogni angolo della materia amorosa e dell’impulso romantico, dal sesso selvaggio al fervore religioso.
Rispetto all’album di debutto, Projections, che pure era stato acclamato e supportato da gente come Bonobo, Four Tet e Annie Mac, si sente una notevole evoluzione nel gusto e nella tecnica. I campionamenti da vinile restano l’elemento chiave, ma in Love Songs: Part Two c’è molta più musica suonata, che viene da strumenti e macchine diverse, come i sintetizzatori mono, il vecchio registratore della nonna, il mandolino del babbo, oltre che basso, chitarre elettriche e tastiere in quantità. E si avverte addirittura la vaga influenza della musica popolare irlandese con la quale Archie è cresciuto, per esempio in “Je T’Aime”, un bel mix di folk e disco. Proprio dalla disco e dall’universo psichedelico derivano la maggior parte dei campioni, mentre i frammenti black sono diminuiti rispetto al passato.
Anche gli anni di esperienza come dj nei grandi club d’Europa ha aiutato il produttore a perfezionare la costruzione e l’andamento dei pezzi, che ora sfruttano al meglio i momenti e i saliscendi di intensità. Il singolo “Who Loves You?” parte proprio con la cassa dritta, sostenuta da un leggero tocco d’archi e da una linea di basso decisamente funk: assolutamente efficace.
Attenzione, ora lo spoiler… Love Songs: Part Two, la cui copertina in bianco e nero è opera dello stesso Romare, è un disco riuscito, capace di farci ballare e sognare, di farci viaggiare in mondi diversi e guardarci dentro, ma soprattutto è capace di farci innamorare. Di chi o che cosa, ognuno lo scelga per sé.

Romare, Love Songs: Part Two (Ninja Tune)

Love Songs: Part Two (Ninja Tune)

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Black Focus

Mentre il nuovo jazz americano si apre sempre più alla contaminazione fra generi, soprattutto hip hop ed elettronica, come ci insegnano i fantastici Robert Glasper e Kamasi Washington, la scena britannica non vuole certo essere da meno. D’altronde, i confini fra le diverse tribù sonore di Londra, cuore pulsante di un vivace melting pot musicale, sono sempre stati labili e variabili.
Solamente da Londra, e da nessun altro posto nel mondo, poteva venire il duo Yussef Kamaal, deciso a sporcare il raffinato jazz europeo con le vibrazioni ruvide, rumorose e gonfie di basse frequenze del sottobosco musicale della capitale inglese.
Black Focus, il nuovo album del tastierista e produttore Kamaal Williams (aka Henry Wu) e del batterista Yussef Dayes, entrambi nati nella South London, trae ispirazione dal funk-jazz degli anni Settanta e libera la loro voglia di sperimentazione. Il fulcro del progetto, concepito prima per essere una performance d’improvvisazione dal vivo, è il dialogo tra tastiere e batteria, nel quale s’inseriscono altri elementi, altri colori, altre possibilità di esplorazione nel tempo e nello spazio.
Le sessioni di registrazione in studio, mixate dal sapiente Malcom Catto degli Heliocentrics, sono dominate dal groove e dalla magnetica telepatia tra i due musicisti, che  s’intendono a occhi chiusi per accordi e strutture ritmiche. Se l’Afrobeat è lo spirito guida di Black Focus, una forte inclinazione cosmica ci spinge a chiudere gli occhi e lasciarci trasportare altrove.
Al groove della title-track, che apre il disco, non si può resistere, mentre è “Yo Chavez” a mostrare il lato scuro e riflessivo di Yussef Kamaal: due estremi di un lavoro importante, che potrebbe ispirare tanti ascoltatori – e pure tanti jazzisti più convenzionali – a cercare qualcosa in più del familiare, a scoprire la vita oltre lo standard.

Yussef Kamaal, Black Focus (Brownswood Recordings)

Black Focus (Brownswood Recordings)

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The Olympians

Ai fan della musica soul e R&B il nome di Toby Pazner non suonerà nuovo, anzi, ma per chi non lo conoscesse, lui è il pianista – ma anche vibrafonista, compositore, arrangiatore, produttore ecc. – che si cela dietro tantissimi album del genere, soprattutto del giro Daptone. Avete presente il riff di piano di “I Need A Dollar” di Aloe Blacc? Ecco, è suo.
La sua ultima avventura come band leader e produttore porta il mitologico nome di The Olympians, un supergruppo e un album omonimo, naturalmente marchiato Daptone Records, che ci porta in viaggio ai confini del retro-soul strumentale. Un’avventura in technicolor, nella quale Pazner è accompagnato da alcuni dei migliori musicisti della scena, quelli che insieme a lui hanno contribuito a costruire la bellezza nei dischi di Sharon Jones, Lee Fields, Charles Bradley, The Budos Band e Menahan Street Band.
L’idea visionaria di raccontare le storie dell’Olimpo attraverso la musica soul ha colto Pazner nel bel mezzo di una tournée nelle isole greche, dopo essere stato visitato in sogno – così dice – da uno strano messaggero. Magari aveva solo esagerato con l’ouzo, ma a noi è andata bene così: ci abbiamo guadagnato un grande album.
The Olympians suonerà abbastanza familiare agli affezionati della produzione Daptone, ma Pazner e soci riescono a introdurre anche qualche elemento insolito per movimentare la situazione. La scelta di aggiungere abbondanti sezioni di archi regala eleganza e delicatezza al suono, ma grazie ai fiati brillanti dall’andamento sincopato, al wah wah sempre inserito e alle percussioni impeccabili, non si molla il groove nemmeno per un secondo.
Il funk di “Sirens of Jupiter”, che apre il disco, è trascinante, così come la copertina di Max Löffler restituisce efficacemente la vitalità e la ricchezza di colori di quest’avventura musicale, ispirata dagli dei.

The Olympians (Daptone Records)

The Olympians (Daptone Records)

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Yes Lawd!

Ci sono collaborazioni artistiche che funzionano meglio di altre. Certo, se si mettono insieme due come Anderson.Paak e Knxwledge, cioè una delle migliori voci della scena rap e R&B e uno dei più lanciati produttori e beatmaker del momento, il risultato è scontato e molto vicino alla definizione di “bomba”.
Il loro primo album a nome NxWorries s’intitola Yes Lawd!, è pubblicato dalla leggendaria etichetta Stones Throw ed è costruito per assomigliare molto a un mixtape: tracce complete si alternano a brevi intermezzi, scene rubate e frammenti di vita, che raccontano soprattutto gli anni travagliati vissuti da Paak prima di Malibu.
C’è una vena blaxploitation, che pulsa nella profondità del funk e trascina nell’ascolto senza interruzioni, mentre il gospel traspira dalla storia dei due musicisti, entrambi cresciuti suonando in chiesa con le rispettive famiglie (tra una radio hip hop e uno scantinato), e infonde al disco una colorata spiritualità terrena.
Paak definisce Yes Lawd! il suo miglior lavoro, forse perché può finalmente recitare appieno il ruolo di superstar della musica nera e parlare in maniera diretta e cruda di se stesso, delle sue esperienze e delle tenebre che finalmente ha superato. I dettagli sul periodo buio della sua vita rendono più epico il trionfo di oggi, sostenuto e amplificato dai beat creati da Knxledge, che sembra comprenderlo e completarlo come un vero alter ego. I campionamenti e le parti suonate dal vivo dipingono un’atmosfera intensa, ora ovattata e morbida, ora dura e gonfia di bassi, ma sempre adatta alla verità cantata da Paak, come in “Livvin”. “Best One”, “Lyk Dis” e “Link Up” sono forse le tracce più riuscite, ma la scelta è veramente ardua.

Yes Lawd! (Stones Throw)

Yes Lawd! (Stones Throw)

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Private Energy

Ci sono temi che mi stanno particolarmente a cuore, come quelli dell’identità, dell’accettazione di se stessi e degli altri, del rapporto con le proprie origini, della consapevolezza di sé. Il nuovo album di Roberto Carlos Lange aka Helado Negro, il quinto della sua carriera a questo nome, parla di questo e di altro ancora, e lo fa con un’eleganza straordinaria, leggera e profonda allo stesso tempo.
Private Energy, tutto scritto e prodotto dallo stesso Lange, è un disco originale e onesto, in parte registrato con musicisti in carne e ossa e in parte fatto di campionamenti, beat elettronici, suoni sintetici ed effetti. Da una traccia all’altra rimbalzano riferimenti e suggestioni provenienti dal passato e dal presente di Helado Negro, ma è forte la spinta verso il futuro e la scoperta di qualcos’altro.
La sua voce, ora in inglese ora in spagnolo, sempre adattando la grammatica e il lessico alle necessità musicali, si muove raffinata e sinuosa tra un genere e l’altro. L’elettronica alternativa di Helado Negro pesca dall’R&B, dall’hip hop e dall’indie rock, diventando un mix difficilmente classificabile ma efficace ed espressivo.
Come gli altri album, anche Private Energy è concepito come una sorta di pièce, imprescindibile dalla performance del collettivo di danzatori Tinsel Mammal, che si muovono sul palco completamente coperti da appariscenti costumi, realizzati con fitti fili d’argento. Sono la rappresentazione visiva del suono e accompagnano il pubblico a una comprensione più profonda e multisensoriale dei brani e dei testi, sempre molto intimi e personali. I Tinsel Mammal non richiamano nessuna forma umana, sono soltanto oggetti scintillanti che superano i concetti di genere e razza per esprimere con grande potenza comunicativa il tema centrale dell’album: l’amore per se stessi e l’orgoglio per quello che si è, per esempio in “Young, Latin and Proud” e “It’s My Brown Skin”, ma anche la costante tensione verso il cambiamento.

Private Energy (Ashmatic Kitty Records)

Private Energy (Ashmatic Kitty Records)

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