Witness

Il movimento Black Lives Matters ha avuto la forza di risvegliare la coscienza politica di tanti giovani afroamericani, che si sono scoperti sfiniti e arrabbiati da un sistema che li ha sempre considerati come cittadini di seconda categoria.
Il cantautore Benjamin Booker, anch’egli giovane e afroamericano, si è sentito profondamente coinvolto da quella spinta all’attivismo, ma in un momento creativo per lui non troppo felice. Sentendo di aver perso le proprie canzoni, nel 2016 è partito alla volta del Messico per lavorare come barista e cercare alcune risposte alle proprie domande di uomo e di artista. Di ritorno a New Orleans dopo qualche mese, Booker aveva in mano le dieci canzoni originali per il suo secondo album, Witness, che in poco più di mezz’ora riesce a comunicare con grande forza tutti i sentimenti, le frustrazioni, la rabbia e le speranze dei suoi coetanei afroamericani. Per esempio, “The Slow Drag Under” tocca il tema dell’isolamento in una società assente per tanti, mentre “All Was Well”, che chiude il disco, racconta il risveglio di quella consapevolezza politica capace di portare alla partecipazione attiva e al desiderio di cambiamento.
Benjamin Booker, con la sua voce ruvida ed emozionante, è un bluesman consumato del nostro tempo, che mescola con naturalezza ed efficacia retro soul, garage rock e gospel, svelandoci nuove sfumature e possibilità espressive della black music. Il filo conduttore è la sua chitarra elettrica, grezza ed essenziale, che funziona al meglio proprio quando suona con semplicità.
“Right On You” potrebbe essere lo sfogo punk di Otis Redding, mentre “Believe” è una ballata dolcissima e romantica. Ma il pezzo forte di Witness è proprio la title-track, un gospel appassionato e potente, cantato con la grandissima Mavis Staples. Il testimone è lo stesso Benjamin Booker, che ha assistito all’epifania politica della sua generazione e si presenta al banco per riportarla a quella società che deve essere rovesciata, con la ferma volontà di essere parte attiva del cambiamento.

Benjamin Booker, Witness (ATO Records)

Witness (ATO Records)

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CTRL

La First Lady della Top Dawg Entertainment, Miss Solána Rowe aka SZA, si è finalmente presentata al mondo dell’R&B con un vero e proprio disco, intitolato CTRL, che sembra sfidare continuamente i confini del genere. Dopo i precedenti ep, S (2013) e Z (2014), quello che doveva essere il terzo capitolo della trilogia, A, si è trasformato in qualcosa di più, un album dalla forma matura e consapevole, capace di fare storia a sé e lasciare il segno nel pianeta della musica urban contemporanea.
Il titolo, CTRL, è già una manifestazione di intenti: SZA è pronta per prendere il controllo della propria vita come donna e come artista, senza scendere a compromessi, ma sempre con estrema onestà. Solána è se stessa, sempre, anche in quelle frasi volgari che esprimono i pensieri più dolci o in quelle espressioni da tastiera che diventano didascalie da social network.
Si tratta di un album languido e astuto, denso di sentimenti, che non può che trovare riferimento nel nuovo R&B di Frank Ocean e nel suo mondo profondamente emozionale. Le canzoni si sciolgono lente e delicate, morbide e avvolgenti, mostrando tutte le sfumature vocali di SZA, autrice e interprete versatile, capace di essere dolce e sensuale, ma anche potente e sicura, persino nell’affrontare temi intimamente femminili, come l’idea di donna alla quale vorrebbe corrispondere, l’autostima da costruire con il coltello fra i denti, la giovinezza e le sue qualità, destinate a passare inesorabilmente e quindi da vivere in pieno finché si può.
In “Normal Girl” Solána canta il tentativo di corrispondere ai desideri del suo ragazzo, quando scopre di non essere l’unica per lui, mentre “Love Galore” (con la partecipazione di Travis Scott) racconta la battaglia tra due amanti che non si vogliono davvero eppure non riescono a lasciarsi. La chitarra protagonista in “Drew Barrymore” e il beat di “Prom”, il pezzo più riuscito, confermano la varietà sonora di CTRL e l’intelligenza creativa di SZA, avvantaggiata da un team di produttori stellare e da alcuni contributi di primo piano, come  quelli di James Fauntleroy in “Wavy (Interlude)”, Isaiah Rashad in “Pretty Little Birds” e Kendrick Lamar in “Doves With The Wind”. Una vera e propria benedizione da parte di colui che oggi incarna l’essenza della musica nera.

SZA, CTRL (Top Dawg Entertainment/RCA)

CTRL (Top Dawg Entertainment/RCA)

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The Great Mixtape Top Five #25

Questi, per me, sono giorni di attesa. Lenta, calma e pensierosa.
Non avevo mai riflettuto su quanto bella e strana potesse essere la sensazione di aspettare qualcosa o qualcuno, ma finora l’avevo sempre associata a un sentimento di fastidio misto a insofferenza. Come quando non passa il tram o la pagina web non si carica o, peggio ancora, la coda per il bagno è infinita e tu stai per fartela addosso.
Invece, le attese sono tutte diverse fra loro e, certo, possono essere insopportabili ed estenuanti, ma possono anche diventare magiche e tonificanti, se sai che la tua vita sta per cambiare da un momento all’altro.

E allora la nuova Top Five è dedicata alla fenomenologia dell’attesa, questo sentimento cangiante e pieno di sfumature, che tutti viviamo continuamente.

5) “Waiting”, Green Day (2000). Quando si aspetta l’amore della vita, anche i punk diventano romantici.

4) “Waiting On A Friend”, The Rolling Stones (1981). Non sempre vale la pena aspettare una donna, anche se sei Mick Jagger, ma sicuramente vale la pena aspettare un amico. Soprattutto se in sottofondo c’è il sassofono di Sonny Rollins.

3) “Waiting In Vain”, Bob Marley & The Wailers (1977). Si sa, Mr. Marley non aveva una gran pazienza con le donne: ti aspetto, ma a un certo punto deciditi.

2) “I’m Waiting For The Man”, The Velvet Underground (1967). Un giovane studente sta a rota e rischia di impazzire in attesa del suo spacciatore di eroina ad Harlem.

1) “You Can’t Hurry Love”, The Supremes (1966). Come dice la mamma, che ha sempre ragione, non si può mettere fretta all’amore: “Love don’t come easy”.

Come sempre, vi lascio anche una bonus track per rendere più dolce l’attesa fino alla prossima classifica.

*) “Always Waiting”, Michael Kiwanuka (2012). Una struggente ballad acustica piena di poesia con un video altrettanto bello e commovente: nell’attesa ci si può anche perdere.

 

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Powerplant

L’attitudine punk stralunata di Harmony Tividad e Cleo Tucker, le Girlpool da Los Angeles, mi ha conquistata subito, fin dall’esordio di Before The World Was Big nel 2015. Sarà che riescono a essere attualissime nella scena alternativa di questo millennio mordi-e-fuggi, ma mi fanno anche provare tanta nostalgia per il movimento riot grrrl degli anni Novanta, alla Breeders.
Il secondo album, Powerplant, supera brillantemente la cosiddetta prova della maturità: le due amiche d’infanzia sono cresciute, hanno acquistato maggiore consapevolezza, ma non hanno perso la freschezza e la sincerità che le avevano fatte apprezzare a pubblico e critica. Anzi, proprio come nel precedente, anche qui si avverte quel sentimento di sofferenza latente che resta sempre coperto da un’apparente noncuranza. È la nonchalance tipica di chi con un certo disagio ci convive fin dalle scuole elementari e ormai ha imparato a trasformarlo in un valore, in un punto di forza.
Nonostante l’aggiunta del batterista Miles Wintner, che regala un po’ di sostegno, al centro del suono della band restano le voci delle due ragazze e i loro strumenti, chitarra e basso. Una combinazione ridotta all’essenziale, capace di essere delicata e ruvida, sognante e arrabbiata, che sostanzialmente non cambia l’indie-pop stralunato e romantico degli esordi. La dolcezza e la vulnerabilità di queste brevi ninnananne (solo gli ultimi due brani superano i tre minuti), con le loro distorsioni da sfogo generazionale, si trasformano in potenza comunicativa e magnetismo. Non si può far altro che stare ad ascoltarle, queste veloci canzonette per ragazze ribelli.
A rendere speciali le Girlpool – con o senza batteria – è la sconvolgente magia che si crea tra Harmony e Cleo mentre cantano, una sorta di telepatia armonica, qualcosa di unico e prezioso. Forse proprio per questo, a chiudere il disco è l’ennesima dichiarazione di amicizia e sorellanza, “Static Somewhere”:

“Tell me you are here
I hope I’ll find you
Static somewhere…”

Girlpool, Powerplant (Anti-)

Powerplant (ANTI- Records)

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Black Origami

Per il mio modo di vivere la musica, il suo elemento più potente è il ritmo. Il nuovo album della musicista elettronica Jlin, Black Origami, è la dimostrazione concreta di questa mia visione.
La fortissima producer, originaria di Gary, in Indiana, ma ben radicata nella scena footwork di Chicago, basa il suo lavoro sull’energia in tutte le sue forme. Come il potente esordio discografico, che non a caso s’intitolava Dark Energy (2015), anche Black Origami si rivela così coinvolgente a livello fisico e mentale da risultare quasi sfiancante. Ma in senso positivo, come la sensazione di raggiungere il traguardo di una maratona trascinata forsennatamente da ritmiche frenetiche senza mai una tregua.
Jlin racconta che questo album nasce dalla libertà di creare senza preoccuparsi di limiti e confini di genere. “L’origami è l’arte di piegare la carta per costruire strutture bellissime e complesse allo stesso tempo. Comporre musica per me è come l’origami, solo che sostituisco la carta con il suono. Ho scelto questo titolo perché sono abituata a creare dall’oscurità e dalle tenebre con la volontà di esplorare i luoghi più impervi e nascosti dentro di me, che considero come la possibilità di toccare l’infinito.”
Ricerca interiore e movimento sono i due elementi alla base dell’album, che è ampiamente ispirato dalla collaborazione con la ballerina e performer indiana Avril Stormy Unger. In particolare, la traccia “Carbon 7” si propone letteralmente di ricreare in musica il suo modo di muoversi e danzare.
Ma Black Origami comprende altri contributi altrettanto importanti, come quelli del compositore minimalista William Basinski in “Holy Child” e della musicista Holly Herndon in “1%”. Inoltre, la voce in “Calcination” è quella di Fawkes dell’etichetta Halcyon Veil, mentre quella in “Never Created, Never Destroyed” è della rapper sudafricana Dope Saint Jude.
Ad aprire il disco è un synth solitario totalmente fuorviante, poiché nei quaranta minuti successivi la melodia è quasi assente. La tensione poliritmica aumenta progressivamente, bombardandoci con raffiche di tamburi e percussioni che nemmeno gli inserimenti di incorporee voci angeliche possono placare. In generale, Jlin preferisce le sonorità digitali degli anni Novanta a quelle analogiche degli anni Ottanta e delle loro mutazioni revivalistiche recenti, che invece oggi dominano la scena elettronica urbana. Anche se apparentemente questa scelta potrebbe disorientarci, ci aiuta a individuare una certa grazia in questo brodo ritmico primordiale. Infatti, Black Origami ricompone contraddizioni e contrasti attraverso perfette costruzioni ritmiche: l’originario valore sociale della musica è riflesso attraverso la mente introversa della sua creatrice, la fisicità è trasformata in impulsi digitali e viceversa, il passato ancestrale è filtrato da una musica postmoderna. Tutto ci parla del potere del ritmo, proprio come si diceva all’inizio.

Jlin, Black Origami (Planet Mu)

Black Origami (Planet Mu)

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Blob On A Grid

I clown sono figure strane e spesso contraddittorie: ci fanno ridere a crepapelle, ma ci spaventano e rappresentano una delle forme più comuni del terrore collettivo. Il musicista Brian Esser, già nelle band newyorchesi Yip-Yip e Moon Jelly sembra essere affascinato proprio da questa doppia natura dei pagliacci, così nel suo progetto di elettronica sperimentale Cabo Boing riversa tutte le loro caratteristiche più assurde, come la comicità surreale, i colori sgargianti e le vocine modificate.
Nel suo nuovo album, Blob On A Grid, condensa questa fascinazione per l’arte della clowneria in dodici tracce per venti minuti scarsi, senza sprecare nemmeno un secondo. Lo scherzo comincia subito, dall’apertura di “Asleep In The Saddle”, che sarebbe la colonna sonora perfetta per una puntata dei Simpson nella quale Homer si aggira ubriaco, goffo e molesto su una nave da crociera, mentre soffre il mal di mare e tenta malamente di restare in piedi senza vomitare. Una scena divertentissima per chi la osserva da fuori, ma altrettanto spaventosa per il povero protagonista.
Tutti i pezzi, in particolare la title-track e “Nitwit Of Gizmo” mostrano una chiara predilezione per la scrittura pop, ma è come se l’autore fosse sotto l’effetto allucinatorio di qualche sostanza sintetica. È una musica leggera e multicolore, eppure mai facile e scontata, che risulta coinvolgente e accattivante ma contemporaneamente disturbante, strana e originale.
Complessivamente Blob On A Grid è una sequenza di scherzi ad alta energia, fatti di sintetizzatori che s’intrecciano e si piegano gli uni sugli altri, suoni che lasciano frastornati e incuriositi, voci surreali e frasi non-sense. È per questo che Cabo Boing risolve tutto in un arco di tempo così breve: ha imparato fin da bambino che uno scherzo è bello, quando dura poco.
Per i veri intenditori, l’album è disponibile anche su cassetta gialla con libretto dei testi.

Cabo Boing, Blob On A Grid (Haord Records)

Blob On A Grid (Haord Records)

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Compassion

In questi giorni di finta primavera succedono cose orribili, mentre si levano così tante parole di odio e ignoranza da rendere quasi impossibile la conservazione di una minima e residuale fiducia nel mondo che verrà. Il sentimento della compassione, lontano da significati religiosi ma inteso come tentativo di “patire con” l’altro, provare a mettersi nei suoi panni, sembra ormai scomparso nella maggior parte di noi.
Il produttore Matthew Barnes aka Forest Swords prova a rappresentare questa difficile situazione nel suo nuovo album, intitolato Compassion e pubblicato dall’etichetta Ninja Tune, che segue l’acclamato debutto del 2013, Engravings,
Compassion parla proprio del mondo incerto e problematico che stiamo sperimentando in questi tempi folli e assurdi, distillandoli in un originale territorio sonoro ed esplorando la macchia confusa di un presente sospeso tra esaltazione e frustrazione, umano e artificiale. Così Barnes riesce a legare passato e futuro, concretezza e astrazione, fatti e incertezze, in una serie di composizioni cupe e appassionate. Tessiture e stratificazioni digitali, field recording, beat compulsivi o movimenti lenti, distorsioni, digressioni jazzistiche e arrangiamenti orchestrali, tutto si tiene nella complessità inquieta del contesto attuale.
L’album passa dalla struttura essenziale di “The Highest Flood” alla paranoia claustrofobica di “Panic”, dalla lentezza ipnotica della ballata postmoderna “Arm Out” all’apertura cinematica di “Knife Edge”, passando per il glitch orchestrale di “War It” e il decadimento jazz di “Raw Language”. È un disco ugualmente disorientante e coinvolgente,  capace di creare un equilibrio estetico tra gesti sonori audaci e talvolta grezzi e tessiture frammentate, come se le tracce tentassero di sgretolarsi e riassemblarsi continuamente.
Mescolando elementi digitali e parti suonate dal vivo, soprattutto fiati, archi e voci, Barnes confonde le categorie di nuovo e vecchio, ripetizione e unicità, giocando sulla linea di confine tra acustico ed elettronico.
Insieme ai suoi tantissimi progetti multidisciplinari di questi ultimi anni, comprese la collaborazione con i Massive Attack e la colonna sonora del film In The Robot Skies, il primo realizzato interamente con droni, Compassion fa di Forest Swords uno dei compositori e degli artisti più interessanti della scena elettronica britannica.

Forest Swords, Compassion (Ninja Tune)

Compassion (Ninja Tune)

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