Heritage of the Invisible II

Nel 2015 la comunità jazz statunitense era stata colpita dal suono rabbioso e addolorato del collettivo Irreversible Entanglement, che si era formato per manifestare contro la brutalità delle forze dell’ordine nei confronti della minoranza afroamericana. Con il bassista Luke Stewart, il sassofonista Keir Neuringer e la cantante Camae Ayewa aka Moor Mother, c’erano anche il trombettista Aquiles Navarro e il batterista Tcheser Holmes. Proprio questi ultimi, amici fraterni talmente abituati a suonare insieme da sfiorare l’interplay telepatico, hanno dato seguito all’esperienza musicale del collettivo con l’album Heritage of the Invisible II, appena pubblicato dall’etichetta International Anthem.
Nel brano di apertura, “Initial Meditation”, il poeta spagnolo Marcos de la Fuente tratteggia l’inquietudine apocalittica che visita i nostri sogni in questo tempo malato, ma poi lascia campo libero al dialogo free-jazz tra la tromba di Navarro e la batteria di Holmes in “Plantains”. La vivacità della notte newyorchese è rappresentata dalla voce brillante di Brigitte Zozula in “A Night in NY”, ma l’episodio clou è “NAVARROHOLMES”, otto minuti di pura gioia musicale che esprimono tutta l’affinità creativa e spirituale dei due jazzisti.
Heritage of the Invisible II non è mai apertamente politico nei temi, eppure le dieci tracce vibrano di quello spirito rivoluzionario – contro il capitalismo, il razzismo della società americana, la politica statunitense, gli abusi della polizia – che già infuocavano le performance improvvisative degli Irreversible Entanglement. In questo disco tutto si sublima nella celebrazione delle influenze latine e caraibiche dei due musicisti, nell’esaltazione delle loro radici attraverso complesse tessiture ritmiche e nello scambio continuo e serrato fra gli strumenti. Per questo il potenziale manifesto dell’album non può essere che “Pueblo”: siamo ciò che siamo, tappa di passaggio in un viaggio che parte lontano e arriverà chissà dove, ma nel frattempo festeggiamo l’unità, l’apertura, la speranza, la comunità. Forse questa è la rivoluzione oggi.

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Heritage of the Invisible II (International Anthem)

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UPRIZE! (Music from the Original Motion Picture)

Nella storia del Sudafrica la data del 16 giugno 1976 rappresenta la svolta definitiva nella lotta contro l’apartheid. In quel momento la capacità interna dei principali movimenti di liberazione, come l’African National Congress e il Pan Africanist Congress, è quasi esaurita, molti leader si trovano in prigione o in esilio, ma da quelle ceneri nasce il gruppo Black Consciousness (BC). Nonostante le violente repressioni e le ingiustizie del governo, gli studenti delle scuole superiori di Soweto assorbono questa nuova “consapevolezza nera” da giovani insegnanti radicali e organizzano manifestazioni e proteste sempre più intense. Il pretesto iniziale è il rifiuto dell’afrikaans – simbolo dell’oppressione bianca – come lingua dell’insegnamento, ma poi la rabbia monta e la rivolta cresce, portando all’esplosione del 16 giugno 1976.
Il film UPRIZE! di Sisifo Khanyile (2017) racconta quei giorni con l’accompagnamento delle musiche originali dell’ensemble sudafricano Spaza. Quella che apparentemente è solo la colonna sonora, in realtà merita una vita parallela come album di improvvisazione jazzistica di grande forza.
Registrata durante un workshop di tre giorni nel 2016, la musica degli Spaza rispecchia l’andamento delle proteste del 1976, quei lunghi giorni di furia e tensione, di dimostrazioni di solidarietà studentesca e brutali violenze statali. Le tracce ripropongono luci e ombre di quel cruciale periodo, elaborando nuove forme di espressione per commemorare le vittime e restituire il clima di oscurità e sfida tra le parti. L’atmosfera è cupa, pesante, soprattutto per gli inserimenti di parti sonore del film e lo svelamento di alcuni momenti delle registrazioni.
Proprio come nelle lotte contro l’apartheid, i diversi talenti del gruppo – Ariel Zamonsky (contrabbasso), Gontse Makhene (percussioni e voce), Malcolm Jiyane (voce, pianoforte e trombone) e Nonku Phiri (voce ed effetti) – mettono da parte le rispettive individualità a favore del collettivo, restituendo lo stesso spirito di fratellanza e unione di intenti. Ancora attuale, da ascoltare prima o dopo aver visto il film.

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UPRIZE! (Music from the Original Motion Picture)
(Mushroom Hour Half Hour/!K7)

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Nothing EP

La Hyperdub è un’etichetta discografica di qualità: non tantissime uscite, ma scelte con attenzione, da Fatima Al Qadiri a Burial, da Mana a Jessy Lanza (per citare alcuni nomi) fino Loraine James, ultima solo in ordine di tempo.
La producer londinese, che sulla stessa label ha debuttato l’anno scorso con l’album For You and I, esplorazione sonora di un amore queer, è appena tornata con un EP di quattro tracce, intitolato Nothing.
Prima di cominciare a lavorare sulla propria idea – un faticoso percorso di autocoscienza, dalla fase di iniziale torpore al raggiungimento di una consapevolezza, che può essere individuale o diventare collettiva – Loraine James ha cercato e contattato altre personalità artistiche che potessero dare voce ed energia alle sue basi strumentali.
La title-track, che apre il disco con la voce della cantante e produttrice uruguaiana Lila Tardo a Violeta, fotografa perfettamente il mondo sonoro di James: riff di sintetizzatori, linee vocali scure e profonde, strutture ritmiche imprevedibili. In “Marg” si mescolano l’elettronica più cupa e l’hip hop attraverso il rap in farsi dell’iraniano Tardast, mentre “Don’t You See It” si fa più leggera nei suoni e nell’atmosfera, avvolgendosi alla voce dell’australiana Jonnine Standing, già frontwoman della band HTRK. Infine, il cerchio si chiude, la mente comincia a chiarire i propri dubbi, si torna al punto di partenza, “The Starting Point”, a velocità crescente ed emozioni intense.
Un viaggio breve ma fortemente coinvolgente, che conferma il talento versatile di Loraine James in attesa del prossimo lavoro sulla lunga distanza.

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Nothing EP (Hyperdub)
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Hype Nostalgia

Nostalgia, esiste altro sentimento per descrivere l’ultimo giorno di settembre? L’estate è appena finita eppure sembra lontanissima, la pioggia continua a farci compagnia e avvolge di grigio le nostre giornate, che inesorabilmente si accorciano. Rivivere i bei momenti ormai passati potrebbe farci sentire meglio.
Così Terra Lopez aka Rituals of Mine prova a superare il dolore più profondo della sua vita. Si ricorda di quanto stava bene, prima che le crollasse il mondo addosso e recuperasse nella musica la forza per andare avanti. Nel suo primo album da solista, Hype Nostalgia, l’artista californiana guarda se stessa in retrospettiva, in un punto precedente a quel terribile smarrimento, e vede che l’oscurità è chiusa dentro di lei, non la circonda.
Nel 2015 suo padre si è suicidato e pochi mesi dopo la sua migliore amica è morta in un incidente. “Quei due eventi così tragici nell’arco di soli sei mesi mi hanno cambiata per sempre, e soltanto adesso, dopo anni, sto iniziando a sentirmi come se avessi finalmente elaborato tutto.” Nemmeno la musica riusciva a funzionare come valvola di sfogo, Lopez aveva perso la voce e fino al 2018 non è più riuscita a cantare, finché finalmente ha intrapreso un percorso terapeutico che l’ha aiutata a ritrovare se stessa e il suo talento.
Attraverso questa lente si spiega il contrasto tra i testi lunatici e meditabondi e la sua voce morbida e pacifica, che percorre bellissime basi R&B, costruite con sintetizzatori cupi e gonfie di bassi. Un album intenso e coinvolgente, che racconta la riconciliazione di un’artista con la sua parte buia e nascosta e, allo stesso tempo, raccomanda a se stessa di restare concentrata e non perdere di vista le cose importanti, per non restare schiacciata. “Come Around Me”, un pezzo semplice ed estremamente efficace, è un atto d’accusa contro l’industria musicale che avrebbe voluto sfruttare la sua immagine – woman, black and gay – per sventolare la bandiera della parità di diritti. Allo stesso modo la potenza di “Free Throw”, con KRIS, denuncia il falso supporto che spesso gli uomini di potere fingono di rivolgere alle donne nella discografia. Mai calare l’attenzione su questo punto.

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Hype Nostalgia (Carpark Records)
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#KingButch

“Mettiamo un hashtag come titolo, perché sarà subito trend topic!” Me li immagino i Butcher Brown che se la ridono, mentre decidono di chiamare il loro disco #KingButch tutto attaccato con hashtag incorporato.
In effetti, il risultato sarebbe meritato. Il quintetto di Richmond, Virginia, è riuscito in tredici tracce a condensare il meglio della black music di diversi decenni, da Jimi Hendrix a John Coltrane, da Biggie Smalls a J Dilla, dal jazz degli anni Sessanta al funk dei Settanta fino all’hip hop dei Novanta, senza scordare qualche eco di southern rock e marchin’ band per andare oltre qualsiasi etichetta di genere e superare pure barriere geografiche e sociali. Ma il passo in avanti è rappresentato dalla maturità raggiunta anche in studio da una band che finora aveva fama di essere esplosiva soprattutto dal vivo (cosa verissima, tra l’altro!).
L’album è un viaggio sonoro emozionante, una lunga corsa in equilibrio sul filo degli opposti: eleganza e ruvidezza, urban e folk, nord e sud, tradizione e modernità. Dall’incipit neo soul di “Fonkadelica”, morbido e festaiolo, alla base quasi acid jazz della title-track, dal groove irresistibile di “Broad Rock” alla melodia Seventies di “Love Lock”, fino al South rap di “For The City”, è impossibile annoiarsi.
E se non vi fidate di me, garantisce anche Kamasi Washington, che considera i Butcher Brown uno dei gruppi più esaltanti della scena right now. Da non perdere.

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#KingButch (Concord Jazz)
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SONAR

Il successo e il benessere economico – dice chi li ha provati – portano spesso a interrogarsi sulla natura dei rapporti e delle amicizie. SONAR, il nuovo album del rapper Vritra, già fondatore del collettivo hip hop Odd Future, ruota prevalentemente intorno a domande di questo tenore: “Dove sono i tuoi amici? A chi vuoi bene? Di chi ti fidi?”. Se lo chiede esplicitamente nella malinconica traccia “FRENDZ”, poco dopo la metà del disco, ma affronta il tema molte altre volte a partire da “FRETLESS”, in apertura, passando per “CLOSER TO GOD”, fino alla riappacificazione interiore di “CREEP / TOLYWOLY”, in chiusura. La serenità arriva, suggerisce Vritra soltanto sul finale, prima con l’amore per se stessi e l’apprezzamento per quello che si ha, poi accettando le altre persone per come sono.
Nel corso dell’album interrogativi e risposte si inseguono su basi essenziali ed efficaci, piene di atmosfera ma senza troppi fronzoli, intrecciandosi con linee melodiche e suggestioni sonore create con eleganza e manciate di coolness dal produttore e cantautore Leon Sylvers IV. Come i due avevano promesso, SONAR è il seguito ideale di FLOATERS, uscito lo scorso aprile e anch’esso prodotto da Sylvers. Chissà, magari nel frattempo sono diventati veri amici.

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SONAR (Bad Taste)
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Mama, You Can Bet!

Se sei stata così vicina ad Alice Coltrane da aver persino ricevuto da lei uno strano nomignolo, sicuramente te lo aggiusti al cuore e pensi al modo migliore per sfoggiarlo e onorarlo. Ecco perché, fin dal 2010, la favolosa ed eclettica Georgia Anne Muldrow ha deciso che il nome d’arte perfetto per il suo progetto da one-woman-band nel difficile ambiente avant jazz doveva essere Jyoti, proprio come sarebbe piaciuto alla splendida pianista che lo aveva inventato per lei.
E così, a qualche anno di distanza dai primi due album da solista in questa veste, Ocotea (2010) e Denderah (2013), Jyoti è appena tornata con Mama, You Can Bet!, ancora pubblicato dall’etichetta indipendente SomeOthaShip Connect (fondata dalla stessa Muldrow con il marito Dudley Perkins).
Nelle quindici tracce ritroviamo quell’elegante e audace contaminazione tra generi e stili che mescola jazz, soul, elettronica, hip hop e lounge, e da sempre contraddistingue la musica di Jyoti. Stavolta, a partire dal singolo “This Walk”, ci mette anche la propria voce, mentre l’unica altra musicista a contribuire al disco è la bravissima e carismatica sassofonista Lakeica Benjamin in “Ra’s Noise (Thukumbado)”. Tutte le canzoni sono scritte, arrangiate e prodotte da Georgia Anne Muldrow, tranne “Bemoanable Lady Geemix Fonk” e “Fabus Foo Geemix”, due composizioni di Charles Mingus da lei remixate per l’occasione in versione super funk.
Mamma, puoi scommetterci, questo è un album che vale la pena ascoltare e riascoltare, soprattutto per apprezzare davvero gli esperimenti sonori di una delle più grandi artiste della scena black, già punto di riferimento per produttori – vedi MadLib – e musicisti di un certo livello.

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Mama, You Can Bet! (SomeOthaShip Connect)
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TCHIC TCHIC – French Bossa Nova – 1963-1974

Ci siamo, è quel periodo dell’anno segnato dalla malinconia e dall’incapacità di rassegnarsi alla fine della stagione più bella, del solleone, dei pantaloni corti e delle magliette leggere. L’ultimo giorno di agosto è la consapevolezza che il freddo è alle porte, domani ti svegli e trovi gli alberi spogli.
Per rimanere aggrappati allo striminzito lembo d’estate che ci resta, facciamo affidamento sul potere evocativo della musica, come quella della compilation TCHIC TCHIC – French Bossa Nova – 1963-1974, che raccoglie ventidue delle migliori canzoni di bossanova registrate in francese in poco più di un decennio, raccontando l’enorme influenza che il genere ebbe in Francia in quel periodo. I nomi di Jean Constantin, Marpessa Dawn e Magalie Noël dimostrano che si trattò di una tendenza tutt’altro che marginale, ma travolse l’opera di grandi musicisti e compositori di colonne sonore, segnando così anche il cinema.
Il passaggio da Rio De Janeiro, Brasile, dove la bossanova nacque nel 1958 con la canzone di João Gilberto “Chega de Saudade”, alla Francia fu abbastanza veloce, grazie anche alle collaborazioni del maestro brasiliano con jazzisti statunitensi ed europei, che resero quella nuova musica un fenomeno globale. Poi la contaminazione culturale con gli autori francesi portò allo sviluppo di uno stile distintivo e tuttora inconfondibile, con una vena più decadente e talvolta psichedelica.
Forse non è la vera bossanova, ma è il suono giusto per la fine dell’estate.

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TCHIC TCHIC – French Bossa Nova – 1963-1974 (Born Bad Records)
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Odd Cure

Rientrando da un concerto in Thailandia, il rapper e beatmaker Oddisee si ritrova nel pieno del lockdown newyorchese. Che cosa fare durante il rigido auto-isolamento nel proprio appartamento-studio di Brooklyn? Facile, un nuovo album che rappresenti il profondo divario della società statunitense e l’invadente presenza dell’attuale governo nelle riflessioni e nell’immaginario collettivo della nazione.
Ecco, dunque, Odd Cure, un lucido e intelligente racconto musicale, assolutamente non fiction, sulle difficoltà, la necessità di adattamento e i cambiamenti avvenuti in questi mesi di pandemia di Covid-19.
Nella traccia di apertura, “The Cure”, si chiede subito: “Is it recess or recession?” (la seconda che hai detto, mi sa) per poi scagliarsi – fino alla fine del disco – contro teorie cospirative, generatori di paranoie e sabotatori di empatia.
Nell’insieme Odd Cure rappresenta il meglio del marchio Oddisee: liriche taglienti e sagaci, srotolate su ipnotiche basi fatte di loop e campionamenti, intrise di soul e di riferimenti. Trainata da una linea di basso gonfia e morbida, “Shoot Your Shot” riflette sulle reazioni sbagliate che provoca la paura nei momenti cruciali della vita, mentre “Still Strange” tocca il tema degli alti e bassi nelle relazioni amorose con le voci di Priya Ragu e Sainte Ezekiel. Immancabile di questi tempi, il terribile conflitto tra urgenti (bi)sogni di evasione e l’incontrovertibile e cruda realtà dell’immobilismo coatto in “Go To Mars”, che pare quasi un omaggio al meraviglioso Bill Withers, scomparso a fine marzo 2020. Ad aggiungere contributi preziosi sono anche il tastierista Ralph Real, il bassista Dennis Turner, il chitarrista Olivier St. Louis e il batterista Jon Laine.
Tra una traccia e l’altra emergono conversazioni telefoniche con la famiglia e gli amici, fino alla chiamata conclusiva e brutale del manager tedesco che, teutonicamente pragmatico, gli annuncia che non ci saranno concerti fino al 2021 e gli consiglia di registrare più musica a casa. La chiusura definitiva per un disco che fotografa alla perfezione un anno, un periodo, un momento storico di grave criticità per la società e gli individui, persi nell’incertezza e schiacciati dall’ansia per il domani che – forse –verrà.

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Odd Cure (Outer Note Label)
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Máquinas Em Manobras

Il metodo creativo surrealista del Cadavre Equis consisteva nello scrivere qualcosa su un foglio di carta, piegarlo e passarlo al giocatore successivo, affinché aggiungesse il proprio contributo. Su questa pratica si basa il progetto collaborativo multimediale Máquinas Em Manobras, avviato dal duo 2jack4u (famoso per i suoi live con pareti di synth analogici) dopo il lockdown dovuto alla pandemia di Covid-19, per costruire connessioni e sinergie fra artisti indipendenti portoghesi.
Alla chiamata alle arti hanno risposto ventidue produttori di musica elettronica di generi diversi e sedici designer/illustratori: il risultato finale è un album di quattordici tracce, ciascuna accompagnata da una propria veste grafica e pubblicata singolarmente – una a settimana da maggio ad agosto – sulla piattaforma OpAmp, che mette in rete creativi di discipline diverse e prevalentemente basati a Lisbona.
L’unico elemento in comune fra tutti i partecipanti è il fatto di aver subito il confinamento fisico, sociale e psicologico della quarantena e le conseguenze pratiche della crisi sanitaria ed economica. Come tutti noi, hanno ridefinito routine quotidiane e utilizzo degli spazi, ripensato priorità e obiettivi professionali e personali, cambiato metodi di lavoro e processi creativi. Ma proprio in una fase di distanziamento sociale e isolamento fisico e mentale, il prodotto dell’arte ha bisogno di essere condiviso, trasmesso, elaborato da un pubblico per restare vivo.
Le tecnologie forniscono mezzi di comunicazione e diffusione per superare le distanze reali e consentono di mettere in pratica nuove modalità di collaborazione basate su inclusività e flessibilità. Abbiamo già constatato che il paradigma del lavoro in quarantena (il famigerato smartworking) può essere meglio del modello tradizionale e la creatività, nelle sue manifestazioni digitali (come musica elettronica, web design e illustrazione), conferma questa potenzialità.
Máquinas Em Manobras è un progetto interessante non solo per la forma finale assunta dall’album e dalla piattaforma che lo ospita, ma soprattutto per il processo creativo e le relazioni generate durante la sua realizzazione.
Qui trovate le tracce e tutti i credits degli artisti e professionisti coinvolti, nonché il Manifesto dell’intero progetto.

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Máquinas em Manobras (OpAmp)
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