Jaago जागो

Siamo ancora all’inizio dell’anno, siamo appena – si fa per dire – rientrati al lavoro dopo i bagordi delle feste e molti di noi già pensano alle prossime vacanze. Alzi la mano chi ha già segnato sul calendario la lunga pausa che potremmo concederci tra Pasqua e Primo maggio…
In attesa di viaggiare fisicamente, sognando mete esotiche o programmando gite fuori porta, possiamo cominciare a spostare il nostro orizzonte mentale, ascoltando buona musica che arriva da lontano.
Ammetto che poche volte mi sono interessata alla scena musicale indiana contemporanea, limitandomi a trattare con sufficienza certa dance di plastica o liquidando con un rapido ascolto le colonne sonore bollywoodiane.
Ma proprio dall’India arriva Lifafa, pseudonimo da solista di Suryakant Sawhney, già frontman della band più interessante (e un po’ misteriosa) del Paese, i Peter Cat Recording Co. Attivo già da qualche anno come produttore di musica elettronica, Lifafa ha appena pubblicato un nuovo album, intitolato Jaago (जागो) e autoprodotto, nel quale sovrappone la propria voce calda e baritonale, quasi d’altri tempi, alle stratificazioni sonore delle basi sintetiche.
A catturare l’attenzione fin da subito è la vocalità distintiva dell’artista, che apre e chiude il disco, avvia l’incantesimo e lo interrompe, mentre le otto tracce svelano un’identità sonora contaminata da influenze diverse. Ispirato dal jazz, dalla musica classica e dalle canzoni di Bollywood, ma anche dal soul, dal funk e dalla dance, Lifafa dipinge un paesaggio sonoro originale ed estremamente attuale fatto di beat, campioni e linee di sintetizzatori. Trame apparentemente semplici celano strutture ritmiche complesse, ma la vera forza comunicativa sta tutta nell’atmosfera sognante e vagamente nostalgica dell’album, che avvolge l’ascoltatore e non lo lascia nemmeno dopo la conclusione dell’ultimo brano.

Lifafa, Jaago (self-released)

Jaago (self-released)

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Happy New Year! We Wish You Happiness!

Sì, lo so che a metà gennaio è tardi per farsi gli auguri di buon anno, ma io sento ancora il bisogno di rincuorare ed essere rincuorata, di sentirmi dire che il 2019 sarà pieno di felicità, nonostante la forte consapevolezza che sarà un altro anno di merda. Non tanto per me, che mi ritengo una persona fortunata, quanto per il mondo intero.
L’ultima compilation dell’etichetta berlinese Trip Records (ТРИП), fondata dalla dj russa Nina Kraviz, è uscita il 28 dicembre e s’intitola proprio Happy New Year! We Wish You Happiness!, quindi fa esattamente al caso mio.
Il concetto di fondo è che, alla faccia di tutte le pose che si sparano i dj, techno e IDM restano essenzialmente musica elettronica da intrattenimento e da ballo. Il loro ambiente d’elezione è il club o la festa, anche se oggi il ventaglio delle possibilità è infinito, così come le declinazioni di forma e significato che questi generi possono assumere.
Ma a volte vale la pena anche prendersi meno sul serio e giocare con la propria materia creativa, sperimentando la forza comunicativa dell’autoironia, soprattutto se l’occasione è offerta da una raccolta con questo titolo benaugurante.
La otto tracce, selezionate fra quelle dei produttori più “freschi” dell’etichetta, costruiscono un bilanciamento ottimale tra le atmosfere scure della techno e della IDM e il loro lato più scherzoso, talvolta ridicolo. Il disco perfetto per chi vuole espandere la mente e allargare i propri orizzonti senza smettere di ballare, all’interno del quale spiccano le produzioni di Buttechno e Carlota, che insieme a Snazzy sono i nomi nuovi della Trip. Da non perdere “Rostokino Acid” (Buttechno) e “Noise Psychosis” (Carlota).

Happy New Year! We Wish You Happiness! (Trip Records)

Happy New Year! We Wish You Happiness! (Trip Records)

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Sistahs

Femminismo punk, ecco la mia chiave di lettura per questo 2019 appena cominciato. E a darmi la spinta iniziale è Sistahs, il nuovo album del terzetto londinese Big Joanie, formato da Stephanie Phillips (cantante e chitarrista), Estella Adeyeri (bassista) e Chardine Taylor-Stone (batterista). La prima traccia, perfetta per mettermi nella giusta disposizione d’animo in questi gelidi giorni di gennaio, s’intitola proprio “New Year”: “It’s a New Year and I’m still here / It’s a new day and I’ll be ok”. Sono pronta.
Attivissima nella vivace scena del DIY punk britannico, la band si è formata nel 2013 e ha già pubblicato un ep, Sistah Punk (2014), e un singolo, “Crooked Room” (2016). Nel frattempo ha diviso il palco con i londinesi Shopping e ha aperto i tour di Downtown Boys e The Ex, oltre ad aver partecipato al primo Afropunk Festival del Regno Unito.
Le Big Joanie sono punk nell’attitudine, ma il loro suono è ricco di sfumature e contaminato da elementi di varia provenienza: come se “le Ronettes fossero state filtrate dal DIY degli anni Ottanta e dal movimento Riot Grrrl con un tocco multicolore di dashiki (il caratteristico abito africano)”. Fra le loro influenze citano The Ronettes, appunto, ma anche Nirvana, Breeders, Jesus and Mary Chain.
Com’è facilmente intuibile, il titolo dell’album deriva dalla forte convinzione che i legami di “sorellanza” e di amicizia fra donne siano fondamentali per costruire un ambiente nel quale sentirsi libere ed essere davvero se stesse. L’esigenza di spazi di autodeterminazione in una società prettamente conservatrice, bianca e maschilista – tale è l’Europa di oggi, nonostante ci si ostini a pensarla come un’oasi felice – costringe le artiste a riunirsi e collaborare per prendersi quegli spazi.
Una band diventa mezzo di comunicazione ed emancipazione, una sala prove si trasforma in luogo di libera espressione e terreno di sperimentazione creativa. Non è un caso che tutte e tre le componenti delle Big Joanie siano coinvolte in attività a favore della comunità e a sostegno delle minoranze, che si tratti di organizzare il Decolonise Fest, un festival per punk di colore, di lavorare come volontarie per il Girls Rock Camp o, ancora, di guidare la campagna Stop Rainbow Racism contro il razzismo e le discriminazioni nelle venue che ospitano artisti ed eventi LGBT. Fare rete, supportarsi reciprocamente, attivarsi per le giuste cause: questo è l’invito di Sistahs, la call to action alla quale rispondere.
Il primo singolo estratto, “Fall Asleep”, è un vero e proprio inno che incita al superamento delle ansie e delle paure scatenate dal mondo di oggi: sintetizzatori contro le brutture, ritmo contro la ristrettezza mentale. Altrettanto trascinante è “Used to Be Friends”.
Registrato tra novembre 2017 e gennaio 2018 all’Hermitage Works Studio con la produttrice Margo Broom, l’album esce per l’etichetta indipendente della Ecstatic Peace Library, The Daydream Library Series, fondata da Thurston Moore, Eva Prinz e Abby Banks.

Big Joanie, Sistahs (The Daydream Library Series)

Sistahs (The Daydream Library Series)

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The Great Mixtape Top Five #29

Ragazzi e ragazze, che fatica arrivare alla fine dell’anno! Tolte le mie vicende personali, che fortunatamente vantano un bilancio più che positivo, non ricordo un altro momento tanto basso per la nostra società. Ok, non c’ero durante la Seconda guerra mondiale, ma almeno allora si poteva sperare che il conflitto finisse e tornasse la pace, che il Paese potesse risalire la china e rimettersi in moto. Gli hanno dato una mano e ci è riuscito.
Oggi, in questo clima torbido di degrado culturale, volgarità gratuita e violenza legittimata, con l’ignoranza innalzata a valore e la democrazia continuamente calpestata da un branco di insopportabili cialtroni, faccio fatica a vedere la luce. Sento soltanto che intorno a me c’è un sacco di merda e puzza così tanto che servirà un bel po’ di tempo per liberarci dall’olezzo, anche quando i colpevoli di questo sfacelo saranno scomparsi di scena. Succederà, prima o poi, meno male che nessuno è immortale, ma quanto dovremo aspettare? E, soprattutto, se non facciamo niente, sarà difficile che avvenga da sé.

Comunque, alla fine del 2018 ci siamo arrivati. Ognuno di noi trovi qualcosa per festeggiare e pensare positivo, celebrando le piccole vittorie personali, gli accadimenti felici della propria esistenza, e non per il gusto della morbosa condivisione sui social, ma per guardare avanti con rinnovata energia, nonostante tutto il brutto che ci circonda.
Per quanto riguarda me, mi aggrappo alle persone che amo e alla bellezza, dell’arte, della letteratura e della musica.

Eccola, finalmente, la lista dei miei dischi preferiti del 2018!
Come al solito è una doppia Top Five, 5+5 album che ho ascoltato tanto e che mi hanno regalato belle sensazioni.

10) Lekhfa, Maryam Saleh, Maurice Louca & Tamer Abu Ghazaleh. Tre nomi di riferimento della scena indipendente egiziana per un’opera elegante ma potente: in un solo album il meglio del pop alternativo in lingua araba.

9) Invasion of Privacy, Cardi B. Autoritratto di una giovane donna – forte, piena di talento e determinata – alla conquista della scena hip hop, un’opera appariscente, sfrontata e senza mezze misure, ma con tanti risvolti emozionali.

8) Everything Is Love, Beyoncé & Jay-Z aka The Carters. Il Re e la Regina, non c’è molto altro da aggiungere: quando fanno una cosa, soprattutto se la fanno insieme, è perché sanno già di poter vincere.

7) Paraffin, Armand Hammer. Per gli amanti della vecchia scuola e del conscious rap, il più bell’album hip hop dell’anno suggerisce una meditazione estesa sulla progressiva perdita di umanità di una società intera grazie alle tracce scure, intense ed emotivamente coinvolgenti.

6) Lush Life, Bonjay. Da una parte soul e R&B, dall’altra indie ed elettronica, così il duo canadese propone un suono originale, realizzando un album curato nei minimi dettagli e denso di emozioni.

5) Isolation, Kali Uchis. La voce bellissima e suadente della giovane cantante e produttrice, ci conduce in un viaggio indimenticabile attraverso un mondo R&B dalle mille sfumature, tra dream pop e neo-soul, funk, reggaeton e persino bossa nova.

4) Broken Politics, Neneh Cherry. Un album dalle emozioni mutevoli – rabbia, malinconia, riflessione, incoraggiamento – sostenuto da un universo sonoro ampio e ricco di sfumature, capace di generare energia dalla propria singolarità e trasmettere un messaggio potente.

3) Overload, Georgia Anne Muldrow. La cantautrice, musicista e produttrice detta le linee guida per la black music del futuro nel proprio soul d’avanguardia, senza perdere la forza delle radici e l’anima dei grandi classici del blues, del gospel e dell’R&B.

2) Tranquillity Base Hotel & Casino, Arctic Monkeys. Un altro grande passo nell’evoluzione della più grande rock band di questi anni, che cambia, cresce e sorprende a ogni album.

1) Staying at Tamara’s, George Ezra. Un efficace album pop, fatto di bellissime canzoni e praticamente solo di potenziali singoli, trascinato da una voce coinvolgente e senza tempo, nonostante la giovane età del cantante.  Ma la prima posizione se la merita anche per un altro motivo, importantissimo, che non vi svelerò… Se proprio morite dalla curiosità, mandate una mail o un messaggio attraverso il form e sarete soddisfatti.

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A Legendary Christmas

Natale è alle porte, puntuale e inesorabile come ogni anno, e con la stessa puntualità anch’io vi propongo il mio disco per le feste.
Lo so, solitamente mi distinguo per scelte più insolite e alternative, ma quest’anno ho bisogno di qualcosa di rassicurante e senza tempo, una copertina calda che mi avvolga nell’incombente gelido inverno. Un’inverno più dell’anima – l’anima dell’umanità – che del meteo.
In questo caso l’opzione tradizionalista è davvero di lusso: A Legendary Christmas, il Natale R&B, molto pop e altrettanto sofisticato di John Legend, uno che pure leggendo il menu del ristorante ti fa venire i brividi, figurati se canta lo sbrilluccichio delle lucine e la gioia delle feste.
A rendere speciale questa raccolta natalizia, non è soltanto la sua voce magnetica, che si muove quasi discreta nel materiale selezionato con cura e neanche troppo scontato, ma è la raffinata formula musicale che combina retro-soul, jazz e swing in una serie di arrangiamenti perfetti e di gran classe.
L’onore dell’apertura spetta a “What Christmas Means to Me”, una canzone realizzata da Stevie Wonder oltre cinquant’anni fa per il proprio disco di Natale. Qui è prodotta da Raphael Saadiq, mentre a suonare l’armonica è proprio Stevie (e scusate se è poco!).
Subito dopo esplodono i fiati di “Silver Bells”, irresistibile come il duetto tra John Legend ed Esperanza Spalding in “Have Yourself a Merry Little Christmas”.
C’è spazio anche per omaggiare la Motown con un paio di brani non troppo famosi, come “Purple Snowflakes”, registrata da Marvin Gaye già negli anni Sessanta ma rimasta inedita per tre decenni, e “Give Love on Christmas Day” dei Jackson5.
E, alla fine, spostate tavolo e sedie: si balla alla grande con “Merry Merry Christmas”.
Insomma, diciamoci la verità, nessuno odia davvero il Natale e le sue tradizioni pagane. Le ferie, i brindisi, i regali, le tonnellate di cibo, le luci e gli addobbi, richiedono una colonna sonora adeguata, anzi, leggendaria. A Legendary Christmas fa al caso nostro, per quest’anno e forse anche per il prossimo.

John Legend, A Legendary Christmas (Columbia Records)

A Legendary Christmas (Columbia Records)

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Terminal

“In un mondo che sembra regredire nel tribalismo [tutto il mondo è paese, NdR], quei molti fra noi che non rientrano in una specifica identità di gruppo si sentono emarginati al massimo. Quando le persone mi parlano, che si tratti della stampa o di colleghi della mia stessa scena, sono spesso avvicinato con pregiudizi su praticamente ogni aspetto, dalle mie influenze e il mio gusto musicale fino alle mie idee politiche e il mio stile di vita, basato esclusivamente sulla mia nazionalità. Questa caricatura si è dimostrata molto vendibile e apparentemente rende più interessante una lettura o una conversazione, rispetto all’idea di una personalità umana sfaccettata (quindi unica) come è quella di ognuno di noi. Da quando ho concentrato la mia attenzione su questo punto, mi sforzo di esprimere il più possibile quanto questo sia ingiusto.
Questo è un album ispirato alla mia personale esperienza nella città nella quale vivo. Sono un musicista egiziano e il destino ha voluto che la mia città fosse Il Cairo. La mia esperienza qui potrebbe benissimo avere più tratti in comune con quella di un contabile indiano a Nuova Delhi che con quella di un altro musicista egiziano al Cairo.
Terminal trae spunto da una narrazione astratta di cicli sempre più frequenti di morte e rinascita dell’ego, che ha effetto su tutto, sull’immagine di sé e sulla visione del mondo, ma anche sul processo creativo, non solo sui suoi frutti ma anche sulle varie maschere e identità assunte nel processo. I versi rap dell’album sono autobiografici oppure provengono da un luogo che è unico per ogni singolo rapper. Alcuni dei rapper sono originari del Cairo e altri no, ma in fondo questo non conta poi tanto.”
Con queste parole il dj e produttore egiziano Ahmed El Ghazoly aka ZULI presenta il nuovo album, Terminal, che prende le distanze dalla pista da ballo ed esplora nuovi territori, spostando l’intenzione dal puro intrattenimento alla ricerca di forma e sostanza, per dare più risalto all’atmosfera e ad altri elementi musicali, come le linee melodiche, gli interventi vocali e i suoni ambientali. Come spiega lui stesso, il disco trae ispirazione da vicende intime, personali, ma soprattutto dal rapporto dell’artista con la sua città, Il Cairo, una metropoli multiforme, caotica, rumorosa, disordinata e continuamente in movimento. Incasinata, sì, ma generosa di stimoli creativi per una mente pronta a coglierli.
A dare una voce più forte e chiara alla musica di ZULI, che comunque è capace di parlare per se stessa, è sono diversi rapper, come il veterano della scena egiziana Abyusif e i talenti emergenti Abanoub, Mado $am e R-Rhyme, oltre alla misteriosa vocalist MSYLMA, di base a La Mecca.
Il cuore del progetto è proprio la traccia cantata da MSYLMA, “Kollu I-Joloud”, non a caso la settima di quattordici, che sovrappone un toccante lamento in arabo a una base à la Autechre.
In effetti, i malati di orientalismo in cerca di mahraganat ed electro-chaabi resteranno delusi da Terminal. Nonostante l’ispirazione cairota e le rime in arabo, le strutture ritmiche complesse, gli stravaganti collage sonori e le stratificazioni intricate, avvicinano questo album all’IDM europea, in particolare britannica, e lo allontanano dallo stereotipo esotico che affascina spesso l’ascoltatore occidentale. ZULI è cresciuto in Inghilterra, qualcosa conterà, o semplicemente possiamo rassegnarci al fatto che la musica se ne frega dei confini, di qualsiasi tipo: fisici e mentali, formali e supposti, di genere e di stile.
Da ascoltare senza pregiudizio.

ZULI, Terminal (UIQ)

Terminal (UIQ)

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The Great Human Rights Mixtape

10 dicembre 1948 – 10 dicembre 2018. Settant’anni da quando la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani fu adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e siamo ancora costretti a constatare che, nella pratica, non tutti gli esseri umani nascono uguali in dignità e diritti.
Oggi, ovunque nel mondo, i diritti fondamentali sono calpestati quotidianamente, anche in quei Paesi che si definiscono democratici e libertari. Anche in Italia.
Ognuno di noi, in quanto rappresentante del genere umano, dovrebbe vergognarsi per quello che non stiamo facendo e impegnarsi a cambiare le cose, affinché non trascorrano altri settant’anni invano.

La playlist per questa giornata così importante non può che essere dedicata alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Trenta canzoni, come i trenta articoli del documento, che parlano di diritti, giustizia sociale e libertà, e ispirano alla lotta per il cambiamento.

 

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