Falaw

Estate, tempo di viaggi, almeno con la mente. Quante volte al giorno chiudete gli occhi, immaginando di essere altrove?
E contemporaneamente si possono aprire le orecchie, per raggiungere orizzonti sonori lontani e poco familiari, scoprendo nuove musiche e contaminazioni affascinanti.
Seguendo le ibridazioni tra hip hop africano e folktronica di Falaw, l’ultimo progetto di Luka Productions, arriviamo a Bamako, in Mali, nel cuore di una delle più ricche e vibranti scene musicali del continente.
Luka Guindo, questo il vero nome dell’attivissimo produttore maliano, costruisce le proprie basi mescolando elettronica e contributi acustici di artisti tradizionali e cantastorie, che sono passati dal suo studio. Le voci dei griot aleggiano sulle ampie strutture sintetiche, raccontando le antiche storie dei saggi, mentre lo ngoni si prende il ruolo di protagonista sulle ipnotiche sequenze di batterie campionate.
Falaw rende omaggio alla figura del narratore nella cultura dell’Africa occidentale, colui che conserva e tramanda il sapere prezioso degli antenati, avvicinandolo all’hip hop come nuovo mezzo di tradizione orale per offrire consigli e suggestioni sulla vita moderna. L’amore, il dolore, le emozioni universali che non mutano la propria natura nel tempo, anche se cambia il modo di descriverle.
Fuggendo dalla diffusa convinzione secondo la quale “moderno” corrisponde a “occidentale”, Luka Productions offre una ricetta originale e rivoluzionaria, combinando strumenti di diversa provenienza (ngoni, djembé, basso, chitarra, sintetizzatori ecc.) e generi apparentemente lontani come l’hip hop e la musica folk, per suggerire una via alternativa alla definizione di una nuova identità sonora del Mali.

cover art
Falaw (Sahel Sounds)
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Rainford

Squadra che vince, non si cambia. E probabilmente la pensa così anche Lee “Scratch” Perry, the godfather of reggae nonché inventore del dub, che ha chiamato a sé l’amico e collaboratore di lunga data Adrian Sherwood per farsi produrre il suo nuovo album, Rainford. Il loro sodalizio artistico e umano ha sempre funzionato molto bene, come dimostrano The Mighty Upsetter e i remix di Dub Setter.
Il nuovo disco è il risultato di un intenso percorso di ricerca interiore da parte del genio giamaicano e di lunghe sessioni in studio insieme al produttore britannico. I due hanno viaggiato da una parte all’altra dell’Oceano per cercare ispirazione e registrare tra Giamaica, Brasile e Inghilterra.
Rainford, che prende il titolo dal primo nome di Perry all’anagrafe (Rainford Hugh Perry), rappresenta il capitolo più personale di una decennale carriera, fatta di capolavori ma anche di colpi di testa. Il rapporto di amicizia ha consentito a Sherwood di catturare la sincerità e, allo stesso tempo, l’originalità di questa recente fase creativa, in parte guardando all’approccio e al lavoro di Rick Rubin con Johnny Cash per le American Recordings.
Il pezzo più importante è “Autobiography Of The Upsetter”, che arriva in chiusura a raccontare l’intera storia di Lee “Scratch” Perry dalle umili origini in una piantagione della Giamaica coloniale negli anni Trenta fino a diventare una star mondiale. Ad aprire sono le registrazioni ambientali e la chitarra wah-wah di “Cricket On The Moon”, poi sentiamo le atmosfere scure di “Let It Rain”, i fiati compressi di “Makumba Rock” e un’ondata di groove e passione dall’inizio alla fine.
Qui c’è l’amore per la musica, qui c’è l’essenza del reggae.

cover art
Rainford (On-U Sound)
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Support Alien Invasion

L’etichetta Cómeme, da qualche anno riferimento per i fan della musica dance dallo spirito libero, quella che supera i confini di genere e si lascia contaminare da suoni diversi, rappresenta in pieno la visione del suo fondatore, il produttore e dj Matias Aguayo.
Nato in Cile e cresciuto in Germania, fin dai primi Duemila l’eclettico e avventuroso Aguayo produce musica elettronica difficilmente classificabile. Lo dimostrano, in particolare, gli album pubblicati dalla ormai leggendaria etichetta tedesca Kompakt e, appunto, la direzione creativa scelta per la stessa Cómeme (da “mangiami”, in spagnolo), che riunisce artisti provenienti da tutto il mondo nel nome di una dance fuori dagli schemi.
Dopo un silenzio discografico di sei anni, Aguayo è finalmente tornato con un nuovo lavoro, Support Alien Invasion, che colpisce subito per la sua doppia natura: da un lato le strutture ritmiche spingono al movimento gioioso grazie ai groove super coinvolgenti, dall’altro lato l’astrazione dell’architettura sonora rende l’atmosfera quasi contemplativa.
La dimensione ballabile è originale quanto irresistibile, trascinata da beat potenti e martellanti e basata su strutture poliritmiche che sanno di Africa e Caraibi, mentre un’esperienza di ascolto più intima (casalinga o in cuffia) conduce all’esplorazione di altri spazi sonori, ampi e ricchi di sfumature, che avvicinano il disco ad alcune forme di elettroacustica concettuale. Qui, per la prima volta, il produttore sceglie di non sfruttare la propria voce come strumento non convenzionale, rinunciando all’elemento che è stato negli anni una sua caratteristica distintiva, sia in studio sia nei set dal vivo.
Il suono globale dell’album esprime lo stesso messaggio del titolo: Support Alien Invasion, supporta l’invasione aliena, non si riferisce a chissà quale creatura proveniente dallo spazio siderale, ma è un chiaro invito ad accogliere gli altri umani – migranti, stranieri, diversi per qualsiasi motivo – nella speranza che questa invasione positiva ci aiuti a diventare più liberi. Liberi dal pregiudizio, dagli schemi mentali, dalla povertà di sentimenti, dall’ignoranza e dalla paura.

cover art
Support Alien Invasion
(Cómeme/Crammed Discs)


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M I R R O R S

GRIOT è un magazine online e una piattaforma creativa che celebra le arti, la cultura, la musica e lo stile dell’Africa, della diaspora africana e delle altre culture, in Italia e nel mondo. Rappresenta quello che definisco “contaminazione culturale”, ed è quello che guida anche me, quando faccio ricerca e scrivo.

Negli ultimi mesi, parallelamente alle intense attività di redazione e di animazione culturale, le due coordinatrici e responsabili di GRIOT – Johanne Affricot e Celine Angbeletchy – hanno lavorato, in collaborazione con l’Associazione Culturale LIT, a un importante progetto multimediale, una performance artistica multidisciplinare che include danza, musica, video installazioni: M I R R O R S.

Il progetto fa parte del programma di promozione integrata Italia, Culture, Africa promosso dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, e ha l’obiettivo di celebrare l’incontro tra radici, culture e identità attraverso le arti e la cultura.

Dopo la prima romana di qualche giorno fa, lo spettacolo arriverà finalmente nei teatri di tre grandi città africane: il 28 maggio ad Addis Abeba (Etiopia), il 2 giugno a Johannesburg (Sudafrica) e l’8 giugno a Dakar (Senegal).

Lascio alle parole di Johanne Affricot, che si occupa di produzioni culturali e artistiche da circa 12 anni, è fondatrice di GRIOT e direttrice artistica di M I R R O R S,  il compito di presentare il progetto e le ragioni che ne stanno alla base.

***

La coinvolgente e ipnotica musica di M I R R O R S è stata realizzata dalla dj e producer Ehua, che, come abbiamo potuto scoprire in occasione dell’uscita di Diploozon Ep, è l’alter ego di Celine.


M I R R O R S
parte del programma Italia, Culture, Africa, è prodotto da GRIOT Italia/GRIOT e dall’associazione culturale L I T, in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, l’Istituto Italiano di Cultura di Addis Abeba, l’Istituto Italiano di Cultura di Pretoria e l’Istituto Italiano Di Cultura di Dakar.

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LEGACY! LEGACY!

Un grido, un’esclamazione, un’esortazione a raccogliere l’eredità culturale di un passato recente per volare verso un futuro che richiede animo ardito e fermezza di intenti. Non bisogna scendere a compromessi, dice Jamila Woods nel suo nuovo album, LEGACY! LEGACY!, dove convivono dura critica sociale e introspezione profonda.
Dopo il debutto ancora acerbo di HEAVN (2016) la giovane artista di Chicago raggiunge la proverbiale maturità, regalandoci un disco arrabbiato ma ironico, sottile nei giochi di parole e nei riferimenti, trasparente e consapevole. Il migliore R&B contemporaneo, che guarda ai grandi di ieri ma cerca l’evoluzione nel suono e negli arrangiamenti.
Ogni traccia è intitolata con il nome di un’icona della cultura afroamericana e la successione dei brani rappresenta un vero e proprio monumento di musica e parole a quanto questi fondamentali personaggi hanno fatto per spingersi oltre i limiti imposti da una nazione ostile, superare le barriere, sconfiggere gli stereotipi.
“I don’t want to compromise / can we make it through the night” afferma Jamila Woods in “Eartha”, dedicato alla cantante e attrice Eartha Kitt, mentre “Sun Ra” dipinge la visione di un futuro più facile anche per gli afroamericani. Al contrario, il passato non è stato mai semplice per gli artisti neri: “Basquiat” parla proprio di come il loro comportamento sia sempre stato diversamente analizzato e giudicato dall’opinione pubblica. E, ancora, l’eredità culturale black passa da Betty Davis, Frida Kahlo, Miles Davis, Muddy Waters, James Baldwin e altre eccellenze nel campo della musica, dell’arte, del cinema e della letteratura, alle quali forse non è mai stata riconosciuta davvero l’universale importanza. Un patrimonio a disposizione di tutti e saccheggiato da tutti, ma al quale forse non tutti sono abbastanza grati.
Il soul vibrante e pieno di sfumature di LEGACY! LEGACY! – fra R&B, hip hop e jazz – permette a Jamila Woods di esporsi fino in fondo e di lottare per affermare il merito e il valore di queste figure, rivendicando la necessità di affrontare le questioni irrisolte di ieri per andare incontro a un domani di libertà e uguaglianza.

artwork

LEGACY! LEGACY! (Jajaguwar/Closed Sessions)

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The Great Antifascism Mixtape

Anno 2019. Il giorno della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo – 25 aprile 1945 – sembra lontanissimo, purtroppo. Lontanissimo perché diamo per scontata la conquista della libertà e della democrazia. Lontanissimo perché c’è chi ha la faccia di merda (e l’ignoranza) di minimizzare la portata della Resistenza e di piallare il momento storico più importante della storia del nostro Paese. Lontanissimo perché ci sono i fascisti anche oggi, sono tanti, assumono diverse forme e – ahinoi – pure rilevanti posizioni di governo.


Qualcosa è andato storto nel nostro processo di crescita e maturazione come popolo, dato che partiti fascisti sono liberi di formarsi e di farsi votare, che opinioni fasciste si mimetizzano da discorsi da bar e sono normalizzate sotto il principio della libertà di espressione, che molti si sentono minacciati dall’idea di uguaglianza fra tutti gli esseri umani, che quella bestia del Ministro dell’Interno si permette di ridurre la Liberazione a un derby tra fascisti e comunisti.

Se fossimo stati un popolo “normale”, l’antifascismo sarebbe entrato nel nostro dna. Invece no, siamo ancora qui a dire che quando c’era lui i treni arrivavano in orario. A non preoccuparci che una casa editrice dichiaratamente fascista sia accettata alla più grande manifestazione culturale italiana. A lasciare che centinaia di esseri umani muoiano in mare perché tanto “loro” non sono “noi”. A non voler riconoscere a tutti i bambini e le bambine che nascono, crescono e si formano in Italia pari diritti e dignità, per non parlare delle persone che arrivano da “fuori” (che poi è un fuori non così generico).

E non è che altrove la situazione sia migliore, l’orizzonte è buio.
Insomma, “a me nun me sta bene che no”, ma nell’attesa che decidiamo a risvegliarci e a unirci per rovesciare la corrente, possiamo diffondere semi di cultura antifascista attraverso libri, film, canzoni. Non è abbastanza, ma è già qualcosa: solo la cultura ci salverà.


Ecco The Great Antifascism Mixtape, a uso e consumo di tutti.

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InDreams

Con il nome un po’ duro di Minimal Violence si è fatto strada il duo techno formato dalle produttrici Ashlee Luk e Lida P, entrambe cresciute musicalmente nella scena DIY di Vancouver, in Canada. Dal 2016 fanno musica insieme con una formula energica e di grande impatto, basata soprattutto sulle macchine e poco sui software: nel loro studio, fornitissimo di synth e drum machine, hanno pubblicato singoli con alcune delle etichette più interessanti nel panorama techno e house, come 1080p, Genero e Lobster Theremin.
Il debutto sulla lunga distanza delle Minimal Violence, intitolato InDreams, esce per la Technicolor, sublabel della prestigiosa Ninja Tune, e conferma quello stile ruvido e grintoso, che è già il tratto caratteristico delle performance live del duo.
Le nove tracce dell’album rivelano l’influenza del suono delle prime band industrial e della letteratura cyberpunk, raccontando un futuro distopico e inquietante… Chissà quanto distante dalla realtà. Sfruttando al massimo la strumentazione hardware del loro studio, le due produttrici creano un mondo vibrante di energia rabbiosa e potente, che unisce l’attitudine punk a un’elettronica ruvida e incalzante.
Il singolo principale è la title-track, incentrata sulle vicende – inventate ma plausibili – della megacorporation InDreams inc., colosso senza scrupoli disposto a sacrificare gli equilibri economici, sociali e geopolitici globali per una inarrestabile sete di potere. Un po’ Philip K. Dick e un po’ Mr. Robot, ugualmente efficace.
La copertina, ispirata all’immaginario ormai di culto dei rave, è firmata dall’artista Kevin McCaughey del progetto Boot Boyz, che concepisce la grafica come risultato di un processo di ricerca e considera il prodotto, in particolare le t-shirt e l’abbigliamento, come strumento di comunicazione e portatore di messaggi destinati alla sfera pubblica.

cover art

InDreams (Ninja Tune)

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