Ephorize

Ai miei tempi, gli anni Novanta, era una giovanissima e intraprendente Lil’ Kim a giocare la parte della donna sfrontata e sessualmente libera nella virile scena hip hop, ma continuava a porsi comunque come oggetto del desiderio maschile e mai come soggetto desiderante. Da allora, poco per volta, le cose sono leggermente cambiate anche in quel machissimo mondo, grazie a ragazze belle e toste come Nicki Minaj, SZA e Kelela, che finalmente non hanno paura di affermare ciò che vogliono.
La più oltraggiosa e divertente rapper in circolazione è ora CupcakKe aka Elizabeth Harris da Chicago, che nel suo nuovo album, Ephorize, dimostra ancora una volta di non avere peli sulla lingua. Eppure non si tratta semplicemente di una corsa alla volgarità o di voglia di scandalizzare, anzi, i nuovi pezzi hanno a che fare con il superamento dei tabù e con l’affermazione di un nuovo potere femminile o addirittura senza genere.
Dal punto di vista musicale il disco si discosta dalla ripetitiva monotonia di gran parte dell’attuale scena hip hop, che si svolge praticamente tutta all’interno delle stesse coordinate sonore e senza troppi scossoni. Invece, CupcakKe s’inventa qualcosa di interessante per ogni traccia, non solo con battute irriverenti e giochi linguistici, ma anche con audaci contaminazioni stilistiche. Se “Duck Duck Goose” guarda alla bounce di New Orleans, “Total” subisce l’influenza della tropical house e “Crayons” è costruita su percussioni reggaeton.
Prodotte prevalentemente dal poco conosciuto Def Starz, che grazie a questo album diventerà presto uno dei più richiesti del music biz, le versatili tracce di CupcakKe toccano argomenti diversi, dalla mancanza di autostima alle delicate questioni LGBTQ fino alla stravagante normalità di una storia d’amore. In fondo, anche una rapper dura e autoironica come lei, che farebbe arrossire chiunque con una gestualità a dir poco esplicita, cerca una persona con la quale costruire una relazione stabile, ma non è semplice trovare qualcuno che possa stare al suo passo.

Ephorize (self-released)

Ephorize (self-released)

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Book of Sound

Nascere e crescere in una famiglia musicale è una delle più grandi fortune che possa capitare a un individuo, non solo perché la musica regala emozioni speciali e arricchisce mente e spirito, ma anche perché insegna impegno e disciplina, una disciplina interiore in grado di sostenere l’intero cammino della vita.
I sette figli del trombettista Phil Cohran, pioniere del jazz astrale e icona della cultura afroamericana di Chicago, hanno avuto l’enorme fortuna di essere guidati dal loro padre alla scoperta del jazz per diventare tutti insieme una delle migliori formazioni della scena mondiale: l’Hypnotic Brass Ensemble.
Da poco è uscito l’ultimo album del gruppo, Book of Sound, il primo dalla scomparsa del genitore, avvenuta nel febbraio 2017. Proprio per le condizioni che hanno accompagnato la sua realizzazione – la malattia di Phil Cohran – il disco suona come una sorta di omaggio all’eredità musicale ricevuta in dono dai fratelli, un’opera coesa ma estremamente varia, contemplativa e funk allo stesso tempo, che attraversa temi impegnativi e universali come la scienza e la religione, la storia e la discendenza, l’universo e l’essere umano.
Nonostante l’assenza di batteria e percussioni, il ritmo non manca affatto, anzi, il vuoto lasciato dai tamburi apre lo spazio a un’ampia tavolozza sonora, fatta di chitarre acustiche, sintetizzatori, fiati diversi come ottavino e sax alto. A infondere grande calore sono le linee vocali, splendidamente intrecciate.
Registrato tra Brooklyn e Chicago, Book of Sound resta un album profondamente legato alla città di origine della famiglia Cohran. Non solo, come ricorda il trombettista dell’ensemble Cid Cohran, è ispirato dalle vibrazioni del lago e dalle praterie che si aprono a ovest, ma soprattutto ritrova lo spirito dei dischi della Sun Ra Arkestra degli anni Cinquanta e dello stesso Phil Cohran degli anni Sessanta.
Il più grande rammarico dei fratelli è che il padre fosse troppo malato per poter suonare nelle undici tracce, ma possono essere certi di avere reso onore alla sua straordinaria eredità musicale.

Hypnotic Brass Ensemble, Book of Sound (Honest Jon's)

Book of Sound (Honest Jon’s)

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The Great Mixtape Top Five #26

Ci siamo, anche questo 2017 è arrivato ormai alla conclusione. Nonostante per me sia stato l’anno più bello e importante della mia vita, mi rendo conto che il mondo non è andato altrettanto bene. Di sicuro, la consapevolezza che al peggio non c’è mai fine e che gli insegnamenti della storia sembrano non essere serviti a nulla, non ci lascia grandi speranze per il futuro. Forse arriverà una generazione capace di invertire la rotta e cambiare davvero le cose, in positivo. Aggrappiamoci alla musica, almeno per chiudere gli occhi e aprire il cuore, pensando che qualcosa di buono si può trovare anche in mezzo all’inferno.

E allora eccoci qui, come ogni fine anno, a celebrare la buona musica e i migliori dischi usciti nel 2017, ricordando che questa pseudo-classifica (Top 5 + 5 = Top 10) è soggettiva, legata ai miei gusti e, soprattutto, ai miei momenti d’ascolto. Se non vi piace, fatevi la vostra: è gratis.

10) Black Origami, Jlin (Planet Mu). Tutta la potenza del ritmo nell’album coinvolgente ed energico della producer di Gary, che unisce movimento e ricerca interiore.

9) Fin, Syd (Columbia/Sony). Beat minimali e sintetizzatori per il debutto solista della carismatica frontwoman di The Internet. Nonostante il titolo, uno splendido nuovo inizio.

8) Take Me Apart, Kelela (Warp). Un mondo sonoro costruito tanto sulla fisicità e sul ritmo, quanto sulle emozioni e sull’atmosfera, rinnova la galassia pop e R&B.

7) Aromanticism, Moses Sumney (Jagjaguwar). Intenso, sensuale e doloroso: un disco che lascia il segno con la sua eleganza musicale e, soprattutto, grazie alla voce meravigliosa del cantautore californiano-ghanese.

6) Run The Jewels 3, Run The Jewels (self-released). Il terzo episodio della saga di El-P e Killer Mike è il loro capolavoro, non c’è altro da aggiungere.

5) Ahwar, Nadah El Shazly (Nawa Recordings). La musicista egiziana oltrepassa le definizioni geografiche, proponendo la versione in lingua araba di un’avanguardia elettrojazz dal sapore globale.

4) CTRL, SZA (Top Dawg Entertainment/RCA). La First Lady della Top Dawg Entertainment prende finalmente il controllo di se stessa come donna e come artista nell’album di debutto.

3) The OOZ, King Krule (True Panther/XL Recordings). Può nascondersi dietro pseudonimi diversi, ma il giovanissimo Archie Marshall resta uno degli artisti più interessanti e originali degli ultimi anni.

2) Migration, Bonobo (Ninja Tune). Il concetto di “migrazione”, cruciale oggi come non mai, nell’esplorazione elettronica del produttore britannico.

1) DAMN., Kendrick Lamar (Top Dawg Entertainment/Aftermath/Interscope). Ormai icona musicale del nostro tempo, il rapper californiano non sbaglia un colpo e si migliora a ogni album. Geniale.

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AWAKE / TIGER

Nell’epoca della smaterializzazione del supporto musicale, da un lato, e della rinascita del vinile, dall’altro, prendono vita anche progetti alternativi a queste due vie, frutto di un’originale visione del rapporto tra musica e artista, tra artista e ascoltatore, tra ascoltatore e musica. Cortocircuiti funzionali al risveglio dalla monotonia, anche se fatti di singoli episodi e piccoli numeri.
È il caso della collaborazione transmediale tra Leute, progetto musicale inclusivo ed espandibile, e il giovane fotografo milanese Guido Borso, che nel corso dell’ultimo anno ha seguito la band nella sua attività live.
Il risultato, che ancora possiamo solo immaginare, è AWAKE / TIGER, un ep di due tracce inciso in lathe cut su flexy-disc 7” double-side trasparente, ma anche una fanzine fotografica a colori in formato A3 e un’esposizione blitzkrieg a Milano.
Un’edizione limitatissima, cinquanta preziose copie, che ci si potrà aggiudicare solamente partecipando all’evento di giovedì 21 dicembre 2017 allo Spazio Nour, luogo multiforme e camaleontico fiorito nell’ex storica sede della ShaKe Edizioni all’interno del famigerato condominio di Viale Bligny 42. Un atelier d’artista, una galleria, un laboratorio, ma soprattutto lo scenario perfetto per ospitare quello che non è un concerto, non è una presentazione, non è una mostra, anche se si ascolteranno i due nuovi brani di Leute (in forma di decostruzione elettronica), “Awake” e “Tiger”, si vedranno le foto di Guido Borso e si brinderà a birrette (e tè caldo).
Azzeriamo le aspettative e lasciamoci sorprendere, l’appuntamento è per le ore 18.

Nel frattempo lasciamoci condurre all’evento dalle parole dei suoi stessi artefici, incontrati qualche giorno fa davanti a una tazza di caffè, che ci aiuteranno a riordinare le idee (o a disordinarle del tutto).

Che cos’è AWAKE / TIGER?
AWAKE / TIGER è una collaborazione transmediale tra Leute e Guido Borso. Il progetto nasce durante le giornate passate in furgone,  le nottate insonni, i pasti al limite della decenza, il palco, l’energia, il sudore e  i sorrisi di questo 2017. Guido è innanzitutto un grande amico, prima che fotografo e straordinario rodie, e ci ha seguiti per la maggior parte dei concerti fatti durante l’ultimo anno, fotografandoci e su/sopportandoci. Mano a mano che il materiale si accumulava, i contorni del percorso e del clima estetico si facevano sempre più definiti, così, quella che era un’idea astratta nata durante i chilometri macinati tra una venue e l’altra, è passata a una fase di progettazione e sviluppo effettivo.
Uno sviluppo che ci ha coinvolti su più fronti, permettendoci di scoprire limiti, possibilità e confini della comunità Leute, ovvero una comunità che vive e respira le energie e gli interessi delle persone che ne sono coinvolte.

La fruizione musicale e il consumo culturale, in generale, sono ormai staccati dal supporto. Perché avete deciso di realizzare un oggetto fisico?
Nessuno strumento/dispositivo/artefatto di veicolazione di un contenuto è privo di contaminazioni o indipendente, ma stabilisce una relazione con gli altri. 
In un’intervista come questa, ora, troviamo elementi che riconducono alla scrittura, per esempio, ma allo stesso tempo nella scrittura troviamo tracce di oralità. Avviene una sorta di competizione e ri-mediazione reciproca tra i vecchi media, costretti a rimodellarsi per ritrovare una propria identità, nonché collocazione nel panorama comunicativo, e i nuovi media che devono fornire un servizio innovativo e allo stesso tempo garantire continuità, stabilità e fiducia nei predecessori.

AWAKE / TIGER si propone di racchiudere al suo interno la logica della trasparenza e dell’opacità che corrispondono al bisogno di immediatezza e ipermediazione. Il suo carattere consiste proprio nello sfruttamento di due logiche di rappresentazione opposte. La trasparenza ha l’obiettivo di mantenere in contatto il medium con ciò che (rap)presenta. Contemporaneamente all’immediatezza, le tecnologie digitali hanno introdotto modalità di ipermediazione (quindi opacità) attraverso la creazione di collegamenti ipertestuali basati sull’attraversamento di uno spazio eterogeneo e multimediale da una parte, e immediato e trasparente dall’altra.
All’interno del nostro elaborato progettuale abbiamo tentato di appropriarci di questo meccanismo, ma scardinandone i cateti spazio-temporali: trasformando, quindi, la linea storiografica dell’evoluzione dei mezzi in un dispositivo circolare, dove vecchio e nuovo, analogico e digitale, banalmente, atomo e pixel, si rincorrono e rimediano a vicenda fino a congiungersi nel punto di chiusura del cerchio. Il flexi-disc 7” double-side trasparente all’interno della fanza è il nostro punto di chiusura e apertura allo stesso tempo.

Come mai avete deciso di presentare questo lavoro allo Spazio Nour, che si trova all’interno di un condominio simbolico di Milano (che io conosco molto bene)?
Bligny 42 è uno dei condomini più simbolici e interessanti di Milano, come dici tu: apparentemente casa di fantasmi e di emarginati, dove la trascurabilità e l’inconsistenza sembrano dilagare, si rivela invece una culla, dalla quale affiorano e si innalzano prepotentemente gli stati d’animo più genuini, del singolo come della collettività. Spazio Nour è uno spazio dove nuove forme di partecipazione e condivisione sociale hanno la possibilità di configurarsi, perciò siamo molto contenti di poter presentare AWAKE / TIGER proprio lì.

AWAKE / TIGER, LEUTE + Guido Borso

 

 

 

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Weighing of the Heart

Gli antichi Egizi credevano che al momento della morte gli dei pesassero il cuore del defunto, ponendolo sulla bilancia a confronto con una piuma, per scoprire se questo avesse vissuto in armonia con l’universo e quindi potesse accedere al Regno dei Morti. A questa credenza si riferisce il titolo dell’album di debutto di Nabihah Iqbal, britannica di origini pachistane già nota come dj e producer con il nome di Throwing Shade.
Weighing of the Heart, la pesatura del cuore, è un concetto poetico ma impegnativo, che forse intende richiamare l’enorme bagaglio di esperienze personali e artistiche della musicista. Nonostante la giovane età, Nabihah è laureata alla SOAS (School of Oriental and African Studies) di Londra, dove si è specializzata in storia ed etnomusicologia, ha conseguito un post-dottorato a Cambridge in storia del Sudafrica, ha lavorato in una ong per i diritti umani proprio in Sudafrica, dove è iniziata anche la sua attività di dj come Throwing Shade, ha pubblicato due ep (Mystic Places nel 2013 per l’etichetta Ominira di Kassem Mosse e House of Silk nel 2015 per la Ninja Tune), suona praticamente tutti gli strumenti della tradizione africana, mediorientale e asiatica, dal sitar alla kora, ed è pure cintura nera di karate.
Cresciuta con i dischi di Michael Jackson e Oasis, poi innamorata di Cure, Joy Division e Siouxsie and the Banshees, ma anche di Radiohead, Sigur Ros, Explosions In The Sky, Nabihah Iqbal ha fatto il proprio ingresso nel mondo della musica attraverso l’elettronica, divertendosi come dj nei locali con lo pseudonimo che oggi ha deciso di abbandonare. Weighing of the Heart è un lavoro articolato, nel quale confluiscono tutte le influenze sonore e umane raccolte negli anni, ed è sembrato subito più giusto che uscisse con il suo vero nome, proprio quello che da bambina era spesso fonte di imbarazzo perché nessuno riusciva a pronunciarlo correttamente.
Registrato nello studio affittato grazie al supporto della londinese PRS for Music Foundation, che facilita l’incontro fra nuovi talenti e finanziatori, questo disco è il frutto di lunghe sessioni autoprodotte, nelle quali Nabihah ha incluso stimoli musicali di origine diversa, concentrandosi sugli strumenti suonati dal vivo per espandere un universo sonoro già ricco e multiforme e abbattere i confini di genere. Si sente l’influenza di Joy Division e New Order, ma anche di band shoegaze come Slowdive e The Telescopes e della dance newyorchese.
Oltre ad aver scritto musica e testi di tutti i brani, lei stessa ha cantato e suonato tutte le parti di tastiere, synth, batteria e chitarra, affidando a quest’ultima un ruolo cruciale. La distorsione pesante e gli effetti marcati fanno da contrappeso all’atmosfera morbida e rarefatta che prevale lungo le undici tracce, fra le quali spicca “Saw U Twice”. La fase creativa è stata anche un’esperienza multisensoriale, dato che le registrazioni sono state avvolte dall’aroma di un particolare incenso giapponese che, pare, sia stato grande fonte di ispirazione (si può acquistare sul suo sito).
Weighing of the Heart è un autoritratto in musica, che riflette fedelmente l’attuale condizione di Nabihah Iqbal come artista: non un punto di arrivo, ma sicuramente un punto fermo, la tappa chiave di un percorso importante, che ci auguriamo sia lungo e prolifico.

Nabihah Iqbal, Weighing of the Heart (Ninja Tune)

Weighing of the Heart (Ninja Tune)

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Everyday Is Christmas

Eccolo, dicembre è arrivato, e con lui anche quell’atmosfera luccicosa che ci accompagnerà fino all’anno nuovo. È quella che si chiama la Magia del Natale, un misto di malinconica felicità, stanchezza accumulata, voglia di finire in bellezza e ricominciare meglio, che un po’ ci fa tornare bambini e un po’ ci stressa. Tutti che corrono, tutti che si agitano, tutti che “oddio, è già Natale”…
Il segreto è prenderla con filosofia: si sa che a dicembre si lavora tanto, in più ci sono i regali da fare, i parenti da accontentare, il Capodanno da organizzare ecc., ma a gennaio sarà molto peggio. Saremo ancora sfiniti e mancherà addirittura un anno intero al Natale successivo. Pensiamo alle cose positive di questo fugace periodo, tipo i tortellini della nonna, il panettone (con i canditi!), le playlist da compilare, gli abbracci e gli auguri con amici e familiari, i regali. Prendiamo tutto il buono – il profano – di questo globalissimo rituale pagano e dimentichiamoci del resto.
Naturalmente, ci vuole la giusta colonna sonora per affrontare dicembre nel pieno delle proprie forze e delle proprie facoltà mentali. Ci possiamo concedere una, e una sola, compilation natalizia, da scegliere con cura fra quelle meno scontate e mielose, e puntiamo alla musica che ci fa stare bene, a prescindere dai contenuti.
Quest’anno ci viene in soccorso anche Sia: la cantautrice australiana ha voluto realizzare un vero disco di canzoni natalizie, ma invece di riproporre i grandi classici ormai stracotti nell’ennesima inutile versione, come ogni anno fa la maggior parte dei suoi colleghi di ogni genere e latitudine (Gwen Stefani, che bisogno c’era?!), ha deciso di scrivere dieci canzoni originali e di produrle insieme a Greg Kurstin, uno che due robette buone le ha messe in fila.
Ad aprire l’album, dal titolo ironico Everywhere is Christmas, è il singolo “Santa’s Coming For Us”, che ci introduce con la stessa ironia nel surreale mondo natalizio di Sia. “Candy Candy Lane” è leggera e vivace, le ballad “Showman” e “Snowflake” portano un tocco di festosa eleganza, “Ho Ho Ho” prende in giro i canonici inni natalizi, mentre “Puppies Are Forever” ci resterà in testa ben oltre la Befana.
Di sicuro non è il capolavoro di un’artista come Sia, che è capace di una scrittura pop molto più potente, ma tutti i brani sono suonati e arrangiati a regola d’arte, con il sarcastico intento di non farci cogliere il vero livello di mistificazione del Santo Natale, a partire dalla spiritosa copertina con il volto della solita Maddie Ziegler. Perciò ognuno di noi ne faccia l’uso che ritiene opportuno: ascoltiamolo al cenone della Vigilia o al festino del Natale anticlericale, l’importante è indossare il solito vecchio cappello da Santa Claus, che sta bene su tutto.

Sia, Everyday Is Christmas (Atlantic Records/Warner)

Everyday Is Christmas (Atlantic Records/Warner)

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Yes Lawd! Remixes

Proporre un intero album con le versioni remixate degli stessi brani è sempre un’operazione azzardata, bisogna conoscere così a fondo la materia che si sta trattando da essere in grado di regalarle una seconda vita, interessante almeno quanto la prima o ancora di più.
Quando il disco è tuo, in ogni caso, ci puoi fare quello che ti pare, soprattutto se ti chiami Knxwledge e sei un produttore e beatmaker di livello stellare. E soprattutto se la materia prima in questione è il debutto del progetto NxWorries, che ti vede lavorare con la personalità geniale di Anderson.Paak, una delle migliori voci della scena rap mondiale.
Il loro primo album insieme, Yes Lawd!, era costruito come un mixtape, con tracce alternate a brevi intermezzi e frammenti di vita quotidiana, campionamenti e parti suonate dal vivo a creare un’atmosfera molto intensa, sulla quale il rapper srotolava il racconto dei suoi anni bui, ormai superati.
Oggi Knxwledge reinterpreta quelle tracce, decostruendole e remixandole per infondere loro nuova linfa e rafforzarne il senso originario. Rimangono le rime dure e precise di Anderson.Paak, il peso della verità, l’opacità scura dell’atmosfera, il brivido funk da blaxploitation… Insomma, resta il meglio di Yes Lawd!, ma allo stesso tempo si sente un’energia inedita, diversa, con la consapevolezza di avere già spaccato e di potersi sicuramente ripetere.
Questo album di remix non è solo un esercizio di stile, ma una vera lezione di tecnica e gusto da un giovane maestro dell’hip hop contemporaneo. Se l’intenzione ne fa un disco per appassionati del genere, la speciale edizione in vinile chiaro lo trasforma subito in oggetto del desiderio per collezionisti e “cercatori d’oro”. Un’altra perla targata Stones Throw Records.

Yes Lawd! Remixes (Stones Throw Records)

Yes Lawd! Remixes (Stones Throw Records)

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