HERstory Vol. 1

Sarà che Natale si avvicina e ci si sente un po’ nostalgici, sarà che la fine dell’anno è sempre periodo di bilanci e retrospettive, sarà che stavo cercando un bel regalo da farmi, ma il cofanetto di Mary J. Blige, la regina dell’R&B, arriva proprio al momento giusto.
HERstory Vol. 1 raccoglie le sue migliori hit degli anni Novanta, alcuni rari remix e preziose collaborazioni, sublimando in questa selezione accurata il valore di una figura di riferimento per un intero genere. Fu Mary J. Blige a proiettare l’hip hop nel pop mainstream e ad anticipare le tendenze di oltre un decennio, aprendo la strada a tante altre artiste che hanno così potuto, grazie a lei, giocare da protagoniste in un mondo prevalentemente maschile. Swag prima che l’aggettivo diventasse di moda, capace di emozionare chiunque, Mary J. Blige si affermò subito come “la regina dell’hip hop soul”, definendo uno stile inconfondibile in pochi ma efficaci elementi.
Per le giovanissime orecchie che non conoscono bene la sua voce e le sue canzoni, questa compilation è un’ottima base di partenza, senza dimenticare che il suo ultimo album, Strenght of a Woman, è solo del 2017 e nel frattempo Mary J. Blige ha avuto una nomination agli Oscar come Miglior attrice non protagonista per Mudbound e ha partecipato alla serie Netflix The Umbrella Academy.

Questa è la tracklist:

1) “You Remind Me”
2) “Real Love” (Hip-Hop Remix)
3) “Reminisce” (Bad Boy Remix)
4) “Love No Limit” (Puff Daddy Mix)
5) “You Don’t Have to Worry” (Remix Main With Rap)
6) “What’s the 411” (Puba Mix)
7) “What’s the 411” [ft. The Notorious B.I.G. and K-Ci]
8) “Be Happy”
9) “Mary Jane (All Night Long)” (Remix) [ft. LL Cool J]
10) “I Love You” (Remix) [ft. Smif n Wesson]
11) “I’m Goin’ Down”
12) “You Bring Me Joy” (LP Version)
13) “I’ll Be There for You/You’re All I Need to Get By” (Puff Daddy Mix) [ft. Method Man]
14) “Everyday It Rains”
15) “Love Is All We Need”
16) “Can’t Knock the Hustle” [ft. JAY-Z]

album artwork
HERstory Vol. 1 (Universal)
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Live Volume V

Un titolo poco originale per un disco che, invece, non ha nulla di scontato, a cominciare dai suoi protagonisti – il Fred Anderson Quartet con Hamid Drake, Tatsu Aoki e Toshinori Kondo – e dalle vicissitudini che lo hanno condotto alle nostre orecchie.
Il Velvet Lounge era il locale del sassofonista Fred Anderson a Chicago, uno spazio aperto alla contaminazione musicale, un luogo di incontro e di esplorazione creativa, una finestra spalancata sulle possibilità offerte dal jazz e dalle sue diverse anime.
Nel corso dei decenni, tanti grandi musicisti jazz hanno suonato insieme ad Anderson nel suo club, sperimentando l’esaltazione della libera espressione oltre confini ed etichette di genere.
Negli anni Novanta il batterista Hamid Drake e il bassista Tatsu Aoki passarono spesso da quella sala, ma questo album è il risultato di una serata particolarmente fortunata del dicembre 1994, alla quale partecipò anche il trombettista Toshinori Kondo.
Il barista del locale Clarence Brighton ebbe la brillante intuizione di riprendere la performance del quartetto su un registratore DAT Tascam e consegnò la registrazione a Kondo, che la trasferì su cd, conservandola fino a oggi. Al momento di utilizzarli, i file sono risultati danneggiati, ma i sofisticati mezzi di oggi hanno permesso di estrarre l’audio e di pubblicare questo Live Volume V, in uscita per la label FPE Records.

Live Volume V (FPE Records)

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Shlon

L’aggettivo “prolifico” è spesso usato a sproposito o in senso iperbolico, ma esiste un artista per il quale potrebbe essere persino riduttivo. Si tratta del siriano Omar Souleyman, che ha realizzato circa 550 registrazioni nel corso della sua lunga carriera di cantante di matrimoni, prima di diventare una popstar di fama mondiale soltanto qualche anno fa.
L’ultimo disco, appena uscito per l’etichetta di Diplo, la Mad Decent, s’intitola Shlon (شلون) e conferma la cifra stilistica che lo ha reso celebre anche al di fuori del mondo arabo, ovvero quella fusione di pesanti basi elettroniche e musica folk tradizionale, fortemente emotiva e celebrativa, in grado di oltrepassare qualsiasi confine.
Rispetto ai precedenti album, Wenu Wenu (2013, prodotto da Four Tet), Bahdeni Nami (2017) e To Syria, With Love (2017), già abbondantemente contaminati da altri suoni e visioni, qui la natura della dabka, la gioiosa e movimentata danza popolare mediorientale che si suona e si balla ai matrimoni e alle cerimonie religiose, ritorna più genuina e concreta. Si nutre di nuove influenze globali, ma mantiene inalterati i caratteri tradizionali.
In ciascuna delle sei tracce Souleyman canta intensi testi d’amore, scritti dal collaboratore di lunga data Moussa Al Mardood, mentre sullo sfondo s’incrociano techno, dabka e baladi con la partecipazione di Hasan Alo alle tastiere e Azad Salih al saz.
Circondato da ritmi travolgenti e sonorità spesso invadenti, Omar Souleyman resta sempre il protagonista indiscusso della scena, la vera anima della festa, il gran cerimoniere al matrimonio di paese come sul palco di un club. Il carisma e la carica emotiva di questo personaggio sembrano rinnovarsi negli anni.
Il singolo è “Layle”, una sorta di crossover tra i beat martellanti dell’EDM e la struttura caratteristica della dabka, portata quasi all’esasperazione per chiudere Shlon e mandare tutti a casa. Tutti stremati e inebriati dalla musica e dalle danze, tranne lui, Souleyman, che potrebbe ricominciare da capo come se non ci fosse un domani.

Shlon cover album
Shlon (Mad Decent)
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(Memorie) In Ascolto pt. 2

Ieri si è concluso, almeno nella sua dimensione performativa, il progetto (Memorie) In Ascolto, che ha avuto il suo centro vitale al Mercato di Piazza Iris nel quartiere Centocelle, a Roma.
La fanzine GRIOT, per la prima volta cartacea, fisica, tangibile, è stata distribuita fra i banchi di frutta e verdura, carne e salumi, pane e pizzette, presa in mano e sfogliata da avventori di passaggio e venditori, persone comuni più o meno interessate, donne e uomini di età diverse e differenti bagagli di cultura ed esperienza.
Per me – ma credo di poter parlare per tutti noi quattro autori/lettori – è stata una prova impegnativa: catturare l’attenzione, coinvolgere sconosciuti, accettare un rifiuto talvolta scontroso, scandire bene tutte le parole e interpretare, mettersi a nudo e aprirsi al confronto. Le nostre memorie – passate, presenti e future, reali o immaginate – hanno attraversato il mercato con delicatezza e discrezione, abitando lo spazio senza intralciare lo scorrere abituale delle attività.


Ora restano la parola scritta – carta canta, come si dice – e le immagini: quattro storie che possono vivere all’infinito e rinfrescare la memoria di altre persone, avviare nuove narrazioni e mettere in circolo ricordi non più vividi.
Grazie a Johanne Affricot, che ha ideato e curato il progetto (Memorie) In Ascolto, a GRIOT e all’associazione LIT, agli altri autori Eleonora Chigbolu, Livio Ghilardi e Louis Fabrice Tshimanga, a tutti quelli che si sono fermati ad ascoltare le nostre storie, anche solo un frammento.

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End of Empire / The Bittereinders

Gli artisti e gli intellettuali più grandi sono quelli che riescono a trattare temi complessi senza presunzione o pretesa di superiorità, offrendo la possibilità di conoscerli e, magari, approfondirli, anche a chi non si sarebbe mai avvicinato a essi. Come fa Piero Angela, per intenderci.
In ambito musicale possiamo prendere come esempio Daedelus aka Alfred Darlington, pioniere e portabandiera di una certa elettronica sperimentale, fresco docente del Berklee College of Music, che ha pubblicato lo scorso settembre per l’etichetta Brainfeeder di Flying Lotus il suo album The Bittereinders, terzo e ultimo capitolo della trilogia End of Empire.
Mentre il primo album della serie, Righteous Fists of Harmony (2010), era ispirato alla Rivolta dei Boxer (1899-1901) e il secondo, The Light Brigade (2014), alla Guerra di Crimea del 1853-56, il nuovo The Bittereinders ci mette a confronto addirittura con l’ultimo triennio di conflitto dell’epoca vittoriana, la cosiddetta Seconda guerra anglo-boera, che l’Impero britannico combatté contro le due repubbliche boere indipendenti, la Repubblica del Transvaal e lo Stato Libero d’Orange, tra il 1899 e il 1902. La guerra terminò con un trattato e l’annessione ufficiale all’Impero britannico delle due repubbliche boere, che mantennero la loro identità nazionale. Quello che non si racconta mai nella storiografia ufficiale di Sua Maestà la Regina, è che, per contrastare i guerriglieri e vincere la resistenza boera, l’esercito britannico ricorse a metodi spietati, come rastrellamenti, deportazione di civili e distruzione del territorio, introducendo persino i campi di concentramento così come – tristemente – li intendiamo oggi.
“Dalla convinzione che sia troppo difficile affrontare gli eventi contemporanei, sono tornato alla storia per esaminare alcuni avvenimenti spesso trascurati e metterli in relazione con danni e conseguenze che continuano ad avere un’eco.”
Tutti e tre i volumi della trilogia sono accomunati dalla ripetizione di alcuni elementi, sonori o testuali, e dall’utilizzo di rumori evocativi che conducono al disvelamento delle linee melodiche. In particolare, The Bittereinders suona profondo e malinconico come una sorta di antico requiem, riportato alla contemporaneità dai beat elettronici e fortemente influenzato dal miglior Township jazz. Da lì deriva la tromba di Lee Thomson, che sentiamo in “The Irreconcilables”, mentre la voce di Mikhaela Faye Kruger compare in “Sold As” e “Veldt” e il basso di Shane Cooper in “Du Sud”. Infine, la voce nascosta di Amir Yaghmai rappresenta un ulteriore tratto di continuità con i due dischi precedenti.
Dal 15 novembre è finalmente disponibile il cofanetto completo con i tre LP di End of Empire, ovviamente in edizione limitata.

album cover
The Bittereinders (Brainfeeder)

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(Memorie) In Ascolto

Piccolo spazio pubblicità. Non lo faccio quasi mai, ma sono così contenta di essere stata coinvolta nel progetto (Memorie) In Ascolto che non posso fare a meno di condividerlo qui, invitandovi – se potete – a partecipare ai diversi momenti dell’evento. (Romani, dico a voi!)

(Memorie) In Ascolto – nutrire la memoria, rafforzare la memoria, trasmettere la memoria passata, presente, futura – è un segmento della rassegna prodotto da GRIOT Italia e dall’associazione culturale LIT, con la direzione artistica di Johanne Affricot, fondatrice del collettivo e della piattaforma creativa e culturale GRIOT

(Memorie) In Ascolto propone un doppio intervento artistico, che vede al centro il mercato. Animato, riempito di corpi e voci, esperienze e relazioni, è il luogo nel quale i passanti sono sottoposti a un esercizio, sollecitato e spontaneo, di (ri)costruzione e trasmissione della memoria, in forma individuale e/o collettiva, stimolato dall’interazione dell’uno con l’altro, e nel quale la materialità dell’incontro percorre il reale e il virtuale.

23 novembre dalle ore 11.00, Mercato Iris in piazza delle Iris. Una prima installazione sonora e video a 5 schermi, disseminati in diversi punti del mercato, vede protagonisti 5 artisti musicali: Clavdio, David Blank, Mudimbi, Technoir, Vhelade.

25-26 novembre dalle ore 11.00, Mercato Iris e Mercato Villa Gordiani in via Rovigno D’Istria, 28. Una rivista GRIOT in edizione limitata in distribuzione, raccoglie quattro racconti, con immagini, inediti, interpretati dai suoi autori (Claudia Galal, Eleonora Chigbolu, Livio Ghilardi e Louis Fabrice Tshimanga), in una performance di lettura che inizia e si conclude in loop quando il passante si ferma e si siede ad ascoltare.

L’ingresso è gratuito (e potete anche fare la spesa).

(Memorie) In Ascolto

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Diaspora

Alla base del lavoro di un*artista ci sono spesso interrogativi complessi, questioni profondamente intime eppure di importanza collettiva. Come nel caso dell’artista multimediale statunitense di origine iraniana Sepehr Mashiahof, che nei panni di The Bedroom Witch si chiede come sia possibile per una persona costruire un proprio senso del sé e una propria identità all’interno di una società che non le dà rappresentazione.
Da artista che vive la difficile condizione di immigrata e trans, Sepehr Mashiahof tenta di rispondere a questa articolata domanda nel suo quarto album, Diaspora, appoggiandosi al lato più cupo del synth-pop per creare un’intricata narrazione della propria identità in evoluzione, essenza ibrida di Medio Oriente e Occidente.
La lente della musica pop, quella che accomuna l’icona iraniana Googoosh e la star americana Christina Aguilera, consente a Mashiahof di esplorare un tema che è personale e generazionale allo stesso tempo. Qui i sintetizzatori scuri e le ritmiche incalzanti seducono e avvolgono l’ascoltatore, mantenendo una qualità ruvida e viscerale sotto la patina raffinata. Lo stato d’animo muta, passando dall’euforia (“Fountain Choir”) all’introspezione (“At the Gates”), così come si trasforma l’artista stessa dentro e fuori dal suo alter ego.
Il mondo creato da The Bedroom Witch in Diaspora svela anche una dimensione magica e immaginaria, abitata da forze antiche e nuove, desideri futuri e spiriti ancestrali, come gli antenati che la proteggono in “Sea of Insects”, eppure resta fortemente ancorato a questa contemporaneità schizofrenica. Le voci fumose, i tamburi potenti ma ovattati, le ripetizioni melodiche accompagnano una ricerca interiore che diventa autodeterminazione e manifesto, visione sacra e proiezione oleografica.
Un album che è autoritratto di un sé cangiante, ma anche istantanea di un momento storico piuttosto buio, che contiene già – speriamo – i semi di un cambiamento.

album cover
Diaspora (Psychic Eye)
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